Dylan Dog 353 - Il generale inquisitore


LORENZO BARBERIS

Spoiler Alert, as usual: analisi passo-passo. Leggere prima l'albo.

"Come se fosse inverno,
egli brucia cristiani come legna,
per avvezzarsi al caldo dell'inferno."

Consueto appuntamento con il Dylan Dog del mese.

Di nuovo un esordio, ai disegni, per il bravo Luca Casalanguida, che aveva operato sul "Detective Dante" di Recchioni, ed era giunto in Bonelli con "Nathan Never" e, ora, "Lukas" di Medda. Un segno realistico, ma piuttosto moderno, non lontano dal "segno medio" a cui ha abituato, ad esempio, "Orfani", ma applicato su una gabbia, come diremo, più tradizionale, e ovviamente nel bianco e nero (ma con escursioni nella mezzatinta più eterodosse per Dylan).

Il disegno si sposa bene alla storia, anch'essa notevole nel suo equilibrare elementi classici e sviluppo moderno. Si tratta del resto della seconda prova, sulla regolare, di Fabrizio Accatino, che aveva esordito al 307 con l'acclamato "Assassino della porta accanto".

Qui si conferma la sua abilità nello studio sfumato dei personaggi che era già apparso nella precedente storia: ma se là molto mi faceva pensare al "clima psicologico" di Julia (per quanto declinato nell'horror e non nel noir) qui Accatino va oltre, e si inserisce in profondità nella tradizione - e nel rinnovamento - della testata.

L'impianto di tavola è qui abbastanza tradizionale nell'uso della gabbia, all'apparenza: non si concede molto alla splash page, alla smarginatura, che sono state (usate con equilibrio, ma usate) forse la cifra dell'innovazione del rinascimento dylaniato in questi ultimi anni. Si lavora in modo laterale, con un buon uso diegetico della mezzatinta, esistente nella tradizione di Dylan ma non così sfruttata (già Ratigher ci si era approcciato, con i retini e con altra soluzione narrativa), e che qui ha due usi distinti: la resa di alcuni momenti filmici e del flashback nel passato.

Accatino è uno dei "nuovi autori" più interessanti: anche se, in verità, il suo lavoro carsico su Dylan Dog è piuttosto di lunga data, e inizia addirittura sul terzo maxi, nel 2000, con "La vita rubata". Segue una manciata di altre storie, che sarebbero sicuramente da riprendere e approfondire.

Questa "Il generale inquisitore", quindi, fin dal titolo e dalla cover di Stano (tornato, nel frattempo, alle colorazioni digitali del periodo pre-rinascimento dylaniato. Sempre professionale, ma preferivo il nuovo stile...) evoca il parallelo con il grande spartiacque del Dylan delle origini: "Caccia alle streghe" di Sclavi, con cui l'autore (di cui di recente è uscita una notevole intervista) chiariva l'età plumbea che si preparava per il personaggio dopo l'attacco dell'esercito dei censori, a tutt'oggi vinti ma non domi, e sempre in attesa nell'ombra.


Il corpo della protagonista femminile ha sembianze vagamente maschili (anche se si indovina il seno sotto i lunghi capelli biondi) per rimandare meglio al parallelo con la Pietà michelangiolesca, sottolineato anche dalla croce (a tau) in fiamme.

L'inizio con Jeremy Howard e Rebecca Morris è da commedia brillante, ma fa anche pensare a "I delitti della mantide". Il nome della ragazza rimanda a quella "Rebecca Morris – hanged 27th August 1645" che è tra le vittime del Witchfinder General. Il concerto di David Garrett (6,v) non è di nuovo un riferimento casuale: il virtuoso ha interpretato Paganini ne "Il violinista del diavolo" e ha eseguito un Trillo del Diavolo col suo Stradivari (purtroppo, del 1772, non del 1666).

Accatino ci serve subito la svolta orrorifica, e ci introduce a Mr. Long, che controlla Londra dalla sua casa spettrale (12.vi). Interessante notare che la vignetta chiarisce come il generale inquisitore sappia perfettamente quali bassi istinti umani gli procurino le sue vittime: è più laido degli inquisitori di Sclavi, che avevano una loro oscura grandezza e una genuina ossessione per la censura (pur coadiuvati dall'ipocrisia dei piccoli borghesi e dal cinismo dei politicanti).

