Dylan Dog 361 - Mater Dolorosa


LORENZO BARBERIS

Spoiler alert: leggere prima l'albo.

Finalmente ho letto il Dylan Dog del Trentennale, il celebrativo numero 361, ovviamente a colori come di consuetudine e dedicato alle vicende del passato dylaniano, un ritorno a quel numero cento "ultimo numero sullo scaffale", la parola "Fine" (e non dell'episodio) nella concezione sclaviana.

Il numero, atteso da un hype altissimo, è ad opera del curatore Roberto Recchioni, con i disegni di Gigi Cavenago (che cura personalmente anche la colorazione, nello stile pittorico-digitale cui ci ha abituati sulle copertine dell'Old Boy).

Il 300 era stato puramente celebrativo, tornando a quei luoghi narrativi solo in segno di omaggio, senza trasformarne il senso; il 350 era un albo autoriale di alto livello ma slegato da questo discorso. In un certo senso, Recchioni riprende il discorso d'addio (per fortuna temporaneo, si scopre oggi) di Sclavi nel 250.

Friedrich, "Viandante" (dettaglio)

La cover di Stano è potente, strettamente collegata alla trama dell'opera. Qualcosa ricorda Friedrich, ma con una potente svolta orrorifica, come giusto. Anche perché abbiamo anche un rimando a questo:


Tra l'altro, l'Albero delle Pene è anche l'albero maestro della nave del dolore; quindi il collegamento con "Mater Morbi" come numero 280 è perfetto.


Il logo di Cavenago è molto bello. Non mi convince appieno inserito nel tondo del titolo, ma sono ovviamente dettagli. Interessante, invece, il fatto che non solo il personaggio non è celebrativamente euforico, ma mostra (in due tratti) una cupezza e una depressione che si bene sposano all'attuale fase di abbattimento. Tra l'altro, in questo modo, Cavenago è l'unico disegnatore ad apparire su una copertina della serie regolare, oltre a Villa e Stano (mentre è già copertinista dell'Old Boy).

Prefazione di Sclavi e Recchioni, che evidenzia con una bella citazione di Derrida la difficoltà del compito che gli è toccato: quello della "fedeltà infedele", di quella "tradizione" che è tradere, trasmettere, mantenere, ma anche, inevitabilmente, "tradire".

Un compito di difficoltà incredibile mantenere l'equilibrio: qui è riuscito, l'albo è una navigazione difficilissima tra i molteplici scogli narrativi di una storia del genere (metafora evidente, se vogliamo, fin dalla copertina, appunto). Un solo vantaggio dalla parte di Recchioni: il Seicento tragico inglese, già di maniera shakesperiana nel post-1666 sclaviano; un terreno su cui l'autore sa come muoversi in fumetto, essendo il fondale segreto di molte sue scritture.



Nella "notte nera come il nulla" della prima vignetta, il galeone è fin da subito anche simbolo illusorio delle "magnifiche sorti e progressive", della cieca fiducia illuministica nella scienza del padre di Dylan (siamo alle soglie del '700 illuminista, con Newton, in questi anni, il sistema galileiano ha vinto...).

Le scene dalle luci calde dell'interno della nave fanno esplodere la potenza del disegno di Cavenago, magnificate dalla scelta brillante della rinuncia al tratto di contorno, mentre si precisa meglio l'arrogante scientismo del padre di Dylan.

L'evocazione di Mater Morbi si connette al Morbo Oscuro del Dylan originario (e conclusivo); la sua evocazione è accompagnata da un fulmine (Recchioni e Cavenago giocano perfettamente con le convenzioni del genere, con la piena consapevolezza di quanto anche questo sia un crinale sottilissimo).

Ma la Mater Morbi si accompagna anche al passaggio dalla griglia tutto sommato classica alle tempestose inquadrature che Recchioni usa sovente: dinamici tagli orizzontali, splash pages, tavole mute.

