Zero Strega


LORENZO BARBERIS.

Tra le news di oggi, mi colpisce quella che vede Zerocalcare candidato al Premio Strega per il suo fumetto "Dimentica il mio nome". Non è in sé la novità che mi colpisce: già l'anno scorso era toccato a "Unastoria" di Gipi. E' infatti proprio questa continuità a sembrarmi significativa, a indicare un disegno preciso: un fumetto ogni tanto poteva essere un vezzo quasi snobistico, questa sembra una strategia piuttosto sistematica.

Lo Strega è il principale premio letterario italiano, istituito nel 1947 come segno della rinascita di una nuova cultura italiana dopo il ventennio fascista, con lo notevole ambizione, in parte di fatto verificatasi (basta guardare l'elenco dei premiati), di segnare un canone, se non il canone. La cosa è ottenuta premiando possibilmente autori diversi ogni anno (solo Volponi bissa il premio, una volta) e cercando un equilibrio tra aspirazione culturale "alta" e intenzione di essere incisivi, evitando scelte troppo criptiche.

Si tratta di uno dei pochi premi ad aver conservato una certa visibilità generalista, in un'era dove la cultura è sempre più lontana dai riflettori. Proprio per tale ragione interminabili sono le polemiche sui giochi delle varie case editrici per ottenere l'ambito premio, e non intendo entrare nel merito.

Ovviamente, come caposaldo della cultura italiana del dopoguerra, lo Strega ne mantiene le caratteristiche di fondo: traspare una certa renitenza (non solo italiana, ma qui accentuata dal potere della trimurti Manzoni-Verga-Gramsci) al fantastico, e anche al "popolare" troppo dichiaratamente tale. Non troviamo un Guareschi o uno Scerbanenco tra i premiati, per quanto decisamente più influenti (e superiori) di altri.

Ovviamente, il mondo del fumetto è diviso. Da un lato apprezza la "legittimazione", dall'altro è irritato per la degnazione con cui  viene concessa. In più, molti trovano il discorso fuorviante e quindi "umiliante": il cinema non ha bisogno, ad esempio, di "concorrere allo Strega" per essere legittimato, e non ha senso, al di là di questo, dire che "questa canzone, questo quadro, questa scultura sono così belli che sembrano un romanzo".

Inoltre, va chiarito che la "legittimazione" dello Strega non è coraggiosa anticipazione, ma parziale recupero di un vergognoso ritardo della cultura media italiana sulla ricerca accademica più aggiornata: Umberto Eco in particolare, fin appunto dai primi anni '60, hanno codificato (qui sì, all'avanguardia a livello mondiale) la piena dignità artistica del fumetto come medium. Le conseguenze pratiche di questa ricezione (e solo in parte, e ancora come "boutade") arrivano quindi a più di mezzo secolo di distanza nei "salotti buoni".

Allo Strega va riconosciuta forse una astuzia con cui aggirare il problema: ha infatti finora scelto di ammettere solo "autori completi": sia Gipi che Zerocalcare scrivono e disegnano infatti le loro storie.

Si apre al fumetto, ma non si scalfisce la convenzione più consolidata, quella dell'Autore: la letteratura non è opera collettiva, tanto che anche nel cinema si è dovuto inventare un molto relativo "autore", il Regista, che pur possedendo una indiscutibile autorialità, non è spesso così esclusivo. Quindi un fumetto con sceneggiatore e disegnatore avrebbe causato qualche perplessità in più.

Notiamo poi che l'ingresso del fumetto nel Tempio della letteratura è possibile solo dopo la nascita, anche in Italia, del concetto di "romanzo grafico". La Graphic Novel nasce in USA col maestro Will Eisner nel 1978, e il suo grandioso "A Contract With God". Non è quindi in assoluto una novità, avendo ormai quasi quarant'anni: e anche in Italia, senza il termine, vi erano opere concepite come tali, su tutte "Una ballata del mare salato" (1967) di Hugo Pratt, che sta quasi per compire il mezzo secolo di vita.

Il concetto è quello di un fumetto pensato come un romanzo, per cui forse si preferirebbe "romanzo a fumetti". Un termine, però, da sempre usato da Bonelli, principe dell'editoria italiana a fumetti, per identificare le sue produzioni, volte a conciliare autorialità e impianto popolare. I suoi albi, di circa cento pagine, nel famoso "formato quaderno", sono in effetti all'incirca dei romanzi come lunghezza, e non dei racconti (se teniamo il confine delle cento pagine indicato per il discrimine nella letteratura testuale), almeno da quando, verso la metà degli anni '50, hanno abbandonato il formato a striscia.

L'elemento curioso è però questo: se con Gipi si sceglieva di premiare un fumetto che, al di là della qualità, rientrava perfettamente in una strategia "midcult", con Zerocalcare sembra che si sia fatta una scelta ben più di rottura.

Vero, Zerocalcare, come Gipi, non aderisce a un "genere" preciso ma si muove nel generico "realismo" della tradizione italiana: ma tutto, dalla scelta delle tematiche, al tipo di ironia, alla ricerca sul segno (oggettivamente, oltretutto, molto "estivo", direbbe Pazienza) sono chiaramente popolari, anzi, peggio per il midcult, declinate in quel new-popular che è il successo su Internet (abilmente trasformato poi in un solido successo commerciale in libreria).

Oltre quello, per lo Strega, c'è solo premiare una raccolta di meme tratti da Facebook.

Il rapido cambio di passo, il deciso azzardo, si spiega secondo me solo con una motivazione abbastanza chiara: non è un rinverdimento culturale a spingere il mondo dell'editoria libraria a "legittimare" il fumetto, ma l'ormai accentuata crisi che cerca di vampirizzare i numeri dei comics in ogni modo possibile: catturando gradualmente i lettori forti di fumetto nelle schiere dei clienti delle major per sostituire le morenti schiere dei feticisti della carta stampata, e usando il flebile "shock culturale" de "la legittimazione dei comics" per fare breccia sulle pagine dei giornali sempre più sorde al rumore di fondo della polemica culturale.

Per cui, a mio avviso, c'è solo una mossa possibile, se lo Strega e il sistema che lo supporta avrà sufficiente coraggio: Zerocalcare vince lo Strega, offrendo un cono di luce sufficiente per promuovere il moto di cattura di un nuovo pubblico.

Dopo Zero (non a caso edito da Bao) si avrà buon gioco a legittimare gradualmente anche il fumetto più Pop, decisamente più vitale come creatività e numeri: e già la Bonelli di Recchioni ha iniziato a riproporre in Bao i Romanzi a Fumetti bonelliani di eccellenza, quelli che spiccano sulla dignitosa serialità. Le ultime opere di Sclavi, il Mater Morbi dello stesso Recchioni, e il suo Orfani, per cui secondo me lo Strega non è ancora pronto.

Ma per il meglio di Dylan Dog? In fin dei conti, sembra esserci una vocazione fin dai nomi.

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