Per amore del diavolo


LORENZO BARBERIS

Spoiler alert as usual.

L'ultimo Maxi Dylan Dog 26 è un numero piuttosto interessante per gli appassionati del genere.
Nelle prime due storie si intrecciano sceneggiatori e disegnatori dell'età di mezzo (il medioevo dylaniato?) e del recente "rinascimento" dell'indagatore dell'incubo.

In fuga

La prima storia vede i testi dello storico sceneggiatore De Nardo per i disegni di Riccardo Torti, recente acquisto. Una storia infernale, con tanto di diavolo biondo mozzafiato e, nei cattivi, una setta pseudoreligiosa che si rivela diabolica. La storia è quella che più di tutte tiene in piedi il gioco dell'Old Boy come una "realtà parallela", poiché la trama ricorda per certi versi "Il generale inquisitore", sviluppato in modo più innovativo (mentre l'Old Boy ha una declinazione classica), ovvero connettendo la trama tipo della "setta religiosa" a fatti realmente esistiti, novità abbastanza assoluta per Dylan Dog.

Ma "In fuga" fa da ponte anche verso l'ultima storia, che di nuovo vedrà la presenza di demoni che tornano all'inferno tramite il classico varco occultistico circolare. Inoltre, in "In fuga", abbiamo pagine di splatter da tempo inusitate (tutta la sequenza da 26 a 29) affiancati a gustosi siparietti (30-32) che fanno un po' pensare alla Julia di Berardo, che danno un tocco di colore particolarmente surreale dopo lo splatter appena visto (ben delineata, ad esempio, anche la cameriera, più avanti nell'indagine).

Anche la griglia squadrata, usata con rarissime variazioni - solo la prima pagina, forse, ha impostazione diversa - rimanda al rigore della detection juliana.

L'incontro con la bella demonessa offre qualcosa all'erotismo, ma in toni piuttosto morigerati (50-51). Però c'è anche un Dylan eroe d'azione privo di scrupoli (e mascherato "alla Diabolik", in 56, coerentemente) che stordisce poliziotti e sequestra testimoni (63). L'apertura del varco avviene con un tocco di sadismo old style (80); il rovesciamento finale, prevedibile, si associa a quella punta di anticlericalesimo d'antan che era sparita nell'età di mezzo (vedi insistenza sui dettagli, in 93.ii).

Finale piuttosto cupo, come tutti queste tre storie.

Il Lago Nero

La seconda storia vede Di Vincenzo (con ausilio di Piccioni) ai disegni, per una coppia di nuove sceneggiatrici, Rita Porretto e Silvia Mericone. Storia che meritatamente guadagna la copertina, invece dell'Ergastolana che, a un primo impatto, era il motivo d'interesse dell'albo. Ma questo esordio oggettivamente è più interessante: vicenda cupa, la più cupa delle tre e indubbiamente su standard pessimistici alti perfino per il Dylan delle origini, è molto efficace ad evocare un orrore delle acque in toni tenebrosi, simmetricamente quasi a Simeoni che, coi magistrali disegni di Pontrelli, aveva evocato quelli dell'acqua nei toni del bianco, parimenti orrorifico.

Della storia si apprezza (e ovviamente il merito va anche ai disegni) la capacità di evocare l'errore abissale dell'acqua ben prima di dirlo nella trama: a partire dall'inquietante sequenza iniziale del gioco della vasca, ma con molti raffinati parallelismi: la madre fotografa nella sua camera oscura in 103.vi, il gioco delle finestre nella sequenza dialogica di 108-112, che non si riduce così a sequenza di dialogo, ma aumenta l'atmosfera in modo coerente, culminando nella bella sequenza orrorifica di 113-118.

Come già la prima storia, appare un uso della griglia regolare, squadrata (non a mattoncino, ma con vignette rigidamente allineate), ma usata con maggior variazione (bella ad esempio la sequenza citata prima, ma anche p.119, iii-v).

Notevole la cura di dettagli come 125, i-ii, e il locale che si chiama "Morning Star", con tanto di pentalfa, il 127.vi, corrobora l'inquietudine dell'albo (il rimando al sigillo pentalfico è forse un possibile elemento di correlazione tra le tre storie, come ricercato in altri Old Boy).

