Dylan Dog Magazine 1 - Nuovo Cinema Wickedford


LORENZO BARBERIS.

Allerta spoiler: analisi dettagliata passo-passo. Leggere prima l'albo.

E' in edicola il primo numero della nuova testata dylaniata che sostituisce il vecchio Almanacco della Paura, il Dylan Dog Magazine. Più centralità all'eroe, più storie a fumetti, veste grafica rinnovata.

Non sono tra le nutrite schiere dei fan passatisti, ma perdere "almanacco" un po' mi spiace. Il termine, dall'arabo Al Manakh, "Lunario", penetra in occidente verso la metà del Trecento e il suo collegamento con l'astrologia araba aveva un vago sapore lovecraftiano, quasi fosse composto da Abd Al Azred. Capisco però che il teenager di oggi (ma anche il trentenne medio, temo) fatichi a capire il termine, che era già desueto negli anni '80.

La nuova cover, comunque, è molto bella, sia graficamente che per il disegno di Bruno Brindisi, che firma anche la storia principale.

Una bella sorpresa la storia di Bacilieri e Giusfredi tra le rubriche, dedicata a True Detective e ai suoi legami con la Carcosa lovecraftiana. Si tira la volata a Wickedford con la protagonista che prende il suo treno "Pieno di gente che torna in provincia, gente che non ha mai letto Chambers...". In verità - come poi prova la storia lunga dell'albo... - qui in Provincia noi siamo Carcosa. In senso letterale: Carcosa è ispirata, plausibilmente, alla catara Carcassonne in Provenza, roccaforte dell'eresia gnostica e culla di segreti per eccellenza (anche qui da noi, a Mondovì, vi è un quartiere storico dal nome di Carassone, forse collegato con la perdita di una C).


Curiosa anche la seconda novella, la cui novità è l'uso del colore rosso (quale altro? Ma poi non è usato per il sangue) sui bei disegni di De Tommaso per una breve di Gualdoni, dando un effetto vagamente alla Sin City. L'ex-curatore è qui nel formato che gli riesce meglio, e la storia è godibile, anche se forse la ripresa di "Fratello Bancomat" di Stefano Benni è un po' troppo letterale - con la pura aggiunta di un qualche goccia di scarlatto, of course.


Le rubriche in sé hanno in genere uno stile più scanzonato di scrittura ("con Vlad non si finisce mai di impalare", e anche un raffinato tocco di blasfemia a p. 12) e alle due pagine di Bacilieri si collega "La morte abita in provincia" di Gianmaria Contro: interessante, anche se per un pubblico un minimo colto non dice particolari novità sull'orrore provinciale.


Anche qui, da cuneese gioco in casa.
Le due cime della Bisalta che contraddistinguono il panorama del cuneese, in fondo, sono letteralmente le cime di Twin Peaks (Bis-Alta, "due alture", cime gemelle). Cuneo aveva del resto 52.334 abitanti nel 2001, pochi di più della Twin Peaks del 1990 (ovviamente, se il cartello è giusto).

In quanto alla morte, insegno a Fossano, città che - stando a un poco noto, folle scrittore locale (altro che Re in Giallo) - deriva la sua etimologia dalla fossa in cui giace (ed è la patria della regina dell'horror italiano, non a caso, stata ospite anche sul Color Fest di Dylan Dog).

Del resto - e avendo letto il libro lo sapevo, inconsciamente, ma me l'ero scordato - Piedmont in Arizona è la ghost town scenario del primo romanzo di Chricton, "Andromeda" (1969), su un virus omicida. Altra prova del sottile orrore della grande provincia, insomma.




Ma se il dossier d'apertura si dedica a questo, ovviamente, non è per compiacere il mio gusto da cultore dell'horror provincialis, bensì per riportarci al "Nuovo Cinema Wickedford", sceneggiato da Davide Barzi, che è così al suo esordio su Dylan Dog (anche se in Bonelli aveva già realizzato un Nathan Never) per i disegni di Brindisi. L'autore ha così l'onore e l'onere di aprire con una storia importante, non solo la prima di un nuovo format ma la prima, come sarà d'ora in poi sul Magazine, delle avventure di Bloch e Dylan nella nuova casa dell'ex-ispettore, a Wickedford appunto, cittadina che avevamo già incontrato nell'albo sul pensionamento del mentore dell'eroe.

