The Repairman


LORENZO BARBERIS

(recensione per la rivista online "Margutte")

Sabato sera il grande evento cinematografico monregalese dell'anno: "The Repairman" (2014) al Cinema Baretti, con presenza di attori ed autori.

Evento dell'anno e anche un po' di più: Mondovì non è mai stata così protagonista di un film, grazie allo scrittore monregalese Francesco Scarrone, co-sceneggiatore assieme al regista Paolo Mitton.

Ironia tipica del cinema, dunque, che il film giunga forse nel momento di massima flessione del cinema a Mondovì, l'anno dopo la scomparsa del "Bertola", con la chiusura totale dei cinema sventata per un soffio.

"The Repairman" è titolo inglese per una produzione italiana indipendente, molto apprezzata anche all'estero (premi al Raindance, allo Shangai, oltre che al Torino Film Festival). "Il riparatore", sarebbe, in italiano: peccato che suonasse un po' troppo cinema hard tedesco anni '70 - spiega lo stesso Scarrone.

Grazie a Scarrone (nonostante la differenza tra romanzo e sceneggiatura, e la co-autorialità, la sua scrittura si sente nella leggerezza surreale che proprio nella sua levità sa andare in profondo) c'è moltissima Mondovì in questo film. Anche se, come un trucco, c'è ma non si vede.

Non c'è la Mondovì da cartolina: la produzione indipendente ha rifiutato la logica da film commission, informando quella di Torino solo a film svolto, proprio per evitare vincoli, con paesaggi, scorci e cartoline inseriti in un meccanismo di product placement. Forse in termini puramente economici la città ne avrebbe beneficiato di più - anche perché non ha molto da invidiare alle location toscane, ad esempio, se non la molto minore celebrità.

Turisticamente, quindi, non è forse il massimo: ma narrativamente è ideale, perché la Provincia Granda è Grande Provincia non tanto per l'estensione, ma per il suo essere "provincia archetipa", provincia per eccellenza e definizione.

E Mondovì, al centro specifico del film, è probabilmente la più "ermetica" delle sette sorelle della Granda, quella più refrattaria alla rappresentazione, quella (nel bene e nel male) "più provinciale".

Cuneo città è un archetipo dell'immaginario collettivo, quindi già per ciò stesso troppo sotto i riflettori; Alba e Bra, Ferrero e Slow Food, non ne parliamo. Fossano e Savigliano, ferroviariamente più connesse al polo attrattore di Torino; Saluzzo, in effetti signorilmente isolata, ha saputo darsi quell'allure di cultura, col castello della Manta sede nazionale del FAI (talvolta sì, anche da cartolina) che Mondovì ha ma non riesce, non vuole comunicare.

Lo sguardo sulla Provincia del film è quindi antiretorico: e se si sfugge alla falsa estetica dello scorcio pittoresco, si evitano anche (e qui è più difficile) gli schematismi di certa commedia italiana, pur senza piombare nemmeno in uno sperimentalismo indigeribile.

C'è una scena emblematica: l'arrivo di una spigliata ragazza toscana, messa prontamente alla porta dallo stralunato protagonista con valore emblematico. "Era una persona ordinata, e io con le persone ordinate non riesco a convivere" dichiara molto paradigmatico in una scena che ha qualcosa dello Stanis di Boris.

E solo nella Provincia una figura come il Repairman può non essere totalmente un disadattato, ma credibilmente inserito in una galleria di Nuovi Mostri più integrati di lui, ma da cui è comunque, tutto sommato, accettato (il Neo-Yuppie sposato con la Fricchettona di ritorno dal viaggio in Africa, la Coppia Perfetta, tutta ansie e borghesia...).

Repairman è titolo ambivalente, ironico, soprannome del personaggio che, pur riparando le cose per lavoro, nel volerle innovare finisce per distruggerne altre, perfezionare qualche dettaglio insignificante mentre, ad esempio, le tubature della sua casa low cost vanno in pezzi.

E così anche la relazione al centro del racconto filmico subisce l'acuirsi di questa sua sindrome, legata all'elettromagnetismo dei tralicci da cui si difende con schermature in carta stagnola prima di crearsi il proprio personale rilevatore.

Il film finisce così per essere un film su velocità e lentezza, su una Provincia arretrata ma in accelerazione (gli altri personaggi, attorno all'eroe/antieroe, sarebbero poco credibili in ambito urbano, o comunque cliché abusati, e in provincia hanno invece ancora uno specifico senso) e quella che non riesce a darsi questo ritmo (il protagonista, ovviamente).

Ma non è nemmeno un'elegia della lentezza, perché l'unico elemento positivo nella relazione (la celebre "multa", pretesto della cornice di tutto il film, un po' alla Forrest Gump, con la monregalese Elena Griseri nella parte di docente recupero-punti che diventa paziente ascoltatrice) che egli assume è quando, per portare alla fidanzata inglese il dossier per la sua conferenza, viola addirittura i limiti di velocità.

(Poi, quando a lei servirà il suo aiuto con l'auto in panne, mancherà di darglielo, lasciando spazio all'improbabile e credibilissimo Steve Jobs di provincia suo rivale in amore; e questo stesso Jobs/Pitu tra l'altro, lui stesso manca di consegnare il corretto dossier col curriculum quando è la sua volta di essere efficiente).

Correlativo oggettivo di questo vano dibattersi di Scanio tra tralicci dell'alta tensione simbolici e reali è l'unica animazione digitale del film (costosissima, per una produzione indipendente come questa): l'anatra che nella sequenza di esordio finisce per friggersi contro i cavi, e che sul finale impara a volare, tra stenti intermedi quando cerca di essere cosa non è (lo stesso Scanio, nel cercare di farsi fidanzato "normale", brucia la cena in forno - un'anatra all'arancia, presumo).

Insomma, un film gradevole (aiuta la bravura e la misura di attori provenienti dal teatro, evidente in specie nelle scene a tavola, perfetto "interno borghese") ma dotato di una certa solidità. Quasi un Manifesto di queste zone, senza infingimenti e compiacimenti, ma molto più affascinante, in fondo, di una (più utile, nella società dei consumi di massa...) riduzione del territorio a "fondale di cartone".

Forse "The Repairman" non attirerà frotte di turisti; ma certo ci aiuta a vivere la Provincia e la sua inevitabile "provincialità" con uno spirito forse più giusto, cogliendone la complessa estetica dell'esistenza.

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