Zootopia


Spoiler alert as usual.

Zootopia.
L'elefante nella stanza.


LORENZO BARBERIS.

Visto Zootopia, bel film di animazione della solita Disney-Pixar.

Naturalmente, a un primo livello, è un classico film di animazione rivolto all'infanzia, con l'apparente morale, molto insistita in vari punti del film, che possiamo essere tutto ciò che vogliamo.

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Tuttavia, come al solito, la Pixar inserisce anche qualche elemento di interesse per il pubblico adulto, e anche più di uno. Quindi a un secondo livello il tema viene declinato con una coniglietta che decide di spostarsi dalla campagna della sua rurale bunnytown alla metropolis di Zootropolis, dove diventare il primo agente di polizia coniglio.

Dopo un lungo addestramento a una sorta di West Point che fa da scuola di polizia (ma ben più dura di quella dei famosi film comici) la coniglietta impara a usare i suoi punti di forza: agilità e astuzia invece di forza bruta, in una sequenza che pare quella di Soldato Jane.

All'arrivo in città, come una Jodie Foster nel Silence of the Lambs (e la citazione di questo titolo potrebbe non essere così casuale) è ghettizzata dai colleghi maschi e appartenenti al 10% di predatori che di fatto domina la città, anche se è finita da tempo la preistoria in cui i predatori aggredivano gli altri esseri viventi, preda del loro lato animale.

Ovviamente la coniglietta trova un suo caso da seguire ("ti dò quarantott'ore", secondo i classici del police procedural) e altrettanto ovviamente un amico-nemico nel buddy-buddy movie: una astuta volpe che, tuttavia, è prigioniera del suo stereotipo etnico di astuta e truffaldina. C'è molto di Red e Toby, nemici-amici: ma se Toby era un cane, perfettamente "in parte", qui si aggiunge il tema della coniglietta Judy che fatica nel ruolo poliziesco.

Il film di animali antropomorfi diviene così un neo-noir, un noir che usa però un contesto eclettico per rinnovare la tradizione.



A un terzo livello (che ovviamente si interseca con gli altri due) il film diviene una riflessione sulla discriminazione sia etnica che sessuale, giocato però con abilità e fuori dal politicamente corretto.

Judy, integrata in polizia per via di una legge pro-minoranze, vi è discriminata sia in quanto ragazza, sia in quanto coniglio (questo elemento ha la prevalenza, perché ci sono altri agenti-femmina che provengono dalla minoranza privilegiata dei predatori). Il piano della discriminazione in un lavoro "maschile" si allega più al "primo livello" della lettura: il capitano Bogo le contesta sempre l'appartenenza etnica, non la femminilità.

La metafora, negli USA del presidente Obama, che hanno appena visto Django e Hateful Eight di Tarantino, potrebbe avere una decifrazione attualistica: le minoranze come i neri e gli altri gruppi etnici, faticosamente integrati in polizia dopo i casi Rodney King dell'inizio dei '90; i "predatori dominanti" i bianchi wasp.

Però, la pecora vicesindaco, che ha favorito l'integrazione di Judy, è in realtà il mastermind di un piano diabolico contro i predatori, che Judy - pedina inconsapevole - alla fine rifiuta.

Infatti l'uso di una sostanza psicotropa scatena l'aggressività animalesca dei predatori, facendo credere al pubblico (tramite la stessa, inconsapevole, Judy) che questo dipenda dal fatto che non hanno superato la loro natura aggressiva (in verità, la sostanza dà l'effetto di regressione a ogni animale).

Infatti anche i predatori sono spesso oggetto di un "razzismo al contrario" dei deboli, come la volpe Nick Wilde, inchiodata al suo stereotipo razziale volpe-truffaldina. La convivenza pacifica funziona meglio, sembra, ai livelli alti (la ghepardo donna e l'alce canadese che conducono impassibili il telegiornale), nei ceti colti, meno nel conflitto tra working class e crimine predatoriale.

Che siano una volpe e un coniglio a imparare a convivere è anche un rovesciamento di "Song of the south" (1946), versione disneyana equivalente a una sorta di "Capanna dello Zio Tom" in cartone animato. Inoltre è interessante che le minoranze etniche sono "totalmente altre" e non trasposizioni lineari di quelle del mondo umano: non si può sciogliere univocamente la metafora.

Invece, nei cartoon disney anni '30 e '40, e ancora in un capolavoro come Dumbo, i neri sono chiaramente dei corvi, riprendendo il dispregiativo nomignolo di Jim Crow. Anche se in Dumbo il ruolo è ambivalente: i corvi-neri rappresentano un polo positivo del racconto, ma è poco gradita la stereotipia di tipo etnico (sono positivi, ma "adorabili canaglie").



A un quarto livello, vi è tutto un discorso meta-letterario sul fiabesco disneyano.

Il tutto è anche una riscrittura dell'Isola del Dottor Moreau (1900) di Wells: la sua terza opera con cui fonda la fantascienza, la meno nota. Qui uno scienziato folle cerca di umanizzare gli animali, ma alla fine una pantera (esattamente come avviene anche nel film) ritrova la sua natura animalesca e lo uccide.

Molto più significativo, a tale proposito, il titolo originario, Zootopia, che rimanda all'utopia del dominio totale degli istinti animaleschi, che il più neutro Zootropolis che si è adottato in Italia e altrove.



La Disney ha sempre giocato ironicamente su Moreau: la citazione più esplicita è quella di Pomi d'Ottone e Manici di Scopa (1971), dove l'isola governata da animali senzienti ribellatisi al loro umanizzatore esiste davvero.


Il film, in cui la Disney si compiace di alimentare il suo mito esoterico mostrando un sigillo di Astaroth connesso in qualche modo all'occultista Dee, riprende anche il tema di Zootropolis, con la partita scapoli-ammogliati, pardon, predatori-prede che è al centro della sequenza animata del film.

