Hellnoir 4 - Stirpe Maledetta


LORENZO BARBERIS

Spoiler alert as usual: analisi passo passo dell'albo. Leggere prima la storia.

Si conclude col quarto capitolo la bella miniserie di Hellnoir, di Ruju e Freghieri, con una conclusione che non delude, integra quanto presentato dalle puntate precedenti e lascia un finale aperto per una possibile seconda stagione.

La tavola di apertura (5) è spettacolare e evidenzia quella raffinata "verticalizzazione della griglia" che percorre tutta la storia da un punto di vista della struttura formale; ma il lavoro di Freghieri in tutto l'albo (e in tutta la serie) è eccezionale.

Per quanto il genere noir solleciti una inevitabile reminiscenza di Sin City nel lettore, nel corso della miniserie si può cogliere il taglio estremamente personale nell'uso del bianco e nero fortemente contrastato (Hellnoir) in opposizione al bianco e nero "italiano" per rappresentare il mondo reale; e già l'adozione di questo dualismo innova rispetto al canone milleriano).

Inoltre, l'impatto prevalentemente verticale delle tavole dà un dinamismo differente: quello di Miller è "orizzontale" (in prevalenza: o almeno "equilibrato"), e non credo a caso: Basin City è un mondo puramente materiale, senza discese agli inferi, e se un vescovo è cannibale non c'è nulla di autenticamente diabolico, è puro degrado morale (ben diverso il satanismo del mondo di Hellnoir, che davvero può aprire un temibile varco tra i mondi.

Similmente, la linea di Freghieri è sempre nitida, mostra essenze assolute (anime, demoni, ma anche gli archetipi del noir che con elegante ironia Ruju mette in scena in forma pura, facendoli funzionare perfettamente), mentre quella di Miller è spesso (intenzionalmente, è chiaro) tremolante, segmentata, a dar l'idea di una carnalità decadente.

Del resto, Freghieri era giunto autonomamente a questa sintesi già nei '70, con il noir puro di Sorrow (i debiti al limite sono in comune tra i due autori: certo Will Eisner di "The Spirit", mi viene da pensare) e il parallelo è quindi più che altro nella mente del lettore.

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Dopo l'esordio ad impatto, le prime tavole riepilogano il finale a cliffhanger del numero 3 e ci mostrano da subito la furia di Soul. Tutto procede secondo canoni prefissati, giocati da Ruju con la consueta maestria nel noir e la consueta amara ironia del genere.

Sulla terra, Cassie è nelle mani dei satanisti che intendono servirsene come di un portale: interessanti i tatuaggi del capo del commando (vedi ad esempio in 44.ii) che vengono mostrati con una certa frequenza: una sorta di spirale artigliata, una croce celtica, tre specie di croci.

Si scopre con un piccolo colpo di sorpresa (abbastanza attendibile) uno dei leader segreti della setta sulla terra, mentre Melvin Soul supera la metà albo sconfiggendo i primi Daem e recandosi al castello di Tiberius, che è proprio l'Imperatore romano figlio di Augusto, divenuto un potente della città infernale (probabilmente, a questo punto, anche il Caligula dello scorso albo era legato all'omonimo, spietato dominatore di Roma).

Molto interessante l'ascesa di Tiberio agli Inferi, che lo mostra simile a quello che era stato in vita: Ruju sembra fondere i due opposti giudizi degli storici, favoriti dalla intenzionale cripticità dell'imperatore durante la sua vita: il giudizio tradizionale lo vuole dissoluto e crudele, mentre quello recente ne evidenzia l'abilità di consolidare l'impero, trasformando il principato istituito dal padre Augusto da fatto eccezionale a permanente, che perfino il pessimo regno del figlio Caligola (su cui il giudizio è unanimemente negativo, al di là del folklore della storiografia più antico) non riesce a destabilizzare: Caligola muore assassinato (e giunge a Hellnoir? dal café-chantant in suo nome, si direbbe di sì) ma l'impero sopravvive con Claudio.

Il resto della storia prosegue in modo lineare verso lo showdown finale: il "diavolo custode" di Soul si palesa e viene lasciato intendere che il successo del protagonista contro Asmoday è possibile solo perché il principato dei Daem lo favorisce, in modo da impedire l'emergere di una dinastia con il rito per procurarsi un figlio (cosa impossibile, naturalmente, in questo dipartimento dell'Inferno).

Asmoday, ucciso da Mel e dall'élite cittadina di Hellnoir, è comunque sceso solo sul piano dell'inferno sottostante, presumo: da qui i dannati comuni non possono tornare, se non come sterili zombies del deserto. Ma i Daem?

Tutto procede quindi come l'implacabile meccanismo ad orologeria di un perfetto noir: l'unico colpo di scena è che l'annullamento del rito di Asmoday non riesce perfettamente, la sua figliolanza finisce nelle mani di Cassie.

Insomma, Ruju ci assicura che a Hellnoir "i guai non finiscono mai" non è solo un modo di dire.


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