Femministe. Una storia di oggi.


LORENZO BARBERIS.

"Femministe. Una storia di oggi" è il bel fumetto di Antonella Selva per "Edizioni NuovaS1", un piccolo editore che pubblica anche fumetto nella sua collana "Il Girovago", concedendo in prevalenza spazio a un fumetto realistico che affronti temi e problemi del mondo d'oggi. Una linea che ha caratterizzato alcune delle maggiori novità del mondo del fumetto degli ultimi anni, a partire da un editore come Beccogiallo passando per altri esperimenti di questo tipo, all'interno del quale il Girovago ha saputo trovare un suo taglio personale.

"Femministe", come si intuisce già dalla significativa copertina, si sviluppa in tre atti, corrispondenti ognuno a una delle tre protagoniste della storia: Irma, professoressa italiana di un ITC, che proviene del femminismo storico delle lotte degli anni '70; Hayat, che viene dal Marocco e lotta con grande coraggio per aiutare la sua famiglia, e Afkar, nata in Italia da famiglia marocchina, allieva di Irma.

Le tre storie, le tre generazioni, le tre identità si intrecciano, incontrandosi e scontrandosi, costruendo insieme un'unica storia che forma un'interessante riflessione sui femminismi oggi.


Dal punto di vista del medium fumetto, "Femministe" adotta come base una griglia italiana tradizionale, ma non esita a modificarla per seguire nel modo ideale la narrazione man mano che procede, con frequenti "splash pages" a sottolineare i momenti più drammatici e significativi, e spesso tavole con vignette "affastellate" per mostrare un passaggio più "corale", come una manifestazione di piazza o un altro momento "collettivo" (p.12).

Le parti ambientate nel passato di Hayat sono rese con un chiaroscuro acquerellato che riesce ad evocare, anche nell'assenza del colore, la luminosa ariosità del Marocco e la grandezza - appena sussurrata, sullo sfondo - dell'architettura araba. Come apparirà anche nelle altre due storie intersecate a questa, non vi è esitazione, comunque, nel mostrare anche i "chiaroscuri" del Marocco d'oggi e le contraddizioni comunque presenti, che vengono resi anzi senza infingimenti e senza compiacimenti, in un linguaggio documentario che riesce a mantenersi in un sottile e difficile equilibrio.

Lo aiuta, per certi versi, il segno dell'autrice, dotata di un disegno preciso e morbido al tempo stesso, che sa mostrare le asperità senza compiacersene o farle diventare predominanti. Così una storia anche dolorosa come quella di Hayat fa emergere, per contro, soprattutto la forza vitale di questa donna, colta attraverso una sua nobile bellezza che ricorda (nella differenza radicale di stili, a parte il - comunque diverso - uso dell'acquerellato) certe donne arabe e africane di Hugo Pratt.



Per la storia di Afkar, la terza inserita nel percorso, torna invece la scelta di un bianco e nero tradizionale, con tavole che sanno anche rendere, col tratto, l'umorismo di certe situazioni drammatiche (mi viene in mente la lezione di Will Eisner, che in effetti nel suo ciclo newyorkese mostra con simile garbata ironia ebraica, nel tratto, le difficoltà degli ebrei in una New York anni '30 che accoglie ma sospetta, tra mille difficoltà e il soffio sempre gelido dei razzismi, allora e ora).

Afkar è iconicamente perfetta, con la sua massa selvaggia di ricci neri, nel mostrare il dilemma del velo, spartiacque simbolico importante nel dibattito, nel dialogo e anche nel conflitto dei "femminismi", qui messo in scena, di nuovo, senza dissimulazioni e senza un finale troppo "rassicurante", conciliatorio: le tre storie che si intrecciano si chiudono in un momento di festa, con un segno positivo, ma i conflitti latenti non sono risolti, la simmetria narrativa non è chiusa in modo di dare ragione della problematicità del reale.

(Per quel che può valere, nella mia esperienza di insegnamento devo rilevare la notevole precisione veristica nell'imbastire il discorso, per quanto riguarda il confronto/conflitto interno alla scuola: il che dimostra una notevole abilità di sintesi dell'autrice e una buona conoscenza delle reali dinamiche del mondo scolastico, che è spesso un "altrove" sconosciuto ai media, e non solo a TV e cinema ma, spesso, anche a fumetto e letteratura "impegnati", di solito con opposte stigmatizzazioni/idealizzazioni).


Trovo quindi un fumetto come "Femministe" significativo e importante. Significativo, perché rispetto all'ambito televisivo spesso il fumetto azzarda ricomprensioni del reale meno banali, anche nel genere popolare, e ancor più nel "cinema su carta" prattiano del fumetto d'autore.

Penso ad esempio, su un tema simile, a quanto sta avvenendo in Dylan Dog, con l'inserimento di Ranja, un detective donna di origine islamica nella polizia londinese, personaggio tutt'altro che banale e stereotipato, anche se non ha ancora manifestato appieno le sue potenzialità. Va anche detto, onestamente, che vi sono state "resistenze" minoritarie, nella gran massa dei lettori di un fumetto popolare, obiezioni non prive di sfumature destroidi, pure in un fumetto che ha ricevuto dal suo autore, Tiziano Sclavi, una netta marca "progressista". La strada, anche nel fumetto, è ancora lunga e complessa.

Per questo, appunto, una riflessione del genere è preziosa, e questo "Femministe" è un tassello di un affresco che è importante venga tracciato, che venga detto - anche nell'ambito fumettistico - con una pluralità di linguaggi e di visioni.

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