Appare Marcus (12.i), che assieme ad Estelle, che apparirà dopo, è una citazione di Marcus ed Estelle Monserrat, la coppia de "The Sorcerer" (1967) di Reeves. I personaggi non paiono però corrispondere nel tratteggio psicologico, ma molti elementi del film ritorneranno in questa storia.


Titoli di testa a p. 14, con Michael Reeves che va di scena ai Riverside Studios (18.ii). Dylan perde una isterica fidanzata Miriam per via della sua ossessione per l'horror, un bel ritorno ai vecchi tempi (al n.1, nientemeno).


Appare quindi Ian Ogilvy, che nel film del 1968 è Richard Marshall, e parte una rievocazione di Reeves "alla Martin Mystere" (molto meno adorabilmente pedante, in verità. Ma comunque continua la evocazione di una Inghilterra più reale e meno "padana" di quella di Sclavi).

Il flashback nel 1967 ci porta da Blaises (locale realmente esistente) con "Sweet Nothing" quale colonna sonora (si rispetta giustamente il rito della soundtrack intradiegetica di Dylan Dog) già adottata nei "Sorcerers" di Reeves.

Bello l'uso della mezzatinta qui, che crea un riuscito effetto optical in grado di marcare il flashback qui e più avanti nella storia. Reeves incrocia James Trevanian, che gli fornisce i fondi e la trama del suo film maledetto. In verità alla base c'è ovviamente un romanzo storico, di Ronald Bassett, la sua opera più famosa (grazie al film): è del 1966, anno forse non casuale per lasciare Cartaginesi e Pompeiani per tuffarsi nei misteri dell'inquisizione.

Il dipinto in 29.ii riprende una reale incisione secentesca sull'inquisizione che ora non saprei ritrovare, e in 29.vi notiamo sul tavolo una copia del Malleus Maleficarum.

Il fatto che Dylan (in 38) conquisti Imogen con lo stile aggressivo di Rob (9.i: solo all'apparenza Dylan è più garbato) è interessante: lo pone all'opposto degli Inquisitori non perché "è buono" ma perché, a differenza di loro, sfugge al meccanismo da serial killer, repressione-esplosione. Sa usare il giusto tasso di aggressività necessaria al successo, insomma, nonostante l'apparenza opposta che creano le sue apparenti fisime "sinistroidi". Difatti subito dopo si ironizza sul vegetarianesimo e sul veganesimo (39-40), simbolo di "esanguità", elemento non casuale: ci si tornerà sul finale.


Il colpo di scena di p.41 è ben calibrato; un po' smorzato per un vero appassionato di horror ed esoterismo, per cui il buon Witchfinder General è un must culturale. Significativo che la fama di questo horrorifico inquisitore secentesco dipenda da incisioni popolari molto simili agli odierni fumetti, con tanto dei primi cartigli in evoluzione verso il balloon.


Personalmente ho conosciuto Hopkins tramite il buon Pat Mills e il suo Nemesis, recuperato in un viaggio nella cattolicissima Irlanda. In lui Hopkins è una delle molteplici reincarnazioni di Torquemada (personaggio importante nella serie, come nemesi del diabolico alieno).

Il saggio discorsetto di Marcus è interessante (p.42-43) perché i principi che chiarisce sono quelli che, messi a frutto con equilibrio, abbiamo visto applicati da Rob e Dog prima nell'albo. Ovviamente qui diventano uno squarcio (letteralmente, per fortuna: qui lo splatter è tornato) surreale. Marcus ha il tipo del delinquente da strada, probabilmente è l'unico non-frustrato tra i seguaci del Generale, onesto delinquente prezzolato e non zelante amatoriale dell'inquisizione.

Con Scary Monsters, Super Creeps usato per coprire le urla di Rebecca si inserisce anche un opportuno omaggio a David Bowie, perfettamente "in story".

