Paranoid Boyd



LORENZO BARBERIS

Paranoyd Boyd – giunto ormai alla sua quarta puntata - è un fumetto horror a mio avviso piuttosto interessante sulla scena italiana, per alcune ragioni. Per spiegarle, è necessario un breve, benché per molti ovvio, contesto.

Il fumetto italiano – non solo horror – è stato segnato dall’esordio di Dylan Dog nel 1986, fumetto che è divenuto negli anni ’90 un fenomeno di costume tale da trascendere i limiti del fumetto stesso.
Il “Fumetto d’orrore” e “fumetto d’autore”, come recitava un fortunato (e veritiero) slogan, è stato anche però un tautologico fumetto d’autore di massa, con le inevitabili (e fruttuose) contraddizioni che l’ossimoro comporta.

Da un lato lo splatter degli anni ’80 ha dovuto essere edulcorato su DD per essere proposto a un pubblico di massa; dall’altro però ciò ha creato un “effetto traino” per riviste orrorifiche a fumetti ben più estreme ma, solitamente (e salvo eccezioni, è ovvio) che non puntavano invece a quella profondità filosofica che Sclavi aveva voluto nel suo Dylan Dog.

A un certo punto però contro questo splatter più libero c’è un intervento censorio tramite le maglie strette della libertà di stampa italiana (celebre un processo dipanatosi tra 1992 e 1995, di cui parla Moreno Burattini nell’articolo “Il signor Ilario”) che pone fine a quella stagione e, pur non tangendo direttamente la Bonelli, anche qui si associa inevitabilmente a una certa maggiore autocensura interna, probabilmente per timori di pericolose avventure giudiziarie (è ciò di cui parla “Caccia alle streghe” di Sclavi, con una metafora abbastanza scoperta).

Il “rinascimento dylaniato” avviato nel 2013 col nuovo curatore Recchioni ha portato su Dylan Dog una maggiore libertà anche nell’esplicitazione dell’orrore (significativo in tal senso il DD 357 di Ruju, declinato sugli snuff movies senza eccessive cautele visive) e anche dell’erotismo. Il principio pare essere quello di una certa libertà espressiva purché l’evocazione di Eros o Tanathos avvenga in modo giustificato.

In parallelo (il che non vuol dire uno sviluppo evolutivo in senso meccanico, naturalmente) ci si poteva aspettare – io  lo attendevo con interesse – una parallela rifioritura di un orrore ancor più radicale presso case editrici più piccole e quindi meno vincolate alle responsabilità che investono la “seconda corazzata” della Bonelli.

Direi che ciò in parte è avvenuto con la Edizioni Inkiostro (che è stata recentemente definita una sorta di “Vertigo” italiana) e il suo “Paranoid Boyd” sviluppato da Cavaletto (un discorso in parte simile si potrebbe forse fare anche per “Torture Garden” di Barbara Baraldi, che non conosco però bene).
La maggiore libertà espressiva va perlomeno in tre direzioni: la più evidente è quella di un ricorso all’horror e allo splatter decisamente più radicale, come detto (accelerazione che include anche altri aspetti scabrosi: la satira religiosa e i riferimenti esoterici – aspetto quest’ultimo su cui ancor più ha lavorato Giuseppe Di Bernardo). In secondo luogo, vi è un ricorso alla rappresentazione dell’eros decisamente più libera (spesso, inevitabile e necessario, in modo interconnesso al primo elemento).
In terzo luogo, l’elemento più sottile, una adozione più libera di format americani, anche se non pedissequa. Anche perché (presumo anche per ragioni produttive e di costi) l’orrore va adeguato al bianco e nero del fumetto italiano, e non al colore grandemente prevalente in ambito USA, anche in ambito horror.

Per lunghezza delle storie, sviluppo, impostazione delle tavole, e non solo per la libertà espressiva, sembra di vedere nella struttura di Paranoid Boyd qualcosa di molto vicino all’attuale orrore fumettistico statunitense: l’ancora più estremo “Crossed”, il più moderato “Providence” (e  il “Neonomicon”, non privo di tratti estremi) di Moore.

Una particolarità ulteriore di questa evoluzione è che non solo si ha un horror più libero, ma – rispetto all’horror dei ‘’90 - anche con una declinazione più “autoriale”, in cui è chiaramente riconoscibile il segno postmoderno di Cavaletto, e che forse è l'elemento più interessante del fumetto stesso.

La storia rimane infatti aperta, finora, a più interpretazioni: i personaggi e le loro azioni prendono significati profondamente diversi. A un primo livello più semplice e lineare, possiamo ritenere vere (nel cosmo narrativo di PB, ovviamente) le scene con demoni e sovrannaturali. A un secondo livello, possiamo invece seguire il suggerimento del titolo e ritenere Will Boyd uno schizofrenico, e le parti allucinatorie come parti della sua follia. Se invece ci immedesimiamo nella paranoia dell'opera, possiamo ritenere la paranoia di Boyd indotta da un complesso piano nascosto in cui lui si trova invischiato senza riuscire a vederlo. Cavaletto non sceglie, volutamente, una linea unica di sviluppo, e crea così una storia in grado di aumentare complessivamente il proprio grado di paranoia ad ogni rilettura.

Insomma, “Paranoid Boyd” sta contribuendo a estendere le frontiere del dicibile nel fumetto popolare italiano, creando un campo più ampio di possibilità espressive. Attendendo i prossimi sviluppi e quello che ne verrà.

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