Mr. Mercedes


LORENZO BARBERIS

Spoiler alert as usual.

"Mr. Mercedes" è il punto di avvio di una nuova stagione kinghiana, il punto di partenza per una esplorazione nei territori della detection.

In questo suo passaggio al, potremmo dire, horror boiled, King mantiene molti dei suoi punti fissi.
Innanzitutto il serial killer, che viene paragonato fin da subito a grandi classici del mondo kinghiano.

La Mercedes assassina all'inizio pare rimandare a Christine, la macchina infernale ma, come si coglierà fin da subito, il mostro è chi la guida: un classico serial killer, che assume la maschera di Pennywise il Clown. Una citazione o, meglio, una connessione al multiverso kinghiano, dove il Pagliaccio Cosmico è una forza ricorrente, in variegate metamorfosi.

In questo caso però la metafora appare eccezionalmente azzeccata: in un 2009 "anno uno" della crisi (ma terribilmente attuale ancor oggi), il serial killer di disoccupati in coda armato di Mercedes, che firma con un sarcastico smile e utilizza una sorta di facebook criptato (l'ombrello azzurro della copertina), crea un horror che diviene perfetta metafora della crisi sociale che ha colpito l'America (e il suo vasto coté coloniale, tra cui noi). 

La genesi dello psicotico protagonista ha poi classici, inquietanti tratti ricorrenti kinghiani (che rimandano poi, oltretutto, alla bio dell'autore, con ulteriore inquietudine): il padre assente, fulminato (il padre di King, che lo lascia a due anni, lavorava per l'Electrolux), il fratellino che rimane traumatizzato a tre anni (come uno dei più cari amici di King, morto a quattro anni, con suo grande trauma).

Il detective pensionato rimanda abbastanza all'Harry Bosch di Connelly, a mio avviso l'indiscusso maestro del police procedural moderno. Harry Bosch (ormai pensionato) è dotato di una fitness comunque invidiabile, l'eroe di King è sempre sulla soglia dell'infarto.

E per quanto la struttura funzioni bene, siamo lontani dalla precisione del meccanismo ad orologeria di Connelly: qui King sembra fedele al suo principio quasi fideistico (ma che spesso funziona ottimamente) del "vietato tramare" contro il lettore. L'indagine infatti si sviluppa negli errori reciproci: eclettico il detective, che alterna colpi di genio a cruciali lacune (carente in informatica, in psicologia dei serial killer, perso nelle sue sbandate sentimentali: Bosch è un cane sciolto, il detective di King è davvero una "vecchia zia" incosciente).

Ma anche il serial killer non è affatto impeccabile, e ci offre così le migliori pagine horror della storia, la lunga morte della madre, davvero visceralmente (non uso il termine a caso) raccapricciante. Una zampata del vecchio maestro (anche) dello splatter su carta. 

Ma la sfida dei due reciproci limiti funziona, tutto sommato, narrativamente più che giallisticamente in senso stretto, ma funziona.

Buoni anche i comprimari: a parte le pennellate sullo sfondo, in cui King comunque è magistrale, il Watson del suo improvvisato Holmes funziona secondo un classico espediente kinghiano (che egli sa usare, è ovvio, ad altissimi livelli): il giovane amico nero del protagonista è, da un lato, un piccolo Obama in miniatura (somiglianza accentuata dallo sguardo benevolo del detective-mentore e da quello del killer carico d'odio, che finisce per vagheggiare un attentato al Presidente).

A rendere più interessante il personaggio, il suo costante complesso di giovane nero di (meritato) successo in una società wasp, che lo porta a interpretare spesso la parte autoironica del "bovero negro" da operetta sudista, Tyrone Feelgood. Un'ironia da self defense che, tuttavia, diviene anche un comodo espediente di caratterizzazione efficace.

Il personaggio femminile positivo, invece, subisce una curiosa triplicazione nel corso della storia tramite un gioco di sorelle e cugine "identiche salvo dettagli": ma anche qui, quella che sarebbe una pigrizia comoda in altri narratori in King viene portato a una certa funzionalità in un gioco spettrale di "eterni ritorni" (e penso ci sia più di un pensiero a Twin Peaks, specie in questo "2015 del ritorno").

Insomma, una storia non priva di qualche ingenuità (perdonabile in un autore che si cimenta per la prima volta nel genere giallistico) ma ricca della forza perturbante che è propria del miglior King, e che sa catturare il lettore che si presta al gioco della discesa nel maelstrom dell'ossessione.

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