Dylan Dog 350 - Lacrime di Pietra



LORENZO BARBERIS

Spoiler Alert, as usual. Analisi passo passo: leggere prima l'albo.

Il Dylan Dog 350 è il primo importante landmark della serie che cade sotto la gestione Recchioni (ed è anche un ottimo post di Halloween per il blog). Come di consueto (n. 300,250,200: ma non 150, ai tempi) è celebrato con una storia a colori.

La storia è assegnata questa volta a Carlo Ambrosini: per la prima volta abbiamo un celebrativo nelle mani di un autore completo, lo stesso che, nel 325, aveva firmato con "Una nuova vita" l'avvio del Rinascimento Dylaniato. Con questo salgono a quattro gli albi di "Ambrosini autore" su Dylan Dog (oltre a vari capolavori del personaggio, come disegnatore, a partire da "Canale 666"): due nell'età storica, sulla soglia del paradigmatico "numero 100" (il 97 e il 108), dove con "Dietro il sipario", come ci ricorda l'amico Cutter, si palesava già il suo culto metaletterario per il palcoscenico (là il teatro, qui la danza). Inoltre, questo è il primo Ambrosini "lungo" a colori (era già apparso, nel color fest numero 12, un borghesiano "Il sogno del minotauro"), cosa che indubbiamente rende la storia particolare.

25 numeri, due anni, un primo anno di revisione (fino al 337, anch'esso a colori, per celebrare l'avvio con lo "Spazio Profondo" di Recchioni stesso) e uno di nuove storie legate a una run sul pensionamento di Bloch.

Bloch che qui torna protagonista, della storia ma anche della copertina, come già avvenuto nel numero 200 (e, appunto, nell'albo del pensionamento, al 338) e praticamente mai altrimenti (si eccettua un curioso speciale, ma era il Bloch di un continuum alternativo).

Oltre ai due protagonisti di nuovo fianco a fianco, la cover presenta la statua della santa lacrimante sangue, l'aureola di pietra accostata al nero disco solare lì vicino, coperto dalle nubi. Raramente un elemento cristiano - perfino nei primi albi - era al centro dell'horror dylaniato fin dalla copertina.



Oggettivamente migliore e più fedele sarebbe stata la copertina originalmente prevista per questo celebrativo / non-celebrativo, ma per il lettore occasionale - che questi numeri eccezionali cercano anche di catturare - sarebbe stata meno seducente. Si perde così, inoltre, il suggestivo parallelo che si era creato con l'ultima storia di Sclavi (a parte il celebrativo 250, cento numeri esatti fa): "Marty" (n. 245).





All'interno Ambrosini - nella rara veste del colore di Giovanna Niro) colpisce da subito con tavole potenti e sapienti, spesso mute, come le prime due. In 5.i, la prima vignetta, c'è già tutto il senso di disfacimento che pervade l'albo, e che ritornerà nel drammatico finale.

*

A p.6 vediamo meglio la statua in pietra della scalza pastorella (6.iii), la croce della chiesa dirimpetto a quella dell'ospedale e delle sue ambulanza (6.i-6.ii).

Subito notiamo il confronto-contrasto (ancora muto, 7.i-7.ii) tra Dylan e la statua, di cui scopriamo il nome (7.v), "St. Crispille". Si richiama inoltre la continuity con l'albo precedente in modo - voluto? - piuttosto serrato.

Se lì l'innamoramento di Bloch per la giovane e squilibrata taxidermista era una variazione umoristica (in black humour, of course) della Barbato su questo tema inedito, qui vi è una riproposizione tragica che richiama però (tav. 7) l'episodio appena avvenuto. Bloch è cattolico (8,ii), cosa che risulterebbe coerente con la Pavia mascherata da Londra di Sclavi (con la sua Inghilterra strapiena di preti cattolici), meno con l'idea di un England più british come quella che sembrava emergere dal reboot.

Una perplessità mi viene da 9.i, ma son dettagli: "La beata Crispille è una santa portoghese" è contraddittorio, o almeno mi pare, perché "beata" è il gradino precedente la santità, superato da questo. Comunque non inficia la storia in sé: al limite, una diversa gradazione nell'osare, più limitato su una beata, più grave su una santa (modello di vita cristiana indiscutibile, assoluto, e che in Crispille come vedremo non è). Superfluo aggiungere che, ovviamente, la figura è di fantasia: trovo coraggiosa comunque la riflessione sulla religiosità imbastita, ma ovviamente "scherza coi fanti" resta anche in Via Buonarroti una regola tuttora in vigore.

P.9 ci dà anche il parallelo tra la santa e la giovane omonima (9.ii-9.v), sia nelle immagini che nel testo. Di qui la storia procede con precisione, con giusta lentezza ma inesorabile, per il piano inclinato degli eventi che Ambrosini ha predisposto. A 11.ii citazione (poco elogiativa) di Balotelli e simili. P 12.v dà una buona spiegazione del fenomeno sovrannaturale che si verifica in seguito, abbastanza tra le righe. A p.17.ii Dylan conferma la disillusione dell'amore apparsa nel "Cuore degli Uomini".

I ricattatori di p.22 confermano l'oscuro segreto evocato dalle ultime due striscie di p.21, con un bel gioco di sguardi assenti (le tavole mute sono tra le migliori). La santa inizia a piangere (24): lacrime, non ancora sangue; lacrime che evocano la pioggia che a p.27 la ricopre con una nuova rivelazione (28). C'è qualcosa di pirandelliano in questo inconoscibile (la signora Ponza e la signora Frola vengono subito in mente) delle persone e del loro mistero, che Ambrosini come pochi sa tracciare nel fumetto.



