Dylan Dog - La Nuova Alba Dei Morti Viventi


LORENZO BARBERIS

Spoiler Alert, As Usual.

Nuova collana per Dylan Dog, in allegato alla Gazzetta dello Sport.
La ristampa dei Color Fest, che non farò, possedendo gli originali.
Il primo numero però è una storia inedita.
E non una qualunque.

Roberto Recchioni, il nuovo curatore, ha voluto qui riscrivere la prima storia di Dylan Dog, con una interessante dissacrazione: tanto più che il centro della riscrittura è il riconosciuto "punto debole" della storia (in una prospettiva diciamo "da nerd"): la custodia esplosiva del clarinetto.

Prima di parlare della storia, va annotato che l'operazione editoriale nel complesso è a suo modo altrettanto rivoluzionaria: come dichiara anche l'editoriale di questo primo numero, si tenta di adattare alle storie bonelliane dei Color Fest (perfette a tale scopo) il modulo dei Comic Book americani: colore, poche pagine, prezzo relativamente basso per un numero di pagine più esiguo, e quindi più adatto a un lettore medio con soglia d'attenzione sempre più bassa. Dai romanzi Bonelli ai racconti Bonelli per il futuro, insomma? Staremo a vedere.


La cover di Carmine Di Giandomenico (colori di Luca Bertelè) è notevole: non va a riprendere la cover originaria di Villa (che sarà citata al limite all'interno dell'albo) anche se torna l'elemento della mano in primo piano, ma gestita in modo del tutto diverso.

La scena non è nemmeno legata alla storia, crea una nuova narrazione, ambientata in una cattedrale gotica (elemento non casuale: è un modo per dire: "gli zombie di Dylan Dog non sono di tipo religioso, ma romeriano"...) e la bionda ragazza che abbraccia Dylan è stata morsa sul braccio, il salvataggio non è avvenuto (da cui l'espressione dell'eroe).

Il rettangolo a fianco del titolo rimanda davvero molto alle case fumettistiche americane, Marvel e Image in primis, e per la prima volta si usa il "name above the title" di Tiziano Sclavi, omaggio quasi doveroso e sfruttamento commerciale che stupisce finora non sia stato fatto (per un autore di primissimo livello che è legato a filo doppio al suo personaggio).

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Passiamo alla storia, per i disegni di Emiliano Mammuccari (che ha collaborato con Recchioni a "Orfani", la prima serie a colori bonelliana) e i colori di Annalisa Leoni. I Nuovi Orfani, tra l'altro, tornano nella zombie walk di pagina 20.

La prima pagina è una splash page che cita in modo indiretto una celebre scena paradigmatica di Pulp Fiction, dove l'eroe, al momento di agire, deve scegliere un'arma, parte da scelte ovvie e approda, dopo quattro cambi, ad una katana. Qui Recchioni ci mostra quattro oggetti: l'ultimo che concepiremmo come tale è la custodia del clarinetto. Galeone, clarinetto, teschio ci sembrano più cruciali: ma ovviamente è la famigerata "custodia esplosiva" che sarà, come detto, al centro della vicenda.

La scelta della lectio difficilior prosegue alternando nuove sequenze a brani riportati dalla storia originale, semplicemente ridisegnati (e colorati). Mammuccari e Leoni, tramite il colore, evitano tra l'altro un confronto troppo diretto con Stano, che sarebbe stato indotto forse dal bianco e nero; e al tempo stesso il lavoro è ancora più ambizioso, dichiarandosi non come remake ma "nuovo numero uno" nell'età del colore.

L'impostazione di tavola, stante l'operazione dichiarata, è molto vicina all'originale e ricorre quindi ad una impostazione bonelliana molto dinamica, come già l'originale (ed entrambi gli albi, originale e attuale, mostrano come la gabbia possa essere "decostruita dall'interno" per una narrazione sincopata); con un segno che spesso giunge ad eleganti livelli di sintesi, ma come già Stano aveva fatto in quel numero uno.