Frequente sarà poi nell'albo anche il ricorso a tagli verticali e specialmente a belle semi-splash che danno adito (ma non gratuitamente) di apprezzare pienamente il segno impressionante di Cavenago. Belle le smarginature sfumate nelle tavole di flashback (non ho mai sopportato invece la vignetta tondeggiante bonelliana, idiosincrasie), mentre le splash pages totali, numerose, si concentrano verso il finale, dove il gioco è di un'alternanza tra smarginate e non, a volte per scopo eminentemente grafico, a volte forse anche con più sottili valenze simboliche. Una sola, potentissima, la doppia splash (smarginata), ma ci torneremo.

Oltre che col sistema 1-25-100-250, a storia è in continuity anche con "Mater Morbi" come numero 280, il secondo albo di Recchioni su Dylan (il primo, "Il Modulo A38" - 268, è stato sviluppato, di fatto, in tutto il ciclo di John Ghost). Ritorna quindi l'archetipo junghiano incarnato, segno dell'autore fin dagli esordi in John Doe, ci sarà - come detto - il suo Albero delle Pene, c'è ovviamente il suo tipo di metaletterario, fino nell'ironia (p.18.ii). Ma il tutto amalgamato in un modo da non disturbare minimamente il "lettore di primo livello", il culto dell'"Avventura!" con la maiuscola che è il primo (non il solo, però) interlocutore.

Non manca nemmeno il sottile gioco di antifrasi tra voice over e tavole, che era stato il marchio di Watchmen (citato in apertura tra i capolavori del 1986), come ad esempio in 20.ii il mostro è associato al "normale" quotidiano (correttamente, parlando di Dylan Dog).



L'abbraccio della madre si sovrappone e sfida quello della malattia (29-30) in pagine che Cavenago sintetizza da Klimt (come colto dalla bella recensione degli Audaci, cui rimando per l'altra citazione visuale oltre a questa dichiarata dall'autore).

Ritorna il dialogo col testo primigenio di Sclavi, in una scrittura fumettistica di matrice freudiana: se nel 100 il tema centrale era l'ambiguità del padre, che si concludeva dividendosi tra introiezione inconscia e proiezione antagonistica su Xabaras, qui il dualismo è quello tra Madre e Malattia (ma nell'equazione entra anche Groucho, come in 32,v: se Sclavi aveva inserito nel discorso il dongiovannismo, spesso Recchioni allude all'omosessualità latente), non una scissione ma una fusione, simmetricamente.


A questo punto, Recchioni prende l'highway to hell per la Ret-con (le Con-tinuità Ret-troattiva - e Ret-tificata - di cui si erano avute sparse avvisaglie nei vari albi pregressi) e decide di chiuderla nel segno di John Ghost a Moonlight. P.39, quella sopra, è totale chiave metaletteraria: l'opera al nero di Ghost è la retcon di Recchioni, il "tradimento" di Dylan da parte dei suoi amici (reso palese già da tempo) e dei suoi autori. Tradimento necessario, viene detto, e in attesa di nuove prove per cui Dylan è ambiguamente preservato.

Il metaletterario continua a più passi nelle pagine successive: alcuni punti gustosi sono p.53 ("Un nuovo inizio", il n. 325 dell'avvio della curatela di Recchioni, è paragonato a un veleno/elisir, un farmakon che avvelena Dylan per salvarlo).

P.60-61, invece, è una satira degli haters di Recchioni, che come si confà alla testata sono legione ("esseri umani viventi in eterna agonia... le loro urla anticipano il mio arrivo!").

Oltre al n.74 di Moonlight, Ghost ci ricollega anche al 43, "Storia di Nessuno", dove diviene centrale il tema dei multiversi, altro elemento connesso da Sclavi al suo fumetto (introdotto già prima, qui il tema del multiverso viene connesso anche alla trama portante di Xabaras).

Anche un grande classico dylaniato (e non solo) come lo "spiegone finale" è ribaltato da Recchioni (a metà albo): davvero Ghost ignora la psicologia inversa? La quiete con cui va a mangiare sushi di specie intelligenti ci direbbe di no.

