Battaglia notturna alla Biennale di Venezia



LORENZO BARBERIS

Ripropongo oggi un altro racconto del mio amato Buzzati (vedi qui alcuni miei appunti sull'autore), di nuovo relativo all'ambito dell'arte, come "Il critico d'arte" (che avevo pubblicato qui). Una satira sull'arte contemporanea (di cui Buzzati era estimatore, in realtà) simile al primo racconto, ma espresso in forma più narrativa e più fantastica. Non ci sono qui molte note gustose d'aggiungere: l'eccesso di Verdi e Viola - o comunque una tavolozza sbilanciata - era accusa frequente agli impressionisti, che a volte (almeno nella leggenda...) non aveva valenza espressiva ma derivava dalla povertà materiale della tavolozza, della difficoltà di comprare i colori. E tutto in Ardente Prestinari (nome simbolico: Ardente, bruciante della sacra passione dell'arte) rimanda agli impressionisti, come si vede nelle possibili ispirazioni del suo quadro. Le "figure filiformi" del finale mi hanno fatto pensare a quelle di Pierpaolo Viberti, giovane artista di Mondovì che trovo interessante (vedi qui). Ecco quindi il racconto suddetto.

*

Stabilitosi per l'eternità nei campi elisi, il vecchio pittore Ardente Prestinari manifestò un giorno agli amici l'intenzione di scendere sulla Terra per visitare la Biennale di Venezia dove, a due annì dalla morte, gli era stata dedicata una sala.

Gli amici tentarono di dissuaderlo: "Lascia perdere, Arduccio" (era il vezzeggiativo che aveva sempre portato in vita). "Tutte le volte che uno di noi scende laggiù, sono amarezze. Non pensarci, rimani qui con noi, i tuoi quadri li conosci e sta pur certo avranno scelto i peggio come al solito. E poi, se parti, chi farà stasera il quarto allo scopone?"

"Vado e torno" ribadì il pittore e si precipitò al piano di sotto dove vivono gli uomini vivi e si fanno esposizioni di arti belle.

Arrivare sul posto e scovare fra le centinaia di sale quella dedicata a lui fu questione di secondi.

Ciò che vide lo lasciò soddisfatto: la sala era spaziosa e situata lungo il percorso obbligato, su una parete il suo nome campeggiava con le due date, di nascita e di morte, e i quadri per la verità erano stati scelti con più discernimento di quanto avesse sperato. Certo, ora che li esaminava con la mentalità di defunto, per così dire sub specie aeternitatis, gli saltavano agli occhi una quantità di difetti e di errori che da vivo non aveva mai notato. Avrebbe avuto l'impulso di correre a prendere i colori e di rimediare sul posto in fretta e furia, ma come fare? I suoi arnesi da pittore, ammesso che esistessero ancora, chissà dove erano andati a finire. E poi non sarebbe successo uno scandalo?

Era un giorno feriale, tardo pomeriggio, visitatori pochi. Entrò un giovanotto biondo, straniero senza dubbio, probabilmente americano. Diede un'occhiata circolare e con un'indifferenza più oltraggiosa di qualsiasi insulto, passò oltre.

"Il bifolco!" pensò Prestinari. "Va a cavalcare vacche nelle tue praterie invece di visitare mostre d'arte!"

Ecco una giovane coppia, presumibili sposi in viaggio di nozze. Mentre lei si aggira con la caratteristica espressione atona e spenta dei turisti, lui si ferma, interessato, dinanzi a una piccola opera giovanile del maestro: una viuzza di Montmartre con il fatidico sfondo del Sacré-Coeur.

(Il Sacre Coeur visto da Renoir, 1896)

"Dev'essere di modesta levatura, il giovanotto" Prestinari si dice "eppure la sensibilità non gli manca. Anche se di modeste dimensioni, questo è proprio uno dei pezzi più notevoli. Si vede che la straordinaria delicatezza dei toni lo ha colpito."

Altro che delicatezza di toni. "Vieni qui tesoro" dice il giovane alla sposa. "Garda un po'! Manco a farlo apposta."

"Che cosa?"

"Ma non ti ricordi? Tre giorni fa, a Montmartre. Quel ristorante dove abbiamo mangiato le lumache. Guardalo qui. Proprio su quest'angolo" e fa segno al quadro.

"E' vero, è vero" esclama lei, rianimata. "Però ti confesso che a me sono rimaste sullo stomaco."

Ridendo stupidamente, se ne vanno.

E' la volta di due signore cinquantenni accompagnate da un bambino. "Prestinari" dice una leggendo ad alta voce il nome "Che sia parente dei Prestinari che abitano sotto di noi? Sta fermo Giandomenico, non toccare con le mani!" Esasperato dalla stanchezza e dalla noia, il bambino infatti sta cercando di staccare con le unghie un groppo di colore che sporge da un Tempo di mietitura.

