Il Santuario Cabalinguistico


LORENZO BARBERIS

Della Cabalinguistica di Marco Roascio ho scritto più volte su questo blog, ritenendola una delle operazioni artistiche più interessanti dell'ambito monregalese, non solo per la sua innovazione, ma anche per la sua costanza.

Come indica il nome, e come si può trovare meglio indicato negli altri post a questo tema, tale poetica usa l'anagramma come strumento per generare frasi inusitate, che Roascio rielabora poi in composizioni visuali.

Un'operazione artistica che Roascio compie, oltretutto, anche partecipando a Estemporanee di pittura locale, dove alle interpretazioni più tradizionali del luogo lui aggiunge la sua, decisamente più eclettica, anagrammando il titolo del concorso (che praticamente sempre, ovviamente, include anche il nome del luogo che ospita la manifestazione).

In qualche modo mi ricorda il metodo paranoico-critico teorizzato dai surrealisti e in particolare da Dalì (vedi http://www.treccani.it/enciclopedia/salvador-dali_(Enciclopedia-del-Cinema)/). La base del metodo di Dalì è la creazione di immagini ambigue, passibili di doppia interpretazione, sul modello delle illusioni ottiche ma gravide di più intensi significati (per una disamina completa e di alto livello, ma in inglese, vedere qui: http://www.dr-yo.com/writing_semiotic.html)


Per citare il caso più noto, lo Slave Market del 1940, in esso appare la silohuette di Voltaire: accostamento a tutta prima incongruo, ma che a una analisi di secondo livello si rivela pregno di significati, giocando sul contrasto (ma anche le ambigue vicinanze, paternalistiche) tra l'illuminismo e lo schiavismo, specialmente lo schiavismo idealizzato di molto orientalismo settecentesco.
Insomma, un lavoro ben più denso di una semplice illusione ottica, che anche quando efficace di solito resta meno pregnante nel suo gioco d'ingegno.



Ad esempio il Don Chisciotte di Octavio Ocampo (spessissimo attribuita, erroneamente, a Dalì) è interessante e virtuosisticamente eccellente, ma puramente tautologica. Cervantes è Chisciotte e Chischiotte è Cervantes, ci dice benissimo; e la tautologia può essere un altro approccio nobilissimo dell'arte. Ma non, appunto, paranoico-critico, almeno a mio avviso.

Così degli anagrammi di Roascio: se il miglior anagramma è quello tautologico, quello che mostra come TEATRO = ATTORE (ed è una riflessione moderna, e non da poco...), il cabalinguismo di Roascio scopre significati meno virtuosisticamente perfetti, ma che ci aprono le porte a interpretazioni nuove di dati o fenomeni.

Similmente, la decontestualizzazione di fiere paesane (ne scrive bene Vesna Bursich qui) è esso stesso un moto surrealista, sul modello di Duchamp che nel 1917 fa certificare il suo celeberrimo Orinatoio a una fiera di pittura newyorkese, con lo pseudonimo aggravante di R.MUTT (un personaggio dei fumetti d'allora, ma anche Mutt.r, "Madre").



In questo caso la rilettura cabalinguistica è toccata a Vicoforte, tappa riletta da Roascio con particolare attenzione ed intenzione. Vicoforte è, anche etimologicamente, l'origine dell'ormai sua Mondovì (anche se monregalese, confessa Roascio, non si sente davvero), che è il Mont d'Vi, il Monte di Vico. Il suo Santuario imponente ne fa, poi, il modello stesso, a livello cuneese, del "bello scorcio" che viene celebrato - con perizia - in queste occasioni di pittura estemporanea: bello scorcio a cui ovviamente la rilettura critica di Roascio è contrapposta.

Roascio produce una vastissima mole d'anagrammi, 158. Otto sono anche le figure principali che parlano negli aforismi anagrammatici da lui ricavati: quattro sono impressionisti (Renoir, Monet, Manet, Pissarro), in onore dell'eterno impressionismo (o ancor più macchiaiolismo) dei concorsi d'estemporanea di pittura. Quattro sono figure contemporanee, più eterogenee, però simbolo della modernità dell'arte a vario titolo: Picasso (l'arcinemico del pittore arcifigurativo), Carrà (Carlo, non Raffaella, che comunque riprende il nome da lui), Dario Franceschini come D.F. (che sulla cupola del santuario ci è recentemente salito con Magnificat) e il saccente prof. Cocco.

I nomi vengono poi nuovamente anagrammati in una nuova fase rivelatrice:

Concorso: narrarci smarrimento con frasi che  pesano e pasticci:
carra monet franceschini manet picasso pissarro cocco renoir

Le otto frasi prescelte (una per personaggio) sono le seguenti, ognuna riflettente sui paradossi dell'arte "seriale", con un sarcasmo a volte affilato.

 "Accorso qui, vidi riprodotte arti cocciute: sfornino ! (C.Monet)", autore di cui sono presenti complessivamente 33 anagrammi, con un numero cristologico. Monet, il suo doppio impressionistico, è presente con 11 frasi, e quella scelta dall'autore per il quadro cabalinguistico è

Confondo certi quadri criptici: vorticoso, riscuoto ! (E.Manet)

Di Pissarro sono presenti 12 frasi nel lavoro, 11 (di Monet) +1. La frase prescelta è

Qui tritano concime: riduco vendite ? Ritocco foto !(C. Pissarro)

Mentre Renoir, presente in una unica frase, afferma:

Quest'arte motivò, ci crucciò. Condotti, ci sprofondi ! (A.Renoir)

Le frasi dei moderni sono le seguenti:

Derive? Credimi: in quanto fottuto critico, concorro ! (Picasso)
Fruitori: qui tento modico concetto di psiconevrosi ! (C.Carrà)
Qui in ateneo, virtuoso, mi circondo d'arte , scritti... (Prof. Cocco)
Circoscrivo compito: odio un'arte non critica. Qui, resetto ! (D.F.)

Dove continua la forte valenza critica e in Carrà notiamo anche un accenno di rimando al metodo paranoico-critico.

Insomma, un progetto artistico vasto e interessante, che va a sommarsi alla mole di lavori cabalinguistici già costruiti. Un lavoro che può spiazzare, naturalmente, ma anche incuriosire e offrire una prospettiva diversa a uno sguardo artistico sul reale un po' troppo logorato, specie nella dimensione localistica della provincia.

Grazie alla vastità della rilettura effettuata per questa tappa speciale del suo lavoro artistico, possiamo ben dire che l'amico Roascio ha qui edificato, se non il capolavoro, perlomeno un mirabile Santuario della Cabalinguistica.












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