Venezia / Zenobia / Palmira


LORENZO BARBERIS.

A Khaled Asaad.

"Ora dirò della città di Zenobia che ha questo di mirabile: benchè posta su terreno asciutto essa sorge su altissime palafitte, e le case sono di bambù e di zinco, con molti ballatoi e balconi, poste a diversa altezza, su trampoli che si scavalcano l'un l'altro, collegate da scale a pioli e marciapiedi pensili, sormontate da belvederi coperti da tettoie a cono, barili di serbatoi d'acqua, girandole marcavento, e ne sporgono carrucole, lenze e gru. Quale bisogno o comandamento o desiderio abbia spinto i fondatori di Zenobia a dare questa forma alla loro città, non si ricorda, e perciò non si può dire se esso sia stato soddisfatto dalla città quale noi oggi la vediamo, cresciuta forse per sovrapposizioni successive dal primo e ormai indecifrabile disegno. Ma quel che è certo è che chi abita a Zenobia e gli si chiede di descrivere come lui vedrebbe la vita felice, è sempre una città come Zenobia che egli immagina, con le sue palafitte e le sue scale sospese, una Zenobia forse tutta diversa, sventolante di stendardi e di nastri, ma ricavata sempre combinando elementi di quel primo modello. Detto questo, è inutile stabilire se Zenobia sia da classificare tra le città felici o tra quelle infelici. Non e in queste due specie che ha senso dividere la città, ma in altre due: quelle che continuano attraverso gli anni e le mutazioni a dare la loro forma ai desideri e quelle in cui i desideri o riescono a cancellare la città o ne sono cancellati."

Calvino nelle "Città Invisibili" (1972) mette in scena Marco Polo che racconta all'Imperatore della Cina di tutte le città che conosce, come un novello Sherazade. In verità egli narra sempre di Venezia, unica città che conosce davvero (pur avendone viste quante nessun'altri mai).

La più riconoscibile come Venezia è Zenobia, città palafitticola sospesa sul nulla (il mare non è detto, in quanto i vari elementi di Venezia vengono scissi tra loro: ci sarà un'altra ad essere "città delle acque").

Interessante che per dar nome alla sua Venezia alternativa Calvino prenda in prestito il nome della regina Zenobia, identificata con la sua capitale di Palmira, in Siria, che al suo tempo divenne il centro di un possibile nuovo Impero, con Zenobia che si proclamava imperatrice romana e nuova Cleopatra, regina egizia amante dei due principali Cesari, Giulio Cesare e Augusto.

Calvino quindi nel parlare di Venezia parla anche di Palmira, nel loro comune elemento di città-limite della civiltà occidentale, ponte e mediazione commerciale con l'Oriente e quindi, quali ago della bilancia, capitale ideale.

L'elemento palafitticolo esaltato, a parte esser reale in chiave veneziana, è la fragilità su cui si basa l'equilibrio della loro forza.

Per questo, Calvino è facile profeta, e non per ragioni miracolistiche, quando anticipa il destino della Palmira odierna.

Inutile stabilire se Zenobia sia da classificare tra le città felici o tra quelle infelici. Non e in queste due specie che ha senso dividere la città, ma in altre due: quelle che continuano attraverso gli anni e le mutazioni a dare la loro forma ai desideri e quelle in cui i desideri o riescono a cancellare la città o ne sono cancellati.""

Oggi Palmira - e da tempo - sta cadendo sotto la barbarie assoluta dell'Isis. I fondamentalisti del nascente Califfato stanno sistematicamente distruggendo ogni vestigia dell'antico Impero romano, che qui aveva avuto come detto uno dei suoi possibili centri. Certo, è ciò che è già avvenuto, in Iraq, con tutto quanto riguardava la civiltà sumera e babilonese, fondamento di ogni civitas: ma ora che cade una parte della Roma eterna è ancora più vicino, fa ancora più male.

E pochi giorni fa è caduto l'ultimo difensore di Palmira, Khaled Asaad, direttore del sito archeologico di Palmira (uno dei maggiori al mondo, ovviamente), decapitato dall'ISIS perché continuava a rifiutare di rivelare l'ubicazione dei reperti da distruggere. Mentre anche la Thailandia inizia a bruciare, la sua testa è stata esposta su una colonna, come macabro trofeo.

Impotente, come tutti, non posso che offrire questo misero tributo ad Asaad, tra gli ultimi baluardi della nostra civiltà. Mentre sempre più stiamo smettendo di essere una città di quelle che continuano attraverso gli anni e le mutazioni a dare la loro forma ai desideri e stiamo divenendo ormai una di  quelle in cui la città e i suoi desideri stanno venendo (e non così lentamente) cancellati.

In copertina,  Herbert Schmalz, "Zenobias last look on Palmyra"

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