Invece di una più cauta interpretazione, Recchioni ha scelto infatti una fruttuosa alternanza dissacrazione-omaggio: riscrive la storia (e quindi di fatto modifica radicamente, come vedremo, le origini del personaggio nel canone) ma al tempo stesso pone un omaggio totale (implicitamente, riportando le tavole identiche, dichiara che esse non sono invecchiate di un giorno in trent'anni: ed essendo vero, ci sono pochi modi migliori per celebrare la bravura di Sclavi come sceneggiatore).

La custodia esplosiva viene venduta a Dylan da Hamlin, il negoziante di Safarà, che lo avverte del valore esplosivo ma così, come possibilità assurda a cui né lui né quindi Dylan fanno molto mostra di credere. Il "bondism" originario è così eliminato e la custodia esplosiva torna una più canonica custodia maledetta.

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Sotto certi punti, Recchioni tocca quasi Borges, quello che in Finzioni narra della riscrittura di Cervantes da parte di un narratore contemporaneo che ricopia parola per parola il Don Chisciotte: e le parole originarie hanno ormai un senso diverso in lui moderno.

Ad esempio, quando a p.5 Dylan dice che "Groucho è un demone che non sono riuscito a esorcizzare", Sclavi sta scherzando (come conferma nella sua nota intervista a Recchioni, su questo punto), Recchioni nell'albo in edicola ha appena mostrato Groucho sotto una luce decisamente inquietante.

Recchioni sottolinea la discutibilità delle deduzioni dylaniate, benché poi giuste (Xabaras che si svela Abraxas, demone gnostico), il celebre "quinto senso e mezzo" che lo portano a Undead e al confronto con il folle mad doctor.

Anche qui, Recchioni non lima certe "incongruenze": sapremo poi che Xabaras è il padre di Dylan (spoilero? sì, un po' tipo "Luke, sono tuo padre", credo), ma in questa prima storia Xabaras non parla solo del padre di Dylan, che avrebbe dovuto parlargli di lui (e fin qui potrebbe essere ironia psicanalitica alla Lucas e su Lucas) ma tira in ballo anche il nonno.

Nelle prime storie, e non solo qui, Dylan crede di aver ereditato i suoi poteri dai suoi genitori "adottivi", mai apparsi sostanzialmente nelle storie. Un filone poi abbandonato: ma anche qui, che Recchioni non lo elimini è interessante.

Si mantiene anche "non l'immortalità delle religioni, quella vera" (p.14), anticlericalesimo che oggi su Dylan vediamo molto meno.

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Dopo il noto finale, vediamo che è stato lo stesso Xabaras a consegnare la custodia a Safarà, come ha fatto per altri oggetti (il Galeone): e così si consuma la più rilevante modifica al canone finora. In qualche modo, Xabaras voleva perdere quel primo scontro, per condizionare Dylan nelle sue scelte e battaglie future. Fino a che punto il piano di Xabaras "non ha funzionato"?

Inoltre, la cooperazione Safarà-Xabaras (noto per la prima volta una certa omofonia...) diventa più sistematica, e Safarà non è stato affatto espunto dal canone, apparendo anche nella recente storia di Simeoni sulle valenze alchemiche dell'Acqua, con un ruolo meno casuale di quanto sembri e una cooperazione con un alchimista che ricorda di Dylan. Non credo personalmente sia uno Xabaras redivivo sotto mentite spoglie, ma certo c'è un intreccio possibile con quella trama portante.

Comunque sia, per concludere, la cosa più interessante a mio avviso è come quest'albo felicemente viola (per una singola volta?) la regola non scritta per cui Xabaras era un capitolo chiuso (sia pure ovviamente con l'escamotage citazionistico...). Intendiamoci, non credo diverrà centrale, ma l'espunzione totale che è stata decretata è pressoché impossibile, dato che il n.100 di Dylan Dog è "l'ultimo sullo scaffale", quello conclusivo del contrasto. In qualche modo, quindi, anche non dichiarato, Xabaras dietro le quinte c'è sempre. Vediamo se ogni tanto questa "quinta parete" si squarcerà per mostrarcelo nuovamente in azione.

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