Pizarro, "Mietitura"

In quel mentre Prestinati ha un tuffo al cuore vedendo entrare l'avvocato Matteo Dolabella, suo vecchio e caro amico, assiduo frequentatore della trattoria artistica di cui egli era stato uno dei personaggi più brillanti. Lo accompagna un signore sconosciuto.

"Oh, Prestinari! " esclama compiaciuto Dolabella. "Gli hanno dedicato una sala, meno male. Povero Arduccio, sarebbe felice se potesse essere qui; una intera sala solo per lui, finalmente, lui che da vivo non era mai riuscito ad ottenerla! E come ci soffriva! Lo conoscevi tu? "

"Personalmente no." risponde il signore sconosciuto "devo averlo visto una volta. Era un tipo simpatico, vero? "

"Simpatico? Più che simpatico. Un causeur affascinante, una delle persone più intelligenti e spiritose che abbia mai conosciute. Le sue frecciate, i suoi paradossi! Delle serate indimenticabili si passavano con lui! Il meglio del suo ingegno si può dire lo spendesse con gli amici, chiacchierando! Sì, certo, come vedi, anche i suoi quadri hanno del buono, o meglio avevano, è un vecchiume ormai questa pittura! Dio mio, quei verdi, quei viola, fanno legare i denti, verdi e viola erano la sua manìa, non gli pareva di scaricarne mai abbastanza sulla tela, povero Arduccio, coi risultati che tu vedi. " Sospirò, scuotendo il capo e cercò nel catalogo.

Monet, "Giardino". Verdi e viola non erano mai abbastanza...

Fattosi da presso. Prestinari allungò l'invisibile collo per vedere cosa c'era scritto. Vide una mezza pagina di presentazione firmata Claudio Lonio, altro suo intimo amico. Con altrettante strette al cuore, lesse alcune frasi di sfuggita: "rilevata personalità ardenti anni giovanili della Parigi della tramontante Belle Epoque che gli valse i più aperti riconoscimenti della non dimenticabile apporto a quel moto di nuove idee e di audaci tentativi che un posto e non degli ultimi nella storia del ".

Ma Dolabella, chiuso il libro, già si avviava nella sala successiva. "Che caro uomo!" fu il suo ultimo commento.

Lungamente i custodi andati, sempre più buio, tutto deserto e stranamente inutile Prestinari restò a contemplare quella sua estrema gloria, dopo la quale mai e poi mai lo capiva benissimo ci sarebbe più stata una sua mostra personale. Fallito! Avevano ragione i suoi amici lassù dei campi elisi: era stato uno sbaglio ritornare. Non si era sentito mai tanto infelice. Con che superbia, sicurezza di se stesso, una volta resisteva impavido all'incomprensione della gente, con che risate rispondeva alle più maligne critiche. Ma allora aveva dinanzi a sé un futuro, una indefinita serie di anni disponibili, una prospettiva di capolavori uno più bello dell'altro che avrebbero sbalordito il mondo. Mentre adesso! La storia era finita, né gli sarebbe mai concesso più di aggiungere sia pure un solo colpo di pennello, e ogni giudizio sfavorevole gli doleva con l'acerba pena della condanna che non ha rimedio.

In tanto sconforto, si riscosse d'impeto il suo temperamento battagliero. " I verdi e i viola? E io starei qui a mangiarmi l'animo per le asinerie di Dolabella? Quell'idiota, quel cafone, che di pittura non ha mai capito un'acca? Lo so ben io chi gli ha stravolto il cranio. Gli anti-figurativi, gli astrattisti, gli apostoli del verbo nuovo! Anche lui si è accodato alla masnada e si lascia menare per il naso. "

La collera, che già da vivo lo prendeva alla vista di certe pitture d'avanguardia, si rinnovò, riempiendogli l'animo di fiele.

Per colpa di questi scalzacani egli era convinto l'arte vera, quella ancorata alle gloriose tradizioni, oggi veniva disprezzata. La malafede e lo snobismo, come succede spesso, avevano vinto la partita, sconfiggendo gli onesti.

"Pagliacci, istrioni, venditori di fumo, opportunisti! " dentro di sé imprecava. " Qual è il vostro lurido segreto per darla a bere a tanta gente e ottenere nelle grandi mostre la parte del leone? Garantito che anche quest'anno qui a Venezia, siete riusciti ad avere il meglio e il buono. Voglio cavarmi il gusto di vedere!"