Ugualmente appropriata la citazione di Catone, "LACRIMIS STRVIT INSIDIAS CVM FEMINA PLORAT" (47.ii), che non è, di nuovo, così fine a se stessa: chiarisce che parlando di Inquisitori Dylan Dog parla sempre, come Sclavi, dei Censori. Il latino (quello medioevale dell'inquisizione, però) torna in 48.iv: "Mittatur ad ignem!".


La scena della tortura del fuoco è fedele, in 49: ma serve anche  porre, alla metà esatta dell'albo, la palese metafora della "crocifissione delle streghe" che ricorre in copertina e nei titoli di testa. Oltre lo splatter, evidente in quest'albo, è tornato anche un certo anticlericalesimo nella nuova gestione: se quello di Sclavi era palese (e anticattolico, con voluta forzatura del contesto inglese), quello dell'era Recchioni è più sottile e più legato al contesto, ma nuovamente presente in più autori.

Dall'altro lato dello spartiacque, in 51, una tavola tutta costruita con antiche incisioni, che rafforza l'idea (accennata in 29.ii) di una "lunga continuity" tra Dylan Dog e le Morality Plays illustrate secentesche, quei "fogli volanti" con pie rievocazioni di orrende torture di sante martiri cristiane oppure (è la stessa cosa) le ultime avventure del vostro eroe Matthew Hopkins, indagatore dell'incubo. Tavola, senza parere, a suo modo sperimentale, e comunque molto significativa.

L'ira repressa del nuovo Witchfinder General in 54.vi è magistralmente espressa, nel consueto flashback a mezzetinte.



Terza citazione musicale con Violator dei Depeche Mode (62.iv): il titolo stesso è significativo, e la cosa si amplia con le canzoni contenute all'interno: "Personal Jesus", che ironizza sulla tendenza (in particolare accentuata dal protestantesimo, tra l'altro, che insiste molto sul rapporto personale di Cristo col credente) di crearsi un proprio "Gesù personale" in grado (qui, nell'albo) di giustificare ogni nostro crimine. O, per citare il più grande scrittore anticlericale dell'800 italiano, "prendere per Dio il nostro cervello". Ma anche Policy of Truth è interessante.

Interessante un particolare: Trevanian, come abbiamo già intuito (almeno da 52, perlomeno...) è il XXIV Witchcraft General; l'attuale incarnazione delle forze del bene è il numero XXVI. In mezzo ce n'è uno: da chiedersi se ci sia qualche indizio per individuarlo o sia casuale.

La scena finale è molto efficace, anche se ogni effetto horror di questo tipo per me è da sempre vanificato da questo. Bello il contrasto di 82.vi, però, e anche 85.iii. Nulla prova, naturalmente, che il Witchfinder General sia veramente distrutto (e comunque, può subito trovare una nuova incarnazione). La sequenza di p.83-84 è piuttosto importante: Imogen, vegana, giunge al "chi se ne frega delle pecore" quando si esce dalla moda e si tratta di salvarsi la vita; Dylan Dog resta fedele a quanto ha deciso, anche a rischio della sua vita (e in questo "bilancia" l'assertività - ma non aggressività - mostrata prima).

Notevole anche il finale del flashback, con quel tanto di spiazzante di p.95 di allargare oltre il citazionismo horror, con Fitzgerald e Hemingway. Tra i molti modi di "uccidere un uomo" (95.vi) c'è anche quello di relegarlo nel genere, di non permettergli di ascendere all'Olimpo per via della sua "estrazione sociale", come Gatsby. E, ovviamente, il fumetto non parla qui solo di Reeves.

Sontuosa conclusione con tre pagine mute.


*



Post Scriptum.

Un pensiero non posso non rivolgerlo anche a un altro Generale Inquisitore, mio illustre concittadino: Michele Ghislieri, frate domenicano, che prima di essere il santo pontefice Pio V, vincitore di Lepanto e attuatore della Controriforma, prima di essere vescovo di Mondovì (punto centrale per bloccare l'espansione di calvinisti ed ugonotti) era stato Inquisitore Generale per la diocesi romana. L'"egli" della simpatica pasquinata dell'introduzione era proprio lui: l'autore, che egli riuscì a rintracciare, credo stia ancora bruciando adesso.

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