Non manca anche un filo di satira su Brexit (47.iii), secondo le vecchie tradizioni, ma qui sembra a dire il vero che sia stata la realtà a mettersi in retcon citando "Al servizio del caos" e non viceversa. Per Alan Moore forse sarebbe magick, credo che per il cupo illuminista Recchioni sia solo buona intuizione.

Valicata la metà dell'albo, mentre tutte le forze convergono a un necessario, distruttivo allineamento (una "estetica del piano inclinato" frequente in Recchioni) si celebra lo scontro di madri. Sono pagine densissime di letteratura e filosofia, sotto l'apparenza del popolare. Anzi, sono pagine di letteratura e filosofia densissime tramite e grazie il popolare.

In p.66 l'inferno vuoto conciliare di Von Balthasar è rovesciato (ma qui Recchioni rovescia anche lo Sclavi che citava Romero e il suo inferno troppo pieno) e trionfa invece la cupa visione degli Hollow Men di Eliot (p. 57), sintesi della sua Wasteland che aleggia nel tetro futuro (già sclaviano) di Dylan Dog, dal 25 in poi.

Morbi cita anche Mana Cerace, "il Buio" (n.34), altro importante archetipo personificato del cosmo dylaniato (un discorso a parte vale per la Morte, che pur centrale non è solo archetipo personificato in Dylan, ma universale).

La camicia di Dylan che viene cambiata da bianca a rossa (p.55) rimanda al tema cristologico che domina sotterraneamente l'albo (indirettamente, fin dal titolo); dato il tema alchemico del ciclo di Xabaras, è anche tramutazione alchemica da albedo a rubedo (come diceva Belbo nel "Pendolo di Foucault", è il Sacro Cuore simbolo del Graal, o viceversa?).

L'uso delle splash pages è magistrale anche grazie alla potenza del segno di Cavenago; il gioco è sull'uso o meno del margine, come detto, che forse diviene anche simbolo del tema del controllo del testo ("tieni dritta la barra, fendi le onde, non avere paura", p.64-65-66: morte-vita-sofferenza, unificate dall'oceano del dolore).

Specialmente p.68 (smarginata) e 76-77 (margine, e quindi closure, seguendo Scott McCloud e, prima, Will Eisner) ha una potenza epica che ho ritrovato solo nel Batman milleriano, altra opera (e altra riscrittura...) del 1986 - citata in apertura, tra l'altro. Morgana si rivela pienamente Mater Dolorosa (abbastanza evidente già prima) con la scena di 75.iii, in cui si palesa la sovrapposizione al simbolismo mariano.


(Mater Dolorosa e Madonna della Spada)

Spesso le spade sono sette, i "sette dolori" (citati in 58.iii), ma riassumibili in Uno: il sacrificio del primogenito per la salvezza del Mondo (con implicito parallelo cristologico tra Dylan e Cristo: già nella copertina interna classica del "terzo stato dei mostri", del resto, egli appariva come buon pastore). Già nell'arte cristiana, comunque, la spada di Maria diviene, da strumento di martirio simbolico per la Mater Dolorosa, strumento con cui ella annichilisce le potenze infernali.

Molti eroi di Recchioni, del resto, sono a modo loro cristologici: "essere appesi all'albero delle pene" (come avviene anche a Ringo, ad esempio) è un chiaro rimando alla crocifissione. Quasi più quella pagana, pre-cristiana: la stessa flagellazione di Morgana (legata all'albero come colonna), in quest'albo, va in questo senso.

L'omaggio ad Argento, evidente (anche lui ha una trilogia delle Madri) implica un terzo capitolo conclusivo in qualche modo del ciclo (come confermato esplicitamente da Recchioni).

La ripresa dello stilema milleriano non è una coincidenza, forse, perché le altre due opere richiamate (oltre a Batman e Watchmen) possono avere un riscontro non stilistico, ma a livello invece di trama: il Born Again di Frank Miller (due citazioni: modello maggiore per Recchioni, a parte Sclavi) per tutto questo vasto ciclo di decadenza e rinascita; mentre la potenza del fumetto mostrata da Maus di Spiegelman riecheggia in p.83-84 (una sorta di doppia splash smarginata "dorso a dorso"), com'era risuonata nei più potenti e politici albi sclaviani, in un atto di sfida - spesso disperata - contro gli eterni Inquisitori.