Bella la citazione dissacrante di Tornatore, che con quel film paradisiaco aveva rinnovato il cinema italiano. Nel segno, del resto, di un amarcord citazionistico non lontano da quello dylaniato; e l'almanacco della Paura era proprio la Bibbia del citazionismo, con i suoi dossier di approfondimento e sulle novità dell'albo, la guida al perfetto nerd dell'horrore.

La prima tavola ci fa intravedere Bloch e Jenkins; lo stolido assistente poi non apparirà nella storia. Dylan sembra quasi travolgerli, ma vediamo poi che invece ha rischiato di travolgere due fastidiosi nerd, trattati con la stessa simpatia con cui li tratteggia solitamente Medda. "Colleghi" dilettanti di Dylan così come i critici del web si presumono "colleghi" degli sceneggiatori.

La maglia di Lanterna Verde del più insopportabile dei due è probabilmente una citazione di Sheldon Cooper che del fumetto americano, di cui però ha la fastidiosità e non l'intelligenza. I due comunque sono a Wickedford (che a me fa sempre pensare a un'anglizzazione di Vicoforte, a due passi dalla mia Mondovì...) per cercare "Blumenbach", un perduto film maledetto del 1974 girato nelle miniere di Morwhellmouth (Dylan lo conosce: la sua nerd culture, fortissima nel numero 1 della serie, è in ripresa nel Rinascimento dylaniato), Hellmouth, "bocca dell'Inferno", nome che bene caratterizzerà, vedremo poi, lo stesso mostro.

Insomma, una creativa fusione del Blair Witch Project (gli amatori di cinema documentario a caccia dell'orrore) e del recente "Tutto quel blu" della fossanese Cristiana Astori (ma un po' tutta la sua trilogia ha questa struttura), sulle pellicole maledette, di cui ho parlato altrove sul blog. La differenza è che nelle opere dell'Astori il film maledetto di partenza è reale, qui è immaginario anch'esso.

Il "Blu" di Blumenbach rimanda quindi a lei, ma è anche un riferimento al fondatore della dottrina del "razzismo scientifico"; un elemento che sta bene in questa storia e in Dylan in generale, dove da sempre il mostro è la metafora del diverso. Blumenbach tuttavia non era razzista in senso moderno, anzi la sua teoria era stata elaborata in funzione di sostenere l'unicità di origine dei vari gruppi etnici e la superficialità delle differenze estetiche. Sarà poi Gobineau ad associare le distinzioni a una scala evolutiva.

La scena del bar continua la satira verso i nerd della testata, mentre abbastanza ovviamente il mostro ricompare ed è abbastanza disgustoso. Il livello simbolico aiuta a rendere la sequenza dell'attacco all'ex-diva piuttosto ripugnante: la bellezza decaduta è attaccata da un mostro che ha per testa, potremmo dire, una "vagina lovecraftiana" (a p. 50, prima vignetta, il gioco è piuttosto evidente). E fin dall'esordio delle scene horror, si chiarisce una netta svolta splatteristica, che andrà in crescendo nelle pagine a seguire. "Stonehenge Dinosaurs" è un film che andrei subito a vedere, ma ci sono anche studi che ne parlano (vedi qui).

L'indagine è interessante, perché vede per la prima volta "Bloch nella parte di Dylan", ovvero investigatore irregolare sgradito al titolare delle indagini (con l'Old Boy che, come ai vecchissimi tempi, gli fa d'assistente).

Scopriamo così che Bloch è fidanzato con Penelope Christie (era il nome anche di una dei personaggi del n.2, dedicato a Jack The Ripper), mentre anche Renée non è una fidanzata occasionale come le altre, ma un personaggio fisso della serie (quarta figura femminile a gravitare intorno a Dylan, anche se le comparsate sugli speciali la relegano a un ruolo simile - tolta la diversa psicologia - a quello di Angie per Martin Mystere). L'occasione permette anche di risolvere il "doppio nome" di Jenkins: Cedric Abel, ufficializzato, da ora in poi (p.62).

