Dylan Dog - Old Boy n.2


LORENZO BARBERIS.

Spoiler Alert.

"Old Boy", come sanno i lettori di Dylan Dog, è l'albo che narra le storie tradizionali del personaggio, ambientate prima del Rinascimento Dylaniato iniziato quest'anno.

Leggendo il primo volume, avevo notato come le storie (specie la prima) giocassero sull'idea di descrivere non tanto il passato dell'eroe, ma una realtà parallela in cui non fossero avvenuti gli eventi che hanno rivoluzionato la storia del personaggio: col pensionamento di Bloch e l'arrivo di John Ghost.

Nel primo episodio, che riscriveva ironicamente il primo numero della serie regolare, appariva infatti, su un piano onirico, la pensione dell'ispettore (338-340), l'arrivo di un nemico tecnologico (341), l'uso del cellulare da parte del protagonista (341 e seguenti): cose sviluppate nel corso dei numeri della serie regolare usciti in parallelo. 

Inoltre, le tre storie erano accomunate dal tema degli zombie, in modo più o meno accentuato presente in tutti e tre: il tema del primo Dylan Dog, di nuovo, e quello del successo del personaggio.

1. Chiuso nell'incubo.

In questo secondo Old Boy, ritorna il tema di un certo parallelo con la serie regolare, anche se invece di Mignacco si alternano tre sceneggiatori.

La prima storia, "Chiuso nell'incubo", sembra riecheggiare nel titolo "Il futuro alle spalle" dell'O.B.1, con ironia meta-letteraria su un Dylan Dog imprigionato, qui in "Old Boy", in un'eterna ripetizione di sé stesso.

La storia di Giovanni Di Gregorio, per i disegni di Di Vincenzo, inizia con una battuta di Groucho che ironizza sulla sparizione (relativa) di "Giuda Ballerino" nel nuovo corso dylaniato; dopo poche pagine ci accorgiamo di trovarci, di fatto, in una riscrittura de "L'incubo dell'indagatore", particolarissima "breve" di Sclavi e di Villa (copertinista dei primi numeri, prima di Sclavi, e autore dei disegni di quest'unica storia).

Nella "breve", Sclavi mostrava tutte le copertine fatte da Villa unite in un unico "sogno" di un Dylan condannato all'orrore di una vita da impiegato. Qui non ci troviamo alla riscrittura letterale della storia, che va comunque dilatata, ma il concetto è comunque lo stesso.

Di nuovo, la riscrittura di una storia decisamente simbolica (nell'Old Boy 1, si riscriveva appunto il n.1 di DD), e che a sua volta raccontava di un Dylan Dog di una "realtà alternativa". Non a caso poi il tema dell'orrore del lavoro era stato l'oggetto del 338, l'albo di esordio su Dylan di Simeoni, che aveva sviluppato tale tema in modo personale, legandolo al post-Bloch e a gli scontri con una polizia londinese divenuta "più cattiva" sotto gli ordini del commissario Carpenter, onesto ma stolidamente inflessibile.

Per la seconda volta, dopo l'O.B.1., ritorna appunto anche il tema dell'allontanamento di Bloch; e se nell'1 moriva la Trelkowski, in questo numero invece "muore" Groucho: due eventi che rimandano ad un'altra realtà alternativa dylaniata, quella del Pianeta dei Morti di Bilotta, la continuity del futuro.

Invece, oltre al tema del lavoro, il rimando specifico della storia alla serie ordinaria pare essere alla storia parallela del 342, "Il cuore degli uomini": anche qui, una fanciulla all'apparenza ordinaria e il di lei padre imprigionano Dylan in una gabbia da cui non può fuggire: e non è detto che lo scantinato sia peggio dell'attico, come prigione. Ovviamente, là tutto questo trasforma il rapporto di Dylan con le donne (continuity, continuity!), mentre qui la cosa si esaurisce superata la fatidica pagina 100.

La cosa interessante è che la soluzione di Di Gregorio non è, come ci si potrebbe attendere, "onirica", ma le svolte apparenti nella vita di Dylan avvengono "realmente" per poi ricevere una spiegazione finale con conseguente "ritorno all'ordine" (o al disordine) proprio del personaggio. Ovviamente, la cosa è efficace nel ribadire l'assenza di continuity di questo corso tradizionale: mentre un sogno è ovvio che possa anche passare ininfluente (ci scusi Freud), l'irrilevanza di fatti reali anche significativi sottolineano la "condanna all'incubo" dell'Eterno Ritorno.

Non male anche il personaggio del segretario del Sovraintendente, accennato appena ma ben tratteggiato: c'è da chiedersi se avrà un ruolo ulteriore, qui o sulla regolare.

2. A volte non ritornano



"A volte non ritornano", di Giancarlo Marzano per i disegni di Pontrelli, all'esordio sul personaggio, è di nuovo una storia meno metaletteraria, proprio come la seconda storia dell'O.B.1.

Lo stile di Pontrelli è molto convincente su Dylan, addirittura c'è qualcosa di Stano in certe spigolosità, in certi netti contrasti di bianco e nero, pur nell'autonomia del segno.

La storia di Marzano è un bel classico che, ancora una volta, riprende di nuovo il tema più tradizionale di Dylan, gli zombie (centrale già in OB 1; la storia si merita la copertina di Cavenago). 

