Guida alla Trieste Ermetica / 3


LORENZO BARBERIS.

Tappa essenziale della Trieste Ermetica è il castello di Miramare.
Massimiliano d'Austria lo fece costruire come propria dimora di villeggiatura nei possedimenti italici; lo spagnoleggiante Miramar vuole richiamare i castelli iberici.
Non è un caso: Trieste è la porta dell'Impero dall'Europa ad Asia ed Africa; il castello "iberico" allude al suo essere lo sbocco "diretto", in teoria, anche per le Americhe, come le rocche templari che guardano al nuovo continente.

Il castelletto

Il castello porterà malissimo ai suoi proprietari, al punto di guadagnare fama di maledetto, rievocata ancora dai giornali locali. Nel 1855 Max ne ordina la costruzione, che tuttavia deve ridurre di un piano mentre le zone italiche iniziano a essere minacciate dai Savoia. Nel 1859, quando finalmente è pronto, ha ormai perso il Lombardo-Veneto. Si reca allora a controllare i possedimenti americani, ma è fucilato (1866) in Messico, con la dimostrazione della Dottrina Monroe degli USA: l'America agli Americani, gli europei devono stare fuori. Carlotta, impazzita, è imprigionata nel Castelletto, edificio minore provvisorio costruito prima della dimora principale.


La colpa è attribuita alla Sfinge, autentica sfinge egizia portata poco prudentemente al castello, per ribadire ermeticamente la continuità simbolica tra Impero Egizio e Sacro Romano Impero austriaco.
Si può vedere anche da vicino, ma è meno suggestiva, completamente rovinata com'è.




Comunque, molto è inquietante già nel parco: le statue neoclassiche seminude, le fontane dall'inquietante volto di Baphomet, la statua all'ingresso con una Amazzone frigia a cavallo assalita da una leonessa.





Palazzo ovviamente sontuosissimo all'interno, ricchissimo di simboli dinastici su ogni elemento, dai decori alle tappezzerie, incluso qualche bafometto dissimulato qua e là.



Molto interessanti i dipinti, che creano un percorso simbolico del potere molto interessante. Non privo di significato nemmeno l'omaggio alla Cavia, un must per i sovrani che, possedendo quest'animale allora esotico nel loro serraglio personale, ribadivano il possesso di domini nelle Americhe (quelli che Max perderà tragicamente).



Anche tutto l'Orientalismo da Slave Market serve in fondo a rafforzare l'idea della dominazione asburgica, "che schiava di Roma Iddio la creò" (la Terra, ovviamente: e per Roma penso gli asburgici, con altre parole, pensavano all'Impero romano di cui erano eredi).







Anche la scultura fa la sua parte per la gloria regia, ed ecco che nella Biblioteca (una sala del Mappamondo, da sempre simbolo di potere per grandi dittatori e imperatori...) troviamo la continuity romantica Homer (non Simpson) - Dante - Shakespeare - Goethe, che vede l'evoluzione "occidentale" culminare con l'Impero (di Dante e Goethe parlerà anche Carducci in Miramar).


Il più rilevante è però questo quadro simbolico del mondo, della seconda metà dell'Ottocento (l'esplorazione dell'Australia è iniziata, anche se non completa). Il mondo è effigiato sotto il pieno dominio dell'Europa e dell'Impero. Ma merita un'analisi passo passo.



Il carro d'Europa è trainato da una serie di virtù classiche aggiogate stile bestie da soma, alludendo alle origini classiche che trainano il continente nella sua superiorità.



Al centro l'Europa, in tutto il suo affascinante splendore, l'Impero, adornato di puttini dalle teste coronate.



Dall'altro lato allegorie religiose chiudono il corteo, la Fede con l'Ostia sul Calice transustanziata che siede accanto alla Fortuna pagana.




Colombo e - I suppose? - Magellano disvelano l'orbe terracqueo trionfando su una piramide di indigeni assortiti.