La follia del padre delle bambine morte coerentemente non contiene rimandi al tema dell'acqua, e ci fa intuire che non è ancora il "mostro finale". Dylan comprende la causa remota dell'orrore e come al solito ci si tuffa con eroica incoscienza. Le modalità dell'omicidio della donna sono pure esse coerenti con il marito, mostruoso Homo Faber (162.ii: legata a un incudine e gettata in acqua).

La follia in 167,iii è resa con eccezionale efficacia drammatica, lasciando più dubbi di quel che chiude, e viene spiegata in 185.iv, con immagine speculare e simmetrica.

E così la storia può rovinare verso il suo ormai inevitabile finale, che la conferma uno dei Dylan più cupi ed efficaci del rinascimento dylaniato. Forse fin sacrificata qui: non sarebbe dispiaciuta, coi dovuti accorgimenti, sulla regolare (Bloch, tranne un vago rimando telefonico, è sostanzialmente assente).

Per amore del diavolo

La terza storia, quella del Passato, è indubbiamente la più interessante agli occhi dell'appassionato.
Si tratta di una delle celebri Ergastolane, storie mai pubblicate, legate all'età dell'oro di Dylan Dog e poi divenute "impubblicabili" dopo l'edulcorazione successiva alla "caccia alle streghe".

L'autore è tra l'altro un pilastro come Claudio Chiaverotti, che di recente è tornato alla ribalta con il suo nuovo "Morgan Lost". Ai disegni, un autore recentemente scomparso, tra i primi a delineare il personaggio di Dylan, Gianluigi Coppola.

Secondo le classiche voci di corridoio, Coppola era stato esiliato da Bonelli dopo Doktor Terror, dove dà al deputato filonazista il volto di Umberto Bossi. La Bonelli negò fino alla morte la somiglianza, ma l'immagine venne poi corretta in ristampa.

L'ipotesi che l'eliminazione della storia sia legata al disegnatore sgradito appare rafforzata dal fatto che la storia non è particolarmente splatter; sostanzialmente, è una di quelle "storie ad episodi" legate da una "esile trama", sul modello degli Uccisori: in questo caso, vari personaggi vengono eliminati per essersi immischiati nelle vicende di Lady Trisha, un'occultista in grado di uccidere a distanza.

Forse la storia paga il contesto esoterico, più che horrorifico:

Dylan viene protetto dalla Trelkowski con un pentalfa rovesciato (249.iii: ma bastava cambiare l'amuleto); Lindsay confessa di amare Lady Trisha (p.251): e qui, l'amore omoerotico era più difficile da dissimulare, in quanto si legava a pratiche sadomaso, molto frequenti nel primo Dylan (e sparite nell'età di mezzo); la "riconversione" di Lindsay al fascino dell'eroe è molto rapida.

Dopo l'aggressione via controllo mentale, la fanciulla finisce legata dallo stesso Dylan, in attesa del da farsi (il primo Dylan ricorreva volentieri a tutti gli stereotipi del b-comics nero, pur modernizzandoli e a suo modo nobilitandoli).

A proposito di amarcord, torna Lord Chester e un Dylan "che non possederebbe mai una credit card" (p. 278); a 283 tornano i sigilli pentalfici, questa volta anche corredati di lettere ebraiche appropriate, nonché di testa di capro (p. 284), e alla fine Dylan libera il povero demone, innamorato come lo sfortunato Belfagor di Machiavelli (o come quello di Cazotte).

Insomma, un po' troppa Simpathy for the Devil e citazioni circolari di Suspiria, per una Bonelli che temeva già accuse di istigare i giovani al satanismo. Tuttavia molte parti appaiono interpolate, e quindi non è da escludere una serie di correttivi che abbiano già limato quest'impressione di un Dylan più "esotericamente corretto" del solito.

*

Nel complesso, quindi, una interessante trilogia, che mostra di amalgamare bene età attuale, età di mezzo e età dell'oro.

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