Dylan Dog - La mia fine è il mio inizio


LORENZO BARBERIS

Speciale numero 30 per il trentennale dylaniato, che continua la saga del "Pianeta dei morti" di Alessandro Bilotta, magistralmente illustrata dai disegni di Giulio Camagni, disegnatore di fumetti e pittore inserito nel sistema dell'arte internazionale, al suo esordio su Dylan Dog, ma con un consistente passato bonelliano su "Napoleone" e "Jan Dix".


La tavola di apertura è una perfetta ripresa della conclusione dell'archetipo numero uno sclaviano, e numerosi sono poi i riferimenti, dall'aspetto della casa a molti riferimenti intertestuali.


"La mia fine è il mio inizio", recita infatti circolarmente il titolo, che pare quasi richiamare "Nella mia fine è il mio principio" di Agatha Christie, romanzo del 1967 con cui però non vi sono vistose connessioni.

Fin da subito, comunque, in 4.iii Bilotta palesa le sue fonti, l'Hobbes dello stato leviatanico e i Demoni di Dostoewskij, che aleggiano in effetti su questa distopia futuribile.

Avrei ritenuto che il truffatore di 7.iii potesse avere un ruolo maggiore di quello che gli è stato assegnato, data l'insistenza con cui è presentato: invece no (per ora, almeno).

Centrale è invece, come attendibile, il tedesco Werner, con la sua inquietante utopia/distopia della perdita della memoria, che era la nota su cui si chiudeva "La casa delle memorie", l'episodio precedente della saