Dylan Dog Old Boy 3


LORENZO BARBERIS

Spoiler Alert, As Usual. E anche sul D.D. 346.

Terzo appuntamento con Old Boy, il "nuovo" Albo Maxi di Dylan Dog dove si conserva il "vecchio" Dylan. Ovviamente, non è vero niente, come ci rivela il curatore Recchioni in apertura, che palesa il gioco di "connessioni e divergenze" iniziato già con il numero uno di questa nuova testata, in parallelo al rilancio.

Il mondo di Old Boy non è il "vecchio mondo" di Dylan pre-rilancio, pre-337; è un mondo parallelo dove ciò che succede sulla testata principale ritorna in modo ovviamente non-lineare.

Tra l'altro, mi si permetta una digressione: "Old Boy" rappresenta la tradizione (tanto è vero che il nuovo Dylan rifiuta questa definizione col pensionamento di Bloch) ma in verità l'affermazione appare solo, se sono esatto, nel 141, "L'Angelo Sterminatore", alla pagina 20. Un albo di Ruju, anche se l'innovazione probabilmente è Sclavi-approved (o al limite dal curatore Marcheselli), e traduce il milanes-paternalista (sia pur bonario, in Bloch) "ragazzo". La nascita del termine, più che alla tradizione, rimanda a quella progressiva "anglizzazione" per cui oggi si propone "hell's bells" invece di "giuda ballerino".

Quindi Old Boy è la continuity, diciamo, 141-324; non quella dell'età dell'oro della prima decade "extended".

A parte questo (volutamente eccessivo) gioco di specchi, l'accentuata dimensione meta-letteraria di questo "Rinascimento Dylaniato" crea delle connessioni anche con la realtà, in tesseract metaletterario che è, comunque, la natura originaria di Dylan Dog.

Già nel secondo capitolo del Ciclo di Xabaras questo elemento veniva palesato in un albo come il 25, "Morgana", ad opera di Sclavi e Stano, i "padri fondatori" del personaggio. Recchioni, che di Sclavi è, probabilmente, l'allievo migliore in quanto ad apprendimento del gioco metatestuale, ha recuperato con forza questa componente del personaggio (lo splatter è finito con la prima decade dell'eroe e, come spiegava Sclavi già nel celebre numero 77, non può più tornare).

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Il fatto trasforma questi albi in un invito a nozze per chi, come me, ama la metaletteratura contemporanea, da Borges in poi. La cover di Gigi Cavenago, magistrale come al solito, interpreta questo tema partendo da un dettaglio di una delle tre storie.

Quindi sì, Dylan incespica su delle scale quasi escheriane inseguito da figure diaboliche perché è la sequenza è contenuta nell'albo, ma la fuga diviene anche simbolica di un personaggio braccato dai suoi demoni nell'incastro del multiverso ormai smisurato delle sue narrazioni.

Cover con un segno sperimentale, come al solito, che è nella linea globale del rinascimento dylaniato, e che offre nel popolare soluzioni decisamente innovative, con influssi potenti dall'astrazione.

All'interno, l'albo torna nelle mani uniche dei tradizionali Montanari e Grassani, simbolo della tradizione per eccellenza (loro è l'albo numero 3, dopo Stano, inventore grafico e dal 42 copertinista, e il perduto Trigo del 2- dopo pochi albi iniziali).

Da tempo i Maxi erano il loro regno: in questo modo, questa scelta - abbandonata negli ultimi due - diviene il segno grafico della Età Classica qui rappresentata. In qualche modo, l'unicità del segno rende maggiormente unitarie le tre storie, anche con tre sceneggiatori diversi: non a caso, tutte e tre reinterpretano l'albo 346, di gran lunga il più significativo, con la svolta imposta dalla Barbato.

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La follia di Pete Brennan

La prima storia è appunto affidata alla Barbato stessa.

Curiosità: l'Old Boy ha due storie della vecchia gestione più una della nuova. Appare probabile che sia quella della Barbato la "new" (anche se nulla obbliga), commissionata per attrarre a comprare l'albo. Quando Recchioni è divenuto curatore vi erano 50 storie "old" da smaltire; 12 sono andate nell'anno della fase 1; 6 negli attuali Old Boy e, forse, qualcuna sul regolare per completare eventuali slittamenti (come probabilmente il 345).

Il titolo, che mette in evidenza il folle protagonista, il cui nome (a meno che non rimandi ad un omonimo cestista degli anni '50) mi ha fatto pensare a J.H.Brennan, autore di librogame degli '80 profondamente intrisi di ironico occultismo, tra i rari dotati di una buona scrittura, in primis GrailQuest.

Non credo ci sia una citazione voluta, ma ci starebbe anche bene con il tema del labirinto postmoderno di questo Dylan Dog: i game-book di Brennan, molto ironici, lasciavano l'illusione della scelta al lettore ma, se esaminati nella loro struttura narrativa, erano in realtà dei percorsi obbligati, una "sandbox testuale" da esplorare palmo a palmo, rinvenire una serie di chiavi necessarie e sbloccare l'ultimo livello.

Qui avviene un rimando simile: i personaggi si illudono di avere una loro libertà, ma il loro percorso è tracciato fin nei minimi dettagli, a priori, dall'occultista che ha ordito la loro trappola, imprigionandoli nella sua casa maledetta dove intende sacrificarli al suo demone-amico in modo che, morendo, loro aprano la soglia consentendo il totale risveglio dell'Antico.

Tavola d'apertura muta, seconda tavola criptica, poi nelle tavole smussate del ricordo (convenzione grafica inevitabile, ma mi piacevano soluzioni più oniriche del primo Dylan) una bella semi-splash page a p.9 con inevitabile poltergeist.

La Barbato si conferma brava a ricreare l'idea di un labirinto paranoide (belle anche le p.20-21, col buon uso del "muto", in aumento, mi pare, negli ultimi tempi).

La mano della copertina interna (22) si sovrappone alle parole deliranti su cui è strutturato il testo. Hanno un significato ermetico "reale"? Mi piacerebbe pensarlo.

Vi sono tre serie: una di numeri (54, 17, 9, 3), le "condizioni", legate a "reproba fiamma, ronzio purpureo" (sono 4 parole scollegate, ma qui scritte come coppia aggettivo + nome, come già a p.11). Quindi le parole-chiave: "fulgente avvento, ricordi, pandemonio" (anche qui, le prime due sono collegate).

Dylan è poi subito associato a Fulgente; la dottoressa diventa "Ricordi" (22) come l'assistente era "avvento" e il nipote, per esclusione, Pandemonio.

a p.25 si arriva alla casa, che per una volta è un orrore moderno e non il classico maniero avito. Curioso l'omaggio "I love Malcom Gladwell" (questo tizio qui), teorico del "punto critico" oltre cui un fenomeno diviene inarrestabile, specialmente in connessione alla serialità televisiva, come "Sesame Street" . Che siano studi compiuti dagli autori bonelliani nell'atto del rinascimento dylaniato? Avrei detto però la Barbato la più lontana di tutti da questa concezione.

Bella la sequenza delle mosche, e bello anche il frequente uso della semi-splash-page (25, 32, 36, 41, 50, 73, 93...) e delle sequenze mute (tavola 47, quasi tutta 49, 62) o gli elementi combinati (p.66, un caso?, p.74) con cui la Barbato adatta il linguaggio continuando l'uso di una forma tradizionale, ma accentuando gli elementi visualmente più forti presenti già in passato.

Il segno del duo Montanari+Grassani la supporta in questo, nella creazione di uno spazio claustrofobico e paranoico come quello della Casa che imprigiona i visitatori per farne lo strumento di un rito.

Il nipote attiva Pandemonio a p.35, con lo scatenarsi delle mosche-ronzio (che rimandano indubbiamente a Belzebub, il "signore delle mosche", ma forse ancor più ad Al Azif, il suono degli insetti notturni, titolo originario del Necronomicon): sono infatti 54 (9 per 6).

Si attiva una strana atmosfera, il luogo non è più normale per chi ha un "quinto senso e mezzo".

La cenere forma quindi un volto che ha l'aspetto, vagamente, di una sorta di Chtulu (p.39). La dottoressa tuttavia dice "reproba", non "ricordi", la parola a lei associata. Come notato anche da altri, "reproba" era aggettivo di fiamma, e identificava la cenere come oggetto (la cenere è "reproba fiamma", "fiamma consumata" se vogliamo, con una forzatura ermeticamente plausibile).

Dalla casa non si può più uscire (per i celebranti).

Mi viene da pensare a Hellblazer ("che suscita la fiamma d'inferno", tra l'altro), dove il peccato originale che perseguita Constantine, inizialmente, è un rito andato a cattivo fine poiché egli non conosceva il nome del demone. L'accensione di 3 fiamme permette il passaggio alla fase successiva. Notiamo anche una struttura numerologica: 54 = 2X3X3X3 --> 9 = 3x3 --> 3. Inoltre cadono le gocce di sangue "purpureo".

Mancano solo le parole di passo (l'elemento più facile da controllare, poiché sanno qual è). Quando l'assistente dice "avvento" tutti i celebranti sono bloccati; allora Dylan sblocca aggiungendo "fulgente".

L'elemento dei "ricordi" è recuperato sul finale nel sacrificio dylaniato.

Gli vengono sottratti i suoi quattro amici immaginari (in verità già su un color fest si era presentato un suo animale immaginario), come quattro sono i celebranti al rito: Bister Beer potrebbe essere l'orsetto decapitato (corruzione infantile di Mister Bear?), Welly è probabilmente la ragazzina annegata in un pozzo, stile Ring; Nylad potrebbe essere il ragazzino Dylan allo specchio, mentre Kub potrebbe essere il ragazzino celato sotto il letto, per esclusione.

Sul regolare è gravato di qualcosa di troppo, la casa; anche qui - dopo aver annullato un "amico immaginario" demoniaco con i suoi quattro - ha un nuovo peso, il Guardiano di quella soglia, un po' come di fatto, del resto, emerge sempre più sottotono come il "guardiano" di una Londra vessata dall'occulto.

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Craven Road 7

E proprio la casa è oggetto di una storia dell'ex curatore Gualdoni. Anche qui, una storia che non può non caricarsi di valenze meta-testuali, dato che Gualdoni è il precedente "tenutario" di "casa Dylan", sostituito poi da Recchioni, ed associato a una gestione meno dinamica dell'esistente (per indicazioni della stessa editrice più che per sua decisione).

Gualdoni così, a suo modo, collabora all'ambiguo "sfratto" di Dylan: delle tre storie, è quella che va più in parallelo con quella regolare.

Si apre con una bella sequenza muta, con la goccia che poco a poco scaverà la pietra della casa dylaniata. A p. 104 ritroviamo invece le famigerate "frecce direzionali", che non mi sono mai piaciute nella costruzione della pagina.

Arriva così l'idraulico, uno dei "mostri della porta accanto" che possono rendere la nostra vita un incubo. Questo ha l'aspetto di Mario, con tanto del magro "bro" Luigi al seguito, Abita in un palazzo principesco, con Peach, in effetti l'oggetto d'amore che Mario deve costantemente salvare.

Finalmente interviene un serial killer degno di questo nome, con un minimo di sequenze splatter (non male nemmeno la sequenza iniziale della Barbato, dove il folle Brennan si strappa la lingua a morsi a p.12).

A. Lansbury è la nuova padrona di casa di Dylan, ovvero la "signora in Giallo": anche se è in coma ed è il figlio stronzo a gestirne le sostanze in attesa, pare, di tirarle definitivamente il collo. Anche qui, Gualdoni sceglie il registro di un meta-letterario molto ironico, in quanto Dylan è in effetti affittuario della buona Angela (qui Amelia) che ovunque passa produce morte e disastri.

Ebenezer "Scrooge" McDuff, che mette insieme Dickens e Paperone (e già lo Scrooge McDuff di Barks veniva da lì) è la terza citazione sarcastica, che vede nei "cattivi" dylaniati classici, in effetti, delle macchiette di grettezza capitalistica simili al simpatico Euclione dei paperi. (di Paperone riprende anche la palandrana, i ciuffi, gli occhialetti). Il serial killer di nuovo uccide nel segno dello splatter d'antan.

Il Garage ermetico in cui Dylan chiude la sua roba parallelizza perfettamente quello del 346.


Una doppia-semi-splash page (149-150) di cui Gualdoni è qui più parco ci offre l'amarcord dylaniato di Craven Road sotto l'egida della Danae di Klimt (si è già vista altrove per la bedroom? non ricordo).

Comunque si va a dormire al Bates motel, per star tranquilli (idealmente, Dylan ci è già stato decine di volte, quindi è ovvio che vi si senta quasi a casa) mentre poi, con la signorina Flagstone, Dylan cerca la sua House Sweet House tra varie case da incubo, finché trova gli adorabili squatter, usciti pari pari da un trattato di anticapitalismo sclaviano.

Lara, la fidanzata di Ed lo Sfrattatore, che la stava malmenando all'arrivo di Dylan, cerca il noster ma trova il vicino, personaggio ricorrente gualdoniano, mentre abbiamo una terza bella sequenza splatter del serial killer.

Edward, invece, trova poi Dylan, che è tornato deciso ad occupare (come farà, da subito, nel 345). Un po' di metafumetto a p.172, preannunciando l'arrivo della Dog-Girl del mese (del trimestre, in realtà: Gualdoni pensava di uscire sul regolare, probabilmente).

Ed parla con la madre, segue sequenza muta di sesso, molto castigata (179), che sfocia nel quarto attacco del serial killer, con "sorpresa" molto telefonata (e vi vedo quasi una ironia alla Scooby-Doo: "ebbene sì, dannati ragazzacci! Coi delitti i prezzi erano crollati e avrei potuto comprare gli appartamenti maledetti per un tozzo di pane!". Peccato fosse un comune serial killer, se era finto-mostro era perfetto).

Intanto Dylan si occupa della vecchiarda. La bella sequenza a bande orizzontali di p.188 è posta come ricordo, non so perché. Il figlio che per soldi mummifica una donna tramutandola in una sorta di mostro è tratto dalla cronaca, comunque: qui vicino a noi, in Piemonte (anzi, nel cuneese), in un piccolo Borgo un tizio ha mummificato la madre-santona per continuare a raccogliere i soldi dei devoti che le si rivolgevano: post-mortem, ma non decomposta per cause presunte magiche, valeva ancora di più). La versione dylaniata è dunque in realtà meno esoterica del reale, qui.

Spiegone finale ed arrivo dell'avvocatessa Lee, non ancora finita in coma per "Il Progetto" di Sclavi (è anche un messaggio al lettore: non ce la siamo dimenticata in coma, tranquilli).



Scatole cinesi

Quella di Di Gregorio è la storia più meta-letteraria, fin dalla tromba delle scale vista dall'alto nella copertina interna, in cui il gioco dei gradini e della spirale quadrata dello scalone generano una sorta di squadrature in vignette del foglio.

Di nuovo la claustrofobia di una gabbia resa con tavole molto belle (p.205), oltre a varie semi-splash (197-200). Abbiamo la dog-girl del mese in bondage, il "mostro iniziale" direttamente da pirati dei Caraibi, finché un tizio coi baffetti non dissimile da Wells arriva a casa Dylan (219) e gli spiega nei dettagli il Dylan Dog Truman Show.

Questo Green-Sham più che il giallista mi pare qualcuno che trasforma in verdoni (Green) gli scandali (Shame): e infatti lavora per la yellow press che in Dylan ha un generatore automatico di articoli. Non tutto è falso: solo gli aspetti più gustosi. Le Dog Girl sono quasi tutte Escort prezzolate, perché va bene il fascino del tenebroso, ma non è che rimorchi una modella con "pizze e fichi" (o film).

Ma oggi Dylan non funziona più, basta con l'antieroe vagamente buonista, "faremo un ultimo tentativo di svecchiare il personaggio", ma senza entusiasmi (il sarcasmo sul Rinascimento Dylaniato è gustoso e palbabile).

Inoltre non copriranno più i dissesti economici, le cause, le grane con la polizia (altro che Bloch, era la produzione a intervenire).