L'eterno discorso dei padri, in fondo: l'uomo da seguire, il superego da uccidere.


Le ultime pagine sembrano ribadire il doppio, complesso elemento biografico (p.88.ii), Sclavi e Recchioni, la sofferenza psicologica o fisica che sembra quasi un tributo di sangue che Dylan (o, in generale, la letteratura) richiede in varia misura ai suoi Autori. Il doktor Vonnegut non è stato licenziato (dopo tutti gli eventi successi...) ed è anzi uomo di fiducia di John Ghost; che diviene terzo nella triade di Bad Docs ricorrenti assieme a Xabaras e Hicks (che, tra l'altro, suona X, come X-abaras, pur essendo certamente diverso).

A tal proposito, nel passaggio in 72-73, Recchioni aveva riusato le parole di una vignetta dei tempi delle polemiche su Mater Morbi e sull'eutanasia. Ci ripenso, e colgo (non so se sia voluto dall'autore) come almeno su questo, in tempi che sono comunque di caos, le grida degli Inquisitori sembrano essersi fatte più roche (Doktor Terror, invece, potrebbe esser stampato ieri. E la correzione delle ristampe in 39.v andrebbe fatta per sfida, e non per prudenza).

La doppia splash smarginata propria in 92-93 conclude praticamente la storia ribadendo la fissione edipica del 100 in cui, oggi, si è inserito l'elemento spurio del morbo.



L'omaggio a Gianni de Luca (che riprende anche la bella cover di Stano per "Ritorno al crepuscolo": tutto il ciclo di Xabaras, in senso esteso, è collegato all'albo) riprende lo stilema da lui introdotto nei suoi adattamenti shakespeariani, massimamente nella Tempesta che è qui la reference centrale.

Suggerisce la caduta edipica di Dylan, certo: ma nel suo moltiplicarsi c'è anche un rimando ai multiversi che si separano e riunificano (p.41). Sopra la traiettoria di Dylan, i suoi "quattro cavalieri", Bloch, Groucho, Wells e Trelkowski. Quattro donne sotto, diverse ma in fondo uguali (stante al tema edipico e alla sua parziale revisione ne "Il cuore degli uomini"). La caduta dentro il batrace-Fric, rispetto all'originale, è più lovecraftiana (influsso, l'unico, del ciclo di John Ghost). Sopra il dio tentacolare, l'Occhio di Golconda (41), già ripreso nel nuovo corso.

Tra l'altro, la cover interna del Dylan nuovo corso è un mash-up di quella di Golconda (l'ultima di Villa, l'ultima pre-Stano) con il Terzo Stato dei Mostri con Dylan come Buon Pastore. Ulteriore indizio, credo, che alcuni elementi di quest'albo avranno qualcosa da dire.

L'epilogo tira le fila e porta a compimento la tragedia che sappiamo accadere nel 100. Il montaggio contrastante di testi e immagini (alla Watchmen) è qui perfetto. Il testo ci parla di speranza, le immagini ci evocano la tragedia che sta per succedere, creando un finale volutamente ambiguo. Fric è seduto sulla parola Fine dell'Episodio.

Nel complesso, qui la scrittura davvero appare vicina al lucido pessimismo del Leopardi che avevo evocato all'inizio, nella apparentemente quieta, circolare splash page (con margine: rientro parziale nel canone...) conclusiva.

Una storia potente, insomma, ricca di significati, a tratti così intricata di simboli da esser difficile da sviscerare appieno (ci ritornerò, in lettura e analisi, credo); e al tempo stesso pienamente nel canone del popolare bonelliano - sia pure davvero godibile solo con una lunga frequentazione del personaggio, per ragioni di "clima" più che di continuity pura in senso tecnico.

E ora, resto in attesa, emozionata, del 362.
Dopo un lungo silenzio.



("La voce dell’intelletto è fioca, è vero, ma non ha pace finché non ottiene udienza." S.Freud)

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