A p.68 salutiamo con piacere il definitivo ritorno dello splatter in grande stile, che continua per tutta la successiva "discesa agli inferi" nella miniera del mostro. Forse lo splatter è un tratto di questo nascente Ciclo di Wickedford, per il formato più "adulto" che il Magazine sembra avere nell'aspetto, rivolto a un tipo di nerd ancora ancorato al cartaceo, per nostalgia o abitudine (non credo che un ragazzino d'oggi leggerebbe quelle informazioni su carta invece che online). Anche lo stile un po' più ironico e brillante, meno da tragedia greca, ricorda a tratti (in positivo, e stanti le debite differenze) il tono scanzonato di Mystere (vedi la scena a p. 75, siamo molto dalle parti delle dinamiche Martin-Diana, con Dylan paparazzato sul Sun).

Un altro aspetto che viene rispolverato è il Dylan stiloso dei primissimi numeri, che ben si sposa con il ritorno al bondismo, facendo esplodere la contraddizione col buonismo pauperista che ultimamente era venuto troppo in primo piano. Dylan infatti ricorda in questa storia al lettore, con una battuta, di vestire giacche Armani, come i jeans sono Levi e le scarpe Clarks. Insomma, la codificazione del perfetto fighetto di sinistra, secondo il modello medio-giovanile degli anni '80 (oggi passato alla generazione senior). Il che dà un tocco un po' più poser tutto l'animalismo, l'ecologismo, il vegetarianesimo, se vogliamo, rendendo il personaggio meno "catafratto" (direbbe qualcuno) nella sua scintillante armatura, ma più complesso e più interessante. Oppure, in versione commerciale, se uniamo culto dell'horror di nicchia ed Emporio Armani, una versione orrorifica dell'hipster.

Secondo uno schema che in Dylan Dog è un classico, il mostro al centro della storia si rivela poi innocente (avevate visto lo spoiler in rosso, vero?) e costretto ad uccidere dai malvagi nerd del passato, ossessionati dal fare un loro snuff-horror (e più splatter c'è, meglio è). Ma i produttori gli preferiscono "Non aprite quella porta", contemporaneo ma con più ironia e struttura. La storia precedente di Wickedford, ad opera di Medda, era una simile satira meta-letteraria ma più contro lo stereotipo del "mostro buono" sclaviano: quindi avremmo anche potuto pensare a una Wickedford "anni '50", dove i mostri erano malvagi come Satana comanda.

Per dire: non basta l'efferatezza gratuita a fare un grande horror, nemmeno nella categoria splatter.
Nel finale, ovviamente, i due nerd, scarcerati, criticano la versione di Dylan, e poi gli scroccano un passaggio fino a Londra per "spiegargli esattamente cosa non funzionava nella tua storia". Satira dei nerd critici ai massimi livelli: contestano la storia basandosi su "incoerenze" marginali, e "sfruttano il passaggio" di una testata famosa per ottenere il loro micron di celebrità.

Insomma, se questa storia non segue Medda nel rovesciare Sclavi e il suo "buonismo mostruoso", Barzi usa però il tema del good guy monster tradizionale in modo irregolare, non come raccontino edificante ma per una satira corrosiva che, questa sì, segue il filone metanarrativo di Medda (e, spesso, anche di Recchioni).

Molto tipico del nuovo corso anche questo gusto predominante per epater le lecteur, di irritare volutamente la fanbase conservatrice che si è autoproclamata la custode dell'inviolabile tradizione dylaniata, e che iperreagisce agli annunci di novità che, tuttavia, sono dati nel modo migliore per fare scattare la reazione pavloviana.

In questo senso va anche il recente annuncio che Recchioni si occuperà - assieme ad altri autori - di riscrivere alcune celebri storie di Dylan a partire dal numero uno (ovviamente, riscritto dal curatore in carica).

Un'occasione di rilettura interessante, in realtà, che però ha già in parte suscitato le ormai prevedibili reazioni. Del resto, questo tipo di tecniche di marketing sono ormai così codificate che se ne parla tranquillamente per altri tipi di prodotto culturale (senza contare eventuali casi alla "Man on the moon" di Milos Forman, che non si possono mai escludere).

Nel complesso, quindi, un albo godibile, un altro tassello del Nuovo Cinema Inferno che il nuovo corso ci sta facendo intravvedere.

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