In mezzo, un paio di conquistatores (Pizzarro e Cortes?) sottomettono gli indigeni a colpi di spada e di croce, mentre un Pavone, simbolo dell'Impero, fa orgogliosamente la ruota.





Notevole anche il tronfio albero genealogico e la Magdalene (ma non era all'origine dei Re di Francia?) che completano la ricca sala del trono.



Chiudiamo con la visione della Sfinge da vicino e il dettaglio più ermetico del palazzo, il Drago che divora il Serpente cosmico. Ma naturalmente Miramar ha innumerevoli altri dettagli iniziatici, che qui non possiamo riassumere tutti. Vi lasciamo così con le parole di Carducci, che ha cantato Miramare quanto è bella:

O Miramare, a le tue bianche torri
attediate per lo ciel piovorno
fosche con volo di sinistri augelli
vengon le nubi. 

Miramare, contro i tuoi graniti
grige dal torvo pelago salendo
con un rimbrotto d'anime crucciose
battono l'onde. 

Meste ne l'ombra de le nubi a' golfi
stanno guardando le città turrite,
Muggia e Pirano ed Egida e Parenzo,
gemme del mare; 

e tutte il mare spinge le mugghianti
collere a questo bastion di scogli
onde t'affacci a le due viste d'Adria,
rocca d'Absburgo;

e tona il cielo a Nabresina lungo
la ferrugigna costa, e di baleni
Trieste in fondo coronata il capo 
leva tra' nembi. 

Deh come tutto sorridea quel dolce
mattin d'aprile, quando usciva il biondo 
imperatore, con la bella donna,
a navigare! 

A lui dal volto placida raggiava
la maschia possa de l'impero: l'occhio
de la sua donna cerulo e superbo 
iva su 'l mare. 

Addio, castello pe' felici giorni
nido d'amore costruito in vano!
Altra su gli ermi oceani rapisce
aura gli sposi. 

Lascian le sale con accesa speme
istoriate di trionfi e incise
di sapienza. Dante e Goethe al sire
parlano in vano 

da le animose tavole: una sfinge
l'attrae con vista mobile su l'onde:
ei cede, e lascia aperto a mezzo il libro 
del romanziero. 

Oh non d'amore e d'avventura il canto
fia che l'accolga e suono di chitarre
là ne la Spagna de gli Aztechi! Quale
lunga su l'aure

vien da la trista punta di Salvore
nenia tra 'l roco piangere de' flutti ?
Cantano i morti veneti o le vecchie
fate istriane ? 

— Ahi! mal tu sali sopra il mare nostro
figlio d'Absburgo, la fatal Novara.
Teco l'Erinni sale oscura e al vento
apre la vela. 

Vedi la sfinge tramutar sembiante
a te d'avanti perfida arretrando! 
il viso bianco di Giovanna pazza
contro tua moglie. 

È il teschio mozzo contro te ghignante 
d'Antonietta. Con i putridi occhi
in te fermati è l'irta faccia gialla
di Montezuma.

Tra boschi immani d'agavi non mai
mobili ad aura di benigno vento,
sta ne la sua piramide, vampante
livide fiamme 

per la tenebra tropicale, il dio
Huitzilopotli, che il tuo sangue fiuta,
e navigando il pelago co 'l guardo
ulula — Vieni. 

Quant'è che aspetto! La ferocia bianca
strussemi il regno ed i miei templi infranse:
vieni, devota vittima, o nepote
di Carlo quinto.

Non io gl'infami avoli tuoi di tabe
marcenti o arsi di regal furore; 
te io voleva, io colgo te, rinato 
fiore d'Absburgo; 

e a la grand'alma di Guatimozino
regnante sotto il padiglion del sole
ti mando inferia, o puro, o forte, o bello
Massimiliano. 

Bellissima, diabolica e iettatoria questa carducciana, meritoriamente apprezzata a Trieste.
E con questo chiudiamo e rimandiamo al prossimo capitolo della nostra breve Guida.

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