Orfani: Nuovo Mondo. L'Aliena.


LORENZO BARBERIS.

Come quando una grossa nebbia spira,
o quando l’emisperio nostro annotta,
par di lungi un molin che ’l vento gira,

veder mi parve un tal dificio allotta;
poi per lo vento mi ristrinsi retro
al duca mio, ché non lì era altra grotta. 

(Dante, "Inferno", XXXIV)

Spoiler alert, as usual.

Giunge alla terza stagione "Orfani", la serie a colori della Bonelli ideata da Roberto Recchioni. Ancora una volta, come già per la seconda stagione, si è adottata la scelta di azzerare la numerazione e ripartire da un nuovo numero uno, cambiando anche parzialmente il titolo della serie.

Se "Ringo" aveva introdotto uno stacco di vent'anni, in "Nuovo Mondo" il salto è di pochi secondi e le vicende continuano senza soluzione di continuità.

Bella la cover di Matteo De Longis, che ci introduce la superstite protagonista Rosa; anche questa scelta rimanda la volontà di stacco tra le stagioni, che in precedenza avevano visto come copertinisti Carnevale e l'ideatore grafico della serie, Mammuccari.


De Longis aveva avanzato anche una proposta di cover ancor più innovativa, che è stata comunque diffusa online, ma non adottata. Una cover che ricorda, per certi versi, la maggiore sintesi visiva adottata dalle cover BAO, mentre l'attuale copertina, pur molto bella, è più "in continuità" col canone eroico bonelliano, pur aggiungendovi forti elementi di sintesi visiva.

La cover interna di Emiliano Mammuccari riprende la stessa scena, in sostanza, nella differenza dei due segni, e all'interno al "libretto rosso" della Juric si sostituiscono le pagine del diario di Rosa.

"La voce del nuovo mondo" ci accoglie subito con spregiudicata propaganda, dove alla consueta giornalista della Terra (che a me ricorda quella usata da Luca Enoch nella sua Sprayliz, con analoga funzione di giuliva voce del potere ufficiale) si affianca nel "New World" Order un tizio dall'aria militare e in camicia nera, segno dell'evoluzione ovvia verso il totalitarismo.

Le foto di Ringo catturato ricordano non a caso quelle dei "briganti" meridionali eliminati dall'esercito d'occupazione sabaudo e poi esposti da morti in foto macabre e inquietanti (ma anche il colonialismo ne ha diverse di simili).

Per il resto, la metafora politica, da sempre presente in Orfani, diviene qui totalmente evidente in questo primo numero che, pur portando il segno di Recchioni, vede l'affiancamento di Luca Vanzella alla sceneggiatura, autore che era già apparso sul numero 7 di "Ringo", e qui chiamato a una prova importante nel co-dirigere l'avvio di serie (che in precedenza Recchioni aveva sempre avocato a sé).

Gli scafisti spaziali che sono carnefici e vittime di un sistema spietato, la propaganda plastificata di un illusorio liberismo sotto cui si cela la spietatezza di un regime ormai militare, i massacri di clandestini spaziali abbattuti a colpi di missile (la testata del razzo di 14,i è un Occhio spalancato di orrore puro), il rifiuto categorico dei clandestini dello spazio, tutto diviene metafora estremamente evidente: è però un materiale di partenza sulla base del quale ci aspettiamo che poi si giochi, come nelle altre serie, a spiazzare.

La nave spaziale che difende il Planeta Nostrum dell'impero della Juric ha tutto equipaggio femminile (22,i): una citazione probabile del capostipite del genere, "Fanteria dello spazio", dove di prevalenza l'equipaggio delle navi è femminile.

Sullo stile dell'impostazione di tavola, per ora, trovo confermata la transizione operata in Ringo: l'uso più libero della griglia bonelliana come fatto ormai consueto che, salvo rare tavole, non ha nemmeno più carattere programmatico, ma si fa uso "quotidiano" delle stesse.

Anche le scelte cromatiche (colorist, Annalisa Leoni) si confermano nel contrasto tra i campi cromatici del rosso e dell'azzurro già evidenziati nelle serie precedenti, con sfumature variabili di significato dove, tuttavia, pare prevalere come al solito una metafora retrostante azzurro/spietata freddezza tecnocratica VS rosso/fuoco-sangue-ineliminabile e violenta resilienza del fattore umano. Il che non vuol dire che manchino tavole ad effetto, come ad es. p.75, con notevole sintesi di astrazione; ma solo quando strutturalmente essenziali alla storia, meno per paradigmatica innovazione (più necessaria nelle serie precedenti).

I disegni di Gigi Cavenago, già apparso su Orfani in "Primo Sangue", e copertinista di Old Boy, la nuova testata dylandoghiana della curatela Recchioni, sono perfetti in quello stile che già trovavamo in De Longhis: l'innovazione di un tratto di sintesi ma declinato in continuità con la tradizione bonelliana, oltremodo efficace e al pieno servizio della storia (che nel fumetto non è ovviamente, se ci fosse bisogno di precisarlo, una demenutio, ma un merito).

