Dylan Dog - Il Nero della Paura


LORENZO BARBERIS

Terminati "I colori della paura" (di cui avevo scritto qui), la Bonelli rilancia questa interessante operazione con "Il nero della paura", ripubblicando nello stesso formato elegante e "americano" le storie brevi sparpagliate sulla tradizione dylaniata (bella, anche se essenziale, e molto grafica, la copertina di Giovanni Freghieri).

Come nella precedente operazione, la prima uscita presenta una storia inedita, "Il bianco e il nero", a firma di Paola Barbato, in questo caso affiancata a due "brevi". I disegni di questa e delle altre due storie ristampate sono tutte di Corrado Roi, il che consente una notevole eleganza dell'albo nell'unità dello stile signorile dell'autore e, come giustamente osservano gli Audaci bonelliani, permette di istituire un interessante confronto sul suo tratto di adesso e quello agli inizi del personaggio, nei primi anni '90 (alla loro recensione rimando anche per le dettagliate indicazioni filologiche sull'albo).

"Il bianco e il nero" conferma l'esordio in splash page che era tipico dei racconti dei Color Fest (e quindi de "I colori della paura", che li ripubblicava uno per albo); questo stilema sarà abbandonato nel prossimo numero, che ripubblica quattro storie di Sclavi con quattro disegnatori diversi.

Dopo la magnifica splash di apertura, vicende molto domestiche, la fidanzata dell'albo, Groucho (sarà intenzionale il fatto che si marchi con i tre puntini massonici?), il bobby rompiscatole. Ma poi il Nero inizia a penetrare nella storia in modo "metatestuale" (11,ii) e Dylan vede la realtà macchiarsi di nero "per colpa di chi ci disegna, che esagera con la china".

Il finale è brillante ma amarissimo, come ci ha insegnato la migliore Barbato, e la storia si equilibra bene, oltretutto, con le altre due, due piccole perle di Sclavi: con quella centrale, "La cosa" (1992) condivide solo il meccanismo di sorpresa finale (in continuità, per certi versi, con "Il Male" sclaviano, il celebre n.50, uno degli albi più cupi della serie), mentre l'ultima storia, "La cantina" (1991), è quasi un corollario della prima.

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L'operazione si annuncia molto interessante per vari aspetti. Dimostra il successo dell'operazione di suddivisione del Color Fest, e la replica col Bianco e Nero; cosa che fa pensare che il successo sia legato, più che al colore in sé, alla brevità ed efficacia delle storie.

Anche perché, oggettivamente, il rapporto pagine/prezzo è in questo caso più favorevole all'editore (legittimamente, sia chiaro) e si riutilizza materiale già prodotto, con l'enorme vantaggio di poter rilanciare storie preziosissime, scritte da Sclavi (che in queste due nuove collane ha finalmente il "name above the title", cosa giusta per riconoscimento e anche efficacia commerciale), di cui tra l'altro a breve si avrà il ritorno sulla testata.

Bisogna vedere se c'è solo questo fattore (rioffrire ad appassionati storie pregevoli del passato in un formato elegante, a un prezzo migliore) o se la forma brevis funziona anche nel senso più promettente per la testata: ovvero quella di coinvolgere un pubblico più vasto (e più giovane, si presume, ma non solo) scoraggiato dal formato tradizionale, di dimensioni "romanzesche", dell'albo bonelliano.

Ma questo è un dato che solo la Bonelli può sapere.

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