Brontolando lasciò la sua sala scivolando verso gli ultimi reparti. Era ormai notte, ma il plenilunio batteva sui vasti lucernari diffondendo una fosforescenza quasi magica. Via via che Prestinari procedeva, nei quadri appesi alle pareti avveniva un progressivo mutamento: le classiche immagini i paesaggi, le nature morte, i ritratti, i nudi sempre più si deformavano gonfiandosi, allungandosi, torcendosi, dimenticando l'antico decoro finché a poco a poco si rompevano perdendo completamente ogni traccia della primiera forma.



Ecco le ultime generazioni: sulle tele, per lo più immense, non si scorgevano che confusi grovigli di macchie, spruzzi, ghirigori, veli, vortici, bubboni, buchi, parallelogrammi e ammassi viscerali. Qui trionfavano le scuole nuove, i giovani e rapacissimi pirati della dabbenaggine umana.

" Ps, ps, maestro!" bisbigliò qualcuno nella arcana penombra. Prestinari si fermò di scatto, come al solito pronto alla discussione o alla battaglia. " Chi c'è? chi c'è? "

All'unisono, da tre quattro parti gli risposero, crepitando, triviali versi di dileggio. Seguirono rotte risate e un'eco di fischiolini che si persero in fondo all'allineamento delle sale.

"Ecco quello che siete!" tuonò Prestinari, a gambe larghe, gonfiando il petto come per resistere a un assalto "Dei teppisti da trivio! Impotenti, rifiuti dell'Accademia, imbrattatele da casa di salute, fatevi avanti se ne avete il fegato!"

Ci fu una lieve sghignazzata e, accettando la sfida, giù dalle tele scesero affollandosi intorno a Prestinari, le più enigmatiche parvenze: coni, globi, matasse, tubi, vesciche, schegge, cosce, ventri, glutei, dotati di particolare autonomia, pidocchi e vermi giganteschi. E fluttuavano in danza beffarda sotto il naso del maestro.

"Indietro, pallonari, adesso ve le suono io! " Con l'energia strapotente dei vent'anni, chissà come ritrovata, Prestinari si avventò contro la folla, menando botte da orbi. " Là, tieni questa, e questa! Carogna, vescicone, maledetto!" I pugni affondavano nell'eterogenea massa e con giubilo il maestro constatò che sgominarla sarebbe stato facile. Le astratte parvenze, sotto i colpi si sbriciolavano o crepavano dissolvendosi in una specie di pantano.

Fu una strage. In mezzo ai detriti, finalmente Prestinari si fermò, ansimando. Un superstite frammento come una clava gli sbatté sul viso. Lo ghermì al volo, con le potenti mani, lo scaraventò in un angolo, ridotto a un cencio inerte.



Vittoria! Ma proprio dinanzi a lui quattro informi spettri stavano ancora ritti con una sorta di severa dignità. Una debole luce ne emanava e al maestro parve di riconoscervi qualcosa di caro e familiare, riecheggiante da anni remotissimi. Finché comprese. In quei grotteschi simulacri, così dissimili da ciò ch'egli aveva dipinto nel corso della vita, palpitava tuttavia il divino sogno d'arte, lo stesso ineffabile miraggio ch'egli aveva inseguito con testarda speranza fino all'ultima sua ora. C'era dunque qualcosa di comune fra lui e quelle infrequentabili creature? In mezzo a furbacchioni in malafede esisteva dunque qualche artista onesto e puro? O addirittura non potevano essere costoro i geni, i titani, i beniamini della sorte? E un giorno, per mano loro, ciò che oggi non era che follia, si sarebbe trasformato in bellezza universale? Da quel galantuomo ch'era sempre stato, Prestinari li osservò interdetto con una improvvisa commozione.

"Ehi, voi" disse in tono paterno "su da bravi, tornate dentro ai quadri, che non vi veda più. Avete anche ottime intenzioni, non dico di no, ma siete su una cattiva strada figli miei, una pessima strada. Siate umani, cercate di prendere una forma comprensibile! "

"Impossibile. Ciascuno ha il suo destino." sussurrò con rispetto il più grosso dei quattro fantasmi, fatto di una intricata filigrana.

"Ma cosa potete pretendere combinati come siete oggi? Chi vi può capire? Belle teorie, fumo, difficili parole, che sbalordiscono gli ingenui, questo sì. Ma in quanto ai risultati, ammetterete che finora..."



"Finora, forse" rispose la filigrana "ma domani..." E c'era in quel "domani" una tale fede, una potenza così grande e misteriosa, che rintronò nel cuore del maestro.

"Be', che Dio vi benedica" mormorò. "Domani domani... Chissà. In un modo o in un altro ci arriverete per davvero."

"Però che bella parola 'domani' " pensò Prestinari, che non poteva pronunciarla più. E per non lasciar vedere che piangeva, corse fuori, anima in pena, galoppando via sulla laguna.

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