Interessante la sequenza della funicolare (225-235), di difficile spiegazione: porta Dylan a ritenere tutto un non-sequitur: lo Chtulu iniziale (anche qui, sviene con sequenza muta al 215), il Truman Show, e quindi la Funivia.

Ma non siamo in "Se una notte d'inverno un viaggiatore", e infatti Groucho se ne è andato, e recita ora come stand up comedian (p.243: manifesto "The Coconuts" dove Nut richiama "pazzo" in inglese). La tirata di p.244, oltre alla satira "meta" contro il vecchio Dylan, rivela l'odio di Groucho, "parte di un piano", esattamente come sull'albo regolare 346.

Ennesimo svenimento, ennesima scatola cinese. Dylan è in coma, ma da quanto? Quanto di quello visto prima è puro onirismo, e quanto no? A complicare il tutto appare pure Cagliostro (p.251), altro tassello che Recchioni ha promesso di risolvere prima o poi.

Risveglio, fuga, tavola di copertina (p.254, il simbolismo sulla Gabbia è ancora più evidente nel contesto di questa doppia tavola muta, col taglio delle scale in parallelo ai margini della vignetta)

Altra transizione: sotterranei, Dylan salvato dai "reietti" braccati dallo Special Air Service inglese, corpo dell'antiterrorismo. Dylan salva "gli scarti" della società, solo per scoprire che questi, una volta liberati, lo fanno fuori. Anche questo aspetto del dylanismo sclaviano è distrutto.

La scatola cinese inizia a chiudersi: torniamo nella sequenza precedente, l'ospedale, dal che evinciamo che questa sequenza è reale.

Dylan ormai è defunto, e vaga in un limbo, una Camera di Swedenborg dove, dopo aver visto che Groucho-Erwin gli conferma la sua indifferenza, sceglie comunque Groucho tra i due "volti di pietra" rispetto a Bloch (nell'albo, resta fuori dal "complotto"). Ritrova Emma (dalla "scatola" iniziale) e cerca di superare il lago dei dannati, ma fallisce, come già prevedibile.

Dylan muore, è sepolto, resuscita (il Dylan morto era apparso anche al 345), e viene fatto fuori, con cinico sarcasmo, dal "New Dylan Dog" del rilancio. "L'eroe un po' spaccone va bene, il pubblico è stanco di femminucce: svecchiare! Stupire! Il vecchio Dylan è morto, l'incontro con lo zombie serve a questo!": Greensham è proprio una parodia di Recchioni, non c'è dubbio (o almeno dell'immagine che ne hanno i fans-hater).

Ma il Dylan-Zombie è davvero morente, torna all'ospedale di partenza, e a p. 287-288 il buon Di Gregorio ci dà una chiave di lettura: l'Enrico VIII di Pirandello.

Dylan non è Dylan, è un attore che lo interpreta; e ora legge le sue vicende con la chiave del personaggio in cui, à la Staniskawski, si è calato: Cagliostro ha bloccato lo spazio tempo intrappolandolo in un loop per salvarlo.

Erwin ed Emma, sul finale, riappaiono recitando la loro nuova parte, ma l'omicidio del "sosia zombie" è avvenuto davvero, e questo fa pensare che sia tutta una simulazione, la loro, davanti alla perdita della coscienza del protagonista.

Avremmo così - solo Sclavi se lo era permesso, al suo saluto del personaggio - un nuovo albo senza Dylan. Anzi, una delle possibili cornici (simile a quella di Sclavi, sulla fantasia di un serial killer) in cui potremmo inquadrare, in un multiverso, tutte le storie di D.D.: fantasie allucinate di un attore che ha interpretato il reale personaggio prima di indossarne a forza la "maschera nuda".


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Nel complesso, quindi, tre storie che si intrecciano tra loro e con la storia del mese, creando un labirinto di vignette sempre più postmoderno, fin quasi al neobarocco . Indubbiamente intrigante, nel senso etimologico della seduzione dell'Intrico di storie. E in qualche modo confermano che Dylan Dog, dopo quasi trent'anni, continua ad essere un punto fijo nel postmoderno italiano: granitico come la Mole Antonelliana di Londra.

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