Sgarbi Giocondi


LORENZO BARBERIS.

Alcuni amici mi segnalano l'epopea di Vittorio Sgarbi, che ha tentato una impresa dannunziana andando, da solo, a recuperare la Gioconda. Era evidente fin dall'inizio la boutade, non pensavo si finisse con una pubblicità di automobili (pensavo lo scopo fosse semplicemente auto-promozionale).
Molto divertente, tra l'altro, lo Sgarbi vendicatore nazionalpopolare quando lo stesso era un fiero oppositore della restituzione della Stele di Axum (vedi ad esempio qui) sottratta dal fascismo all'Etiopia nel corso delle guerre coloniali.




La cosa interessante è che, come ammette lo stesso Sgarbi, la Gioconda non fa parte delle spoliazioni napoleoniche (anche se Napoleone l'aveva invece tolta dal Louvre per le sue camere private): era stata venduta regolarmente da Leonardo a Francesco I durante la sua permanenza alla corte francese, dal 1516 alla morte nel 1525.

L'opera si trovava quindi legalmente a Fontainebleu, poi a Versailles, quindi al Louvre dopo la rivoluzione, ma divenne famosa proprio dopo un celebre, eclatante furto nel 1911.

Niente di strano: la sicurezza era bassa e ad esempio nel 1910 era stata rubata una statuetta di Iside (Dan Brown, con la sua Monad/L'Isid, ci andrebbe a nozze),

Fra i primi sospetti vi fu un intellettuale sopra le righe come Apollinaire, che aveva dichiarato di voler bruciare il Louvre in un afflato futurista; curiosamente fu interrogato anche Picasso, che porta il nome della macchina pubblicizzata da Sgarbi. Entrambi erano in effetti amici di alcuni ladruncoli di statuette del Louvre che bazzicavano la scena artistica, ma questa pista si rivelò ben presto del tutto infondata.

E in effetti era più una ossessione da burbero gendarme, mentre la gente che si beveva i Protocolli dei Savi di Sion (testo antisemita, ma anche complottista) voleva qualche ipotesi più grandiosa. Nel 1910 era giunta una lettera di minacce da Vienna, cosa che portò a sospetti verso il nazionalismo pangermanico (in quel momento, come sarà anche nella Grande Guerra, Italia e Francia stavano andando verso una distensione, mentre la conflittualità alimentata era franco-tedesca)



Le folle si accalcarono attorno al "muro vuoto" (in sé, un'opera che superava di molto, anticipandolo, il taglio di Fontana); tra i visitatori anche Franz Kafka. Dopo gli artisti iconoclasti e i nazionalisti tedeschi, i sospetti si rivolsero anche verso i ricchi americani, J.P.Morgan in primis, favorendo la fama anche americana.

Il ladro in realtà era un italiano dal cognome d'artista rinascimentale, il Perugia, che aveva operato al Louvre e che, per il momento, viveva la sua "avventura romantica" con la Gioconda nel suo salotto. Egli era stato tra gli artigiani chiamati per costruire i vetri protettivi del quadro (e di altri) dopo le minacce tedesche; il solito tema di Giovenale, il "Qui custodiet custodes" insomma.

Scoperto nel 1913, quando aveva provato a venderla a un mercante d'arte italiano (firmandosi logicamente come un Leonardo redivivo), ricevette un processo e una pena mite, accolto in Italia come eroe patriottico, posizione che seppe abilmente cavalcare dicendosi convinto che fosse un furto napoleonico; il dipinto però tornò logicamente in mano francese, nel 1914, dopo una lunga esposizione italiana.

Se fossimo stati già nell'età del social, non dubito che qualcuno avrebbe sostenuto trattarsi di una grande operazione virale, come di fatto fu, contribuendo alla fama internazionale della Monna Lisa in Italia, Francia, area tedesca e inglese.

In precedenza, va detto che un timido recupero della Gioconda era iniziato nella critica tardoromantica dal 1860 in poi (in parte anche su impulso della nascente identità italiana da inventare); ma la guida Baedeker del 1878 e del 1907 liquida l'opera in poche righe.


Ottenuta la fama in questo modo avventuroso, la Gioconda iniziò a essere oggetto di attenzione maggiore: e se gli avanguardisti storici erano stati accusati a torto, gli sberleffi successivi furono intenzionali. Duchamp nel 1919 le disegna i celebri baffi di LHOOQ, che letteramente significa "Lei ha il culo caldo", ovvero "è eccitata".


Segue la rilettura di Leger (1930), e negli anni seguenti, vari folli che la lapidarono e attaccarono con l'acido (due modi, curiosamente, di punire le adultere nelle culture più barbariche e incivili).



Salvator Dalì (che possedeva baffi a manubrio simili a quelli della gioconda surrealista, e come tale si ritrae nel 1954) ne fornì una lettura psicanalitica nel suo metodo paranoico-critico, come complesso edipico non risolto: il museo è un grande bordello dove i quadri sono esposti al piacere dello spettatore come prostitute in mostra in un casino; Mona Lisa diviene un mix inquietante di madre-prostituta (specie per un veneto, presumo) e ciò suscita la reazione violenta.


Nel 1962, il tour americano di monna Lisa si sovrappone all'interpretazione del re della Pop Art, Andy Warhol; il mito rafforza la sua ampia diffusione anche in ambito anglosassone.





L'ultimo tour mondiale sarà nel 1974; negli anni '80 gli allievi della Factory di Warhol, Basquiat (1983) e Keith Haring (1988), forniranno anche la loro rilettura. Buon ultimo, in tempi recenti, l'immancabile Bansky, che completa questa lunga (e ormai un po' stanca) teoria del "lungo surrealismo".



Intanto, tra '70 e '80, iniziavano a prosperare le leggende esoteriche sulla Monna Lisa (forse un po' più antiche nel milieu, ma divulgare in questo periodo), prima in ambito anglosassone, poi universale.

Leonardo, gran maestro del Priorato di Sion, avrebbe celato qui inconfessabili segreti; un tema divenuto universalmente noto con libro e film del Da Vinci Code di Dan Brown (2003-2006).
La rilettura esoterica di Leonardo parte in verità dall'Ultima Cena, collegandosi alla presunta discendenza davidica dei re di Francia (tema diffuso, in ambito esoterico-filomonarchico, fin dall'Ottocento) ma ha poi coinvolto inevitabilmente anche Monna Lisa.

Ecco, voglio sperare che Sgarbi non si sia semplicemente svenduto, ma abbia in realtà compiuto qualche raffinatissimo rito esoterico che noi comuni mortali ignoriamo.

Del resto, il suo culto per la Grande Capra è innegabile.
"Capra! Capra! Capra!" non è un insulto, è un'evocazione.


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