Intervista a Roberto Recchioni



LORENZO BARBERIS.

Come credo sappia chi segue la parte fumettistica del mio blog, ho apprezzato il lavoro di Roberto Recchioni su "Dylan Dog" e su "Orfani". In particolare quest'ultima serie costituisce un'innovazione notevole nell'ambito del fumetto bonelliano, e ora - nel passaggio tra seconda e terza stagione (vedi qui) - ho chiesto a Recchioni di poterlo intervistare su alcuni punti che mi incuriosivano, e lui è stato così gentile da concedermelo. Questa è l'intervista che ne è seguita: mi ha chiarito alcuni dubbi che avevo sull'opera, confermato alcune impressioni, altre decisamente no. Dato che mi diletto a stendere una critica fumettistica delle mie opere preferite, ho trovato il confronto molto interessante, e ringrazio davvero l'autore per la sua disponibilità.


Il primo aspetto evidente di Orfani è, naturalmente, l’adozione del colore su un’intera serie. In occasioni precedenti la scelta del colore sembrava in Bonelli a grandi linee “naturalistica”, qui invece appare fortemente simbolica sull’asse rosso/azzurro. Perché questa scelta?


Abbiamo scelto di usare il colore come mezzo narrativo ed emozionale. Il colore serve la storia e le emozioni. Il realismo e l'approccio naturalistico non ci interessavano perché depotenziavano uno strumento a nostra disposizione. Per questo abbiamo chiesto ai nostri coloristi di creare un linguaggio tutto nostro.

Credo che lo abbiano fatto benissimo. Ed è un linguaggio che cambia e muta a seconda di quello che raccontiamo, a dimostrazione di quanto sia versatile.


Se l’innovazione del colore è quella più evidente, trovo che vi sia stato anche un lavoro sulla "gabbia", andando a modificare il modo bonelliano di declinare l’incastro di vignette. Oltre alla logica funzionalità alle storie, c’è una estetica più ampia e precisa nelle scelte adottate (e in quelle escluse: ad esempio, non si recupera molto dal “taglio” nipponico)?


Anche qui la risposta è molto semplice: facciamo nostra l'esperienza di autori come Sclavi e Eisner e usiamo ogni singolo elemento del fumetto per raccontare una storia. Non c'è nessuna preclusione verso nessun tipo di gabbia o struttura. Cerchiamo di usare quella più efficace per raccontare qualcosa, sia in termini narrativi, sia in termini emozionali.


Un altro elemento evidente è un uso della violenza non gratuito, ma oggettivamente maggiore degli standard bonelliani, veri o presunti. È curioso notare tra l’altro che nel “tuo” rinascimento dylaniato l’elemento splatter non è stato il fulcro del “downgrade”, mentre qui non vi è problema a creare scene forti soprattutto psicologicamente. Quale la motivazione, stante oltretutto la comune regia?


Orfani è una storia che parla moltissimo di ragazzi. E di quello che il sistema fa ai ragazzi. Adesso, per me, la dimostrazione più cristallina che un sistema sia crollato è quando espone intenzionalmente le future generazioni alla violenza della guerra. Non parlo della violenza propria dell'età dell'infanzia e dell'adolescenza, ovviamente, ma della violenza degli adulti. La violenza di quel tritacarne che chiamiamo “sistema”.


Il mondo di Orfani è in continuità con una miniserie di fantascienza bonelliana, ai tempi molto discussa online e ricca di elementi interessanti: “Caravan” di Medda. Solo un gioco letterario, o è la spia di una dialettica tra le due serie, che hanno dei temi in comune?


No, solo un gioco. Il piacere di unire un paio di fili dell'universo Bonelli. In realtà poi, pur rispettando moltissimo Medda come autore, sono praticamente antitetico al suo approccio alla narrazione e alla sua poetica.


La seconda stagione, appena conclusa, instaura un dialogo con Watchmen di Alan Moore tramite il filo conduttore degli estratti de “Il mondo dopo la fine” della Juric (mi ricorda anche le City News del primo Nathan Never ). Anche qui: il puro utilizzo di uno strumento, o un modo di istituire un parallelo con uno (o entrambi) questi fumetti?


Quando ho deciso di scrivere quei capitoli avevo chiaramente in testa le parti letterarie di Watchmen.


Per concludere: all’apparenza, il “non facciamo arte” potrebbe essere letto come orgogliosa appartenenza al popolare. Però in Orfani, rivolto anche a un pubblico giovane, sembra esserci anche molta letteratura, tra cui l’esplicita citazione finale di Poe, anche relativamente ampia. Perché questa scelta?



E' una frase provocatoria che contiene molta della mia filosofia di narratore. Credo che se avessimo chiesto a Poe se faceva arte, lui si sarebbe fatto una risatina e si sarebbe stretto nelle spalle. E lo stesso sarebbe accaduto con Conrad e tutti i grandi di un certo tipo di narrativa. La verità è che facciamo storie. E le facciamo al meglio che possiamo.

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