Gli zombie sono qui "risveglianti" evocati non con un siero o un virus, ma semplicemente evocati dal cliente di turno e, in generale, dall'incapacità di tagliare il legame morboso dei parenti. Un tema che mi ha richiamato, per molti versi, le atmosfere del grande modello dylaniato, il romanzo "Dellamorte Dellamore" di Sclavi, con il guardiano di una piccola apocalisse in un cimitero della bassa padana (la moglie del protagonista, che "torna per tre volte", ricorda l'analogo tema del romanzo: "L'avrei rivista?").

"Rip-off Busters" è una bella invenzione, che si lega al nuovo corso e a un Dylan di nuovo nel mirino dei media come truffatore (nel caso del Rinascimento Dylaniato, c'è sempre il sospetto che sia anche effetto dell'azione di Ghost, mastermind nel controllo del media).

La storia intermedia è di nuovo, apparentemente, la meno "metaletteraria": ma permette comunque di nuovo di ospitare il tema del lavoro: Dylan e il suo cliente condividono una professione fuori dall'ordinario, e scherzano per tutto l'albo sul fatto che entrambi non avrebbero potuto prendere "un lavoro alle poste". Tra l'altro Dylan, etichettato dai Rip-Off Busters come "cacciatore di zombie", mal digerisce la definizione che lo incasella in qualche modo nella sua attività come un "lavoratore seriale", mentre lui preferisce spaziare più liberamente nell'incubo.

Un'ironia sui lettori che, desiderando un Dylan sempre identico, lo condannano a fare del fantastico un "lavoro impiegatizio"?

3. Sciopero generale.

Lo fa pensare la terza storia, "Sciopero generale", dell'ex-curatore Giovanni Gualdoni per i disegni di Alessando Baggi: la più metaletteraria.

La storia parte come tradizionale "storia surreale" di Dylan, e anche in questo richiama in parte "La festa dei morti", la terza storia del primo Old Boy. In entrambi i casi, una storia non basata sul tradizionale caso investigativo, ma sulle disavventure di Dylan che si aggira per una Londra travolta dai festeggiamenti di Halloween (nel primo caso) oppure, come qui, bloccata dallo Sciopero Generale. Il modello è quello di grandi classici come l'eccelso "Dopo Mezzanotte" di Sclavi (ovviamente, a sua volta derivativo).

L'incontro con il vecchietto che ha perso le ali, e che scopriremo essere il pensionato "angelo custode" di Dylan Dog, ci collega al tema del 343, dove Simeoni ha riscritto parzialmente la demonologia e angelologia dylaniata. Se gli angeli tradizionali di DYD apparivano entità lontane, assenti, fredde e indifferenti ai destini umani, qui Simeoni tratteggia uno scontro Bene/Male più simile al fantasy.

La polizia ultraviolenta che si ribella agli ordini pacati del buon Bloch e attacca i manifestanti rimanda abbastanza alla già detta Anarchia nel Regno Unito (339), macro-citazione di questo trittico.

Per il resto, il tema dello Sciopero Generale è ottimo per una serie di gag ben amalgamate ma piuttosto indipendenti sugli Orrori del Lavoro Comune da cui Dylan fugge da sempre a gambe levate. Anche qui, un tema in fondo classico di DYD: se vogliamo è cambiata la fruizione. Una volta per i lettori adolescenti l'orrore del lavoro era il terrore del futuro di "normalizzazione" incombente, mentre oggi è l'orrore del presente.

Sul finale Gualdoni rompe la quarta parete e lo Sciopero diventa così quello dello sceneggiatore: il disegnatore, lasciato solo (un rimando, chiaramente, all'Angelo Stano che diventa personaggio nel ciclo di Xabaras: curiosamente non somiglia a Baggi stando alle foto che si trovano online).

Il disegnatore che si improvvisa sceneggiatore (ricordando lo sclaviano "i disegnatori non è gente"...) ricorre al tema degli Inferi, "usato per mascherare la mancanza di idee in questa serie". Ci inserisce anche Safarà, per completare il quadro delle strizzate d'occhio (tutte presenti già nel primo numero) mentre il demone burocrate ripete, in favore di platea: "Non ci riconosce... lui non ricorda... non ricorda mai". Riferimento, certo, al fatto che Dylan, mortale, non ricorda gli incontri con gli Inferni, ma anche all'orrore della serialità senza continuity.

Angeli e Demoni uniti insieme recuperano l'Angelo di Dylan che si è ribellato alla pensione e si è dato nuove ali di scarafaggio kafkiano. L'apparizione del diabolico angelo Pennypacker permette una citazione di una brillante breve di Gualdoni per il Color Fest 8, "Un patto diabolico": una delle rare apparizioni di Angeli prima in Dylan Dog (e in questa si cita, non a caso, anche l'Angelo di Sette Anime Dannate). Angeli inquietanti, ovviamente, a differenza di quelli apparentemente buoni del "Fumo della Battaglia" (343), e che lanciano una speranza orrorifica per l'apparizione del Paradiso nel grande gioco dylaniato. Di nuovo, una apparizione non casuale.

E così, grazie all'angelo della pensione, l'orrore del lavoro si conclude così con l'orrore della fine dello stesso, fine agognata e rifuggita al tempo stesso, metafora del rischio del "pensionamento finale" per il lettore e, in fondo, per lo stesso Old Boy.

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