L'assalto delle tre fiere (28,i) è dantesco, e ci mostra una Rosa caduta nel suo inferno (il nome, rimasto isolato dagli altri tre, ha ovviamente una forte valenza simbolica che predata il complottismo da new world order rusicrociano attuale e rimanda alla mistica del femminile sacro medioevale, a partire da quel Roman de la Rose tradotto pare da Dante).

L'arrivo di Host, supporto tecnologico, può avere (se vogliamo sviluppare il parallelismo) un valore vagamente virgiliano (si pone come - sia pur inefficace - guida nel Nuovo Mondo da esplorare), raddoppiato dalla presenza di un'Ombra che, fin dall'inizio, il lettore capirà in fondo come tale. Una guida virgiliana scissa come la mente di Rosa, messa a dura prova dal lungo perdurare di orrori cui è sottoposta.

I Cani, derivanti dal progetto di ricerca degli Orfani ma - in una decadenza macchinica che pervade l'intera serie - ormai limitati alla parte robotica, senza più inserti umani - amplificano le Tre Fiere (quattro, ma subito Rosa elimina l'intercettore meno pericoloso) e diventano una sorta di multiplo Cerbero che robotizza, almeno come suggestione, il volto dell'Aliena per eccellenza, la Madre di Alien (Tra l'altro, come da citazione in apertura, il tema del demoniaco come macchina è già mediovale: lì è Dante che vede da lontano Lucifero, per dire).

Qui invece l'Aliena del titolo è, ovviamente, e con amaro sarcasmo, la protagonista Rosa, l'unica a conservare un brandello di umanità in un mondo che della spietatezza per sopravvivere ha fatto la sua legge ma anche la sua scusa per la discesa intenzionale negli Inferi.

Se vogliamo proseguire questo gioco di paralleli (ma siamo nella sovrainterpretazione ludica, ovviamente) la Juric è una Beatrice rovesciata, ed è infatti lei che vuole Rosa sul pianeta (86,iv: ergo ha piani più ampli su di lei che ucciderla). Il che, se reggesse la dinamica dantesca, il già poco fidato Host (42,ii) diventerebbe un suo plausibile strumento.

Se la Juric è una Beatrice Infera, Dannatrice per Rosa e l'Umanità, in positivo vanno colte le forze che la osservano dall'Albero della Pene (il Luogo Assoluto delle storie recchionane), e che potrebbero - anche solo simbolicamente, non necessariamente in modo magico-mistico - aver inviato l'ombra di Ringo come "Virgilio Positivo" (tra l'altro, l'Albero delle Pene altrove in Recchioni richiama più Callot, come in Mater Morbi e John Doe: qui invece - 76,i -è luogo positivo, post-sofferenza terrena, e se volessivo giocare ancora con gli archetipi danteschi potrebbe essere l'Eden, sommità senza dolore del Purgatorio, con gli Orfani sul punto di staccarsi dalle cose terrene verso l'Empireo, ma ancora legati dal frammento che li collega - anche carnalmente... - a Rosa. Prima che Nué beva dall'Eunoé, insomma, c'è un ultimo passaggio da fare.

Recchioni/Vanzella esplicitano il riferimento dantesco (81,iii) e specificamente virgiliano di Ringo (tra l'altro, il numero 9 associato ad Host - 92,i ad esempio - potrebbe essere il segno dell'oscura Beatr-IX, la Juric, come lo è della trasfigurata Bice di Portinari nel Dante dalla Vita Nova in poi), con una parziale uscita dall'Inferno che ovviamente si prepara solo a farlo ricominciare nel prossimo albo, e ci si lascia col consueto colpo di scena finale in grado - come sempre - di complicare i piani della Macchina con l'irriducibilità della Carne.

Il gioco dantesco, tra l'altro, era  alla base di Nathan Never (all'inizio "Nathan Nemo", con un rimando a Kubrick, Verne e Dante poi seguito nell'opera) e sviluppato centralmente in "Inferno". L'ampiezza dell'opera, la prima grande fantascienza italiana a fumetti, aveva poi reso a mio avviso più lasca la rispondenza allegorica imbastita, con l'evolversi seriale del fumetto; ma era indubbiamente anche là un punto di forza.

Non so se il rimando sia voluto (dopo il cosmo neveriano, Orfani è la nuova grande SF bonelli, con rispetto per tentativi interessanti ma che non hanno inciso come Gregory Hunter, Brad Barron e la mini di Caravan, con cui Orfani è in continuità) ma del resto i testi parlano tra di loro anche oltre all'intento dell'autore.

Albo iniziale quindi decisamente interessante; possibilissimo che la complessità che sottende non sia quella che intendo io, ma comunque è un fumetto che si pone come testo complesso, intrattenimento a un primo livello ma congegnato in modo da aprirsi a letture più ampie, se il lettore lo vuole (ho seguito poco, ad esempio, la metafora politica di cui ho accennato all'inizio). Una "macchina per produrre interpretazioni", come vuole Eco del romanzo postmoderno. E delle macchine del cosmo di "Orfani" bisogna sempre avere paura.






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