Un tema che era stato ripreso anche in Madagascar (2005), dove il leone, nella civiltà artificiale dello Zoo di New York, può convivere pacificamente con gli erbivori; ma ritornato "alla natura" in un ingenuo ritorno russoviano alla civiltà naturale, scopre gli istinti che ha represso nel mondo civilizzato.



Ma poi, più che con l'universo disneyano classico (Duckburg e Mousetown) la Zootopia si deve confrontare quindi con il cosmo disneyano dei lungometraggi, citato evidentemente in questa locandina (i "grandi animali" della polizia sono tutti gli animali usati da Disney in Robin Hood come guardie del re).

Il modello preminente (dal Cenerentola del 1950 in poi) è quello di considerare gli animali come presenti nel mondo umano; il modello di un mondo integrato di soli animali zoomorfi è costituito dal Robin Hood del 1973, che forma un caso isolato, maggiormente "in continuità" con il mondo disneyano classico.

In quest'opera, sulla soglia del postmoderno, era ancora accettabile una ripresa del modello favolistico in cui ogni animale fosse "ognuno nel suo umore" (per citare Ben Johnson). Quindi la volpe astuta Robin Hood convive coi buoni paesani conigli oppressi da Lupi e Leoni cattivi, ma i ruoli sono definiti: timorosi conigli i conigli, astute volpi le volpi, regali leoni i leoni. L'opera è inoltre una ripresa dei fabliaux medioevali, di quel Roman de Renard che adatta, in chiave zoomorfa, il Roman de la Rose e tanti altri romanzi cavallereschi incentrati su un cavaliere ideale, rovesciato nella volpe astuta di Robin Hood.

In Zootropolis i ruoli sono ribaltati (come palesato già dalla locandina sopra) e "ognuno è fuori del suo umore": se la volpe resta astuta, la coniglietta diviene un'eroina d'azione, figlia più che dell'immaginario favolistico di quel primo ribaltamento che era stata "La collina dei conigli" di Richard Adams, romanzo del 1972 divenuto film d'animazione inglese nel 1978. Non a caso, nonostante la monarchia sia finita e i predatori in minoranza, il sindaco della città resta un leone.




L'importanza di questi temi - gli stereotipi razziali connessi alla violenza, e il problema della loro rappresentazione in un film d'animazione con animali, specie per ragazzi - è sottolineata anche da una metafora pervasiva.

Il capitano della polizia, all'inizio della riunione che avvia la trama del film, dice che "c'è un elefante nella stanza". La battuta viene poi svelata nel fatto che c'è davvero un elefante, ed è il suo compleanno; ma in prima battuta sembra la classica metafora inglese (ormai filtrata anche in italiano) dell'"Elefante nella stanza" come di un problema enorme che però si finge di ignorare.



Anche Nick Wilde compie la sua truffa ai danni di una gelateria per elefanti, in cui "l'elefante nella stanza" è il razzismo strisciante contro la volpe (disprezzata dagli elefanti come predatore truffaldino).

Non a caso, più avanti, la coniglietta incontra un elefante nudista, cui deve chiedere informazioni anche se, come provinciale, è piuttosto imbarazzata dalla di lui nudità, che lui non dissimula, praticando uno yoga piuttosto estremo. Ma, ovviamente, in un film disneyano, l'elefante non ha pudenda, e quindi la scena è solo lasciata all'immaginazione dello spettatore adulto.

L'elefante nella stanza è quindi quello della rappresentazione non solo dell'erotismo, ma in generale del realismo psicologico all'interno di un mondo simbolico come questo, il realismo, è chiaro, "sgradevole". Finché il "fiabesco disneyano" restava basato su stereotipi geniali ma volutamente semplici, la rappresentazione era efficace; ma quando queste maschere animali vogliono e devono uscire dallo stereotipo, si trovano bloccati dall'imperfezione della loro metafora.

Orazio e Clarabella funzionano nella loro marginale caricatura della coppia americana disfunzionale media; sono eccelsi personaggi, ma sono anche maschere della commedia dell'arte. Il coniglio Judy Hopps e la volpe Nick Wilde possono avere un rapporto d'amicizia, ma non di più, a meno di aprire problemi narrativi che la Disney sicuramente non vuole affrontare.

In un cartoon che rappresentava la società tradizionale, può funzionare il matrimonio all'interno della stessa etnia: Daisy e Donald Duck, Mickey e Minnie Mouse. Ma anche Bianca e Bernie, di cui il film replica (senza però le conseguenze implicite del modello) una scena, in cui i due protagonisti si prendono imbarazzati la mano sorvolando la città (in volo in Bianca e Bernie, su una funivia nel film).

Ma in un cartoon moderno, che deve mettere in scena - come fa Zootropolis - il Do As Thou Wilt che è il fondamento della nostra società (e dell'ermetismo di Crowley e di Ende), questo diventa un problema.

La soluzione è stata quella, negli ultimi anni, di altri mondi fantastici: gli oggetti inanimati di Toy Story e Cars, i mostri from another world di Monsters and Co. (anche qui, tra l'altro, col tema portante della detective story e del buddy-buddy movie), e così via.

Ma a livello archetipo, è impossibile rinunciare alla satira in forma animale. Da sempre, infatti, da Fedro ed Esopo, dalla Batracomiomachia di topi e rane che parodia Omero, fino alla radice di tutto: gli dei zoomorfi egizio-babilonesi. Gli animali sono metafora dell'uomo, nel discorso della favola popolare o letteraria che sia.

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Zootopia inizia ad affrontare questo tema, occupandosi di diversi "elefanti nella stanza" e lasciando notevole spazio per evoluzioni future.

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