29.v, con la Crispille moderna che sogna Dylan, ma ne sbaglia il colore dei capelli, è un'immagine molto bella. In seppia, Crispille narra a Dylan - e a sé stessa, in verità - l'origine del suo nome, la santa simbolo per eccellenza di sudditanza al maschile. Una Maria Goretti del '700 (30.v) che non riesce a sfuggire alla violenza carnale, tratteggiata nell'iconologia come una Santa Bernadette, pastorella ottocentesca. La connessione con gli agnelli è paradigmatica, specie nella sua trasmutazione, il "secondo racconto" della Leggenda Aurea della santa, che si tramuta già in vita in una terribile Medusa di pietra, in grado di uccidere, se non pietrificare, i suoi assalitori.

L'ipotesi che viene naturale è che nessuno dei due miti sia vero, o meglio: ciascuno solo in parte. Vera l'aggressione spietata del primo racconto, ma falso il suo perdono finale: vera la "strage degli innocenti", il rovesciato "silence of the lambs" con cui gli stupratori fanno la loro fine a p.36: ma non immediato, bensì dopo che Crispille, erratamente beatificata sulla base del perdono mai avvenuto, viene dotata di una prima statua sul luogo del delitto.

Ambrosini, tra le righe e senza (per fortuna) spiegoni finali, mette in scena un mistero abbastanza corretto esotericamente: le statue dei defunti sono in sé pericolose, secondo una certa tradizione spiritica, perché li vincolano al luogo della dipartita, rendendo difficile il loro distacco terreno, e ne aumentano i poteri di interferenza (specie se nei pressi di qualche linea geomantica, o simili). La trasformazione in beata o santa accresce, probabilmente, i poteri spirituali di Crispilla (lo spiritismo prudentemente non ha mai scavato a fondo il tema dei "false saints", almeno pubblicamente...) e ogni nuova statua moltiplica la sua rete di influenza geomantica (cosa che probabilmente si determina anche in una fusione di Crispilla stessa e delle forze ctonie della Dea Mater, "bona dea" solo per invocazione scaramantica, ma in realtà madre che si sa matrigna crudelissima quando provocata).

Ambrosini azzarda forse persino di più, trasformando Crispille in una possibile metafora di tutta la chiesa stessa (p.75, la battuta su "La santa prostituta") o, addirittura peggio (p58.v-vi, ovviamente solo allusione molto indiretta).

La presenza di una Crispille ugualmente vessata dagli altri esseri umani (non violata, ma con una "castrazione simbolica", innegabilmente, nella perdita della vista) aumenta ancora la potenza distruttiva della "Santa" fino alla distruzione totale dei nemici della donna. Però è sottile, in Ambrosini, non svelare il confine di quanto è degradazione voluta dalla Crispille moderna e quanto è suggestionato dalla Crispille del passato (p.77 su tutte, come rivelazione: la scelta di prostituirsi autonoma e non forzata dalla mortifera, bigotta suocera potrebbe essere stata guidata dalla volontà dello spettro di attirare nuove vittime sacrificali con cui aumentare, inoltre, il proprio potere).

Dopo la salvifica crudezza della storia fin qui dipanata, p.80.i-ii è un raro passo meta-letterario di Ambrosini, che sugella il senso di questa storia specifica per la ricorrenza. Lo scontro finale di p.83, a questo punto, richiama simmetrico l'orrore dell'albo precedente: là l'imbalsamazione, il vuoto feticcio, qui la trasformazione in assi di legno, deumnaizzazione totale.

Bellissima p.87 che conferma un uso ormai nuovo della griglia anche in autori che, come Ambrosini, sono maestri indiscussi della struttura bonelliana tradizionale (ampiamente adottata all'albo, ma perfettamente funzionale e variata, appunto, in singole sequenze come questa).

Il finale, dopo belle tavole, in buona parte mute, che chiudono senza molti discorsi il dramma di Bloch, viene usato anche per chiudere in continuity il discorso sul distintivo sequestrato nell'albo 339 (94.v). Il siparietto di continuity è tra le cose meno azzeccate, anche perché, pur essendo ovvio che andava chiuso in questo modo o simili, non mi sarebbe spiaciuta la dedica di un albo alla questione, dove dare più centralità a Tyron e Ranja, due personaggi a mio avviso promettenti, ma non sfruttati nel modo opportuno.

Il finale definitivo, da p.95 in poi, vede il confronto con lo spettro in procinto di lasciare la città (probabilmente per tornare a infestare il Portogallo, sfruttando la maggior presenza in loco di Crispille da possedere e influenzare nei pressi di una statua: quella di Londra, unica, è stata tolta). P.97 affonda ancora la lama della verità crudele nella storia dei personaggi, l'ultima tavola (98) nei pieni canoni dell'horror, quasi a giustificare, in un omaggio formale al genere, l'uso personalissimo che Ambrosini ne fa per parlare - con grande competenza - di temi delicati ed eclettici rispetto al puro genere, e anche rispetto al canone dylaniato stretto, innovato o no.

Intendiamoci: i personaggi sono tutti "in parte", e la dissonanza della storia rispetto all'ordinario non stona affatto. Pare che l'umore di tutti i personaggi sia "volto al nero": Bloch due volte deluso in amore in così breve tempo, e così male; Groucho molto acido verso Bloch (26.i, 58,iv) e ossessionato dal suo cellulare perduto nel numero prima (58.ii); Dylan ormai lontano dall'amore, e tutti gli altri personaggi che sotto una patina di normalità celano una vuotezza e uno squallore impressionanti.

In qualche modo quindi, un 350 "alto" e "altro" rispetto alla serie regolare, ma non celebrativo vuole segnare sempre più l'idea di un Dylan Dog "fumetto d'autore" di nuove libertà espressive, confermato dall'arrivo di Ratigher autore dei testi al 351.


Post più popolari