Paranoid Boyd


LORENZO BARBERIS

Spoiler alert, as usual.

E' uscito per Lucca e ora arriverà in fumetteria un fumetto molto interessante per chi, come me, è appassionato di fumetto fantastico, meglio se con qualche sfumatura esoterica.

Le Edizioni Inkiostro hanno infatti lanciato una nuova serie, "Paranoid Boyd", concepita secondo il nuovo taglio che si è imposto negli ultimi anni, a stagioni narrative, ognuna composta di quattro volumi bimestrali, per un arco narrativo che prevede per ora cinque stagioni.



Soggetto e sceneggiatura sono di Andrea Cavaletto, uno degli interessanti nuovi autori di Dylan Dog, giunto sulla testata bonelliana poco prima dell'avvio del Rinascimento Dylaniato, che continua a vedere diverse sue storie (l'ultima sull'Old Boy attualmente in edicola).

Ai disegni si alternano invece disegnatori diversi: il numero zero, "Dioscuri", è un trailer spiazzante che ci introduce appena la figura di William Boyd, il protagonista, è nella linea nitida ed esatta di Simone Delladio (Dark Horse Comics) e ci conferma subito la connessione del protagonista, affermato pittore newyorkese all'inizio della vicenda, con la Grande Paranoia che ha segnato - e, a mio avviso, a lungo segnerà - il nostro millennio.


Il numero uno, "Il doppio castigo di Adamo ed Eva" (il tema del doppio, inestricabile da quello della paranoia, percorre questi primi albi e segna presumibilmente la serie) è, ovviamente, più ampio. 
La cover è della guest star Lucio Parrillo, ma con variant di Blake Malcerta, illustratore digitale inglese che sarà il copertinista ufficiale della serie stessa.

Alle matite troviamo Renato Riccio, con un segno elegante e nervoso che evoca immediatamente la forte inquietudine ospedaliera con cui si apre l'albo. 

La sequenza - tesa ma improntata ancora a un sobrio realismo - culmina poi in una splash page di rara efficacia splatter, che ci introduce subito il dubbio sulla sanità mentale del protagonista che il titolo non ha fatto nulla per fugare. Freud o Lovecraft? Non ci è dato, subito, di sapere.

Leggendo l'albo (ma già la seconda vignetta del numero zero è paradigmatica, in questo) si può apprezzare la forza espressiva del fumetto italiano per certi versi molto classico - sia pure nella declinazione personale che Cavaletto ne fornisce - ma quando può rinunciare appieno a certe cautele e abbandonarsi appieno a certe crudezze che nel fumetto anglosassone risalgono perlomeno agli anni '80 di Alan Moore e Constantine (e che da noi portano, quasi inevitabilmente, a una destinazione 18+).

La sequenza finale del primo capitolo ritorna ancora una volta alla narrazione di Boyd (ciò che vediamo, lo sappiamo dal suo discutibile racconto), ormai invecchiato rispetto alla sequenza del numero zero (sono passati una quindicina d'anni, possiamo presupporre) ma ancora pittore e sempre più preda delle sue psicosi.

La Variant del numero uno, di Blake Malcerta.

"Sulle scogliere della rovina", il secondo capitolo, per i disegni di Francesco Biagini, introduce visualmente un terzo stile di disegno ancora differente dai primi due, inserendo contrasti nettissimi di bianchi e di neri che non possono che far pensare al Sin City di Frank Miller (che riprende comunque una ben più ampia tradizione visiva).

Lasciando spazio alla potenza visuale di questo tormentato contrasto di bianchi e neri, che ben evocano la notte di tempesta materiale e morale di Boyd, la trama si fa molto asciutta, essenziale, con grandi e drammatiche tavole mute. La crudeltà con cui Cavaletto si accanisce sul suo protagonista (con l'aiuto essenziale di un disegno sempre perfettamente rispondente) è encomiabile per la durezza e l'esattezza del taglio.

Tanto più che l'autore fa propria la dichiarazione di Flaubert, adattata alla bisogna, scrivendo nell'introduzione: "William Boyd, il protagonista, sono io. Sono io in situazioni in cui spero davvero di non trovarmi mai. William Boyd è una versione distorta di me. E' un uomo che è completamente vittima dei suoi demoni."

Affascina quindi il doppio piano tra reale e immaginario su cui il fumetto ha scelto di giocare, la maledizione di una realtà mostruosa ma fin troppo verosimile, opposta alla fantasia di mostruosi demoni (spesso femminei, come anche nella cover) che però, nel limbo del fumetto, potrebbe essere non paranoia, ma verità. Boyd fugge dall'orrore del reale nei suoi demoni più che danteschi, o squarcia il velo di Maya e vede l'orrore cosmico in seguito alla sua insopportabile sofferenza?

Cavaletto nega che abbia rilevanza: "La realtà non esiste. E' un'invenzione dell'uomo, come il tempo. Il fatto è questo: ciascuno di noi ha la sua realtà. Passiamo il nostro tempo alla ricerca di qualcuno che veda le stesse cose che vediamo noi. Ed è così che fa Will. Quindi non dobbiamo stupirci se anche le persone che lo circondano sono simili a lui. Amici o nemici hanno tutti i loro demoni da tenere a bada. Come me, del resto. Come i molti disegnatori che ci terranno compagnia in questo viaggio. Come Rossano Piccioni di Edizioni Inkiostro, che ha deciso di pubblicarmi,
a suo rischio e pericolo. E come voi che leggete, di sicuro."

Personalmente, da appassionato di culture ermetiche, mi ritrovo molto in questo sentire, in fondo molto junghiano. Irrilevante che i demoni che inquietano (e affascinano, allo stesso tempo, innegabilmente) siano proiezioni o epifanie. Quello che conta - per quanto ovvia (ma vera) possa essere la citazione - è che se guardiamo dentro l'abisso, l'abisso continua a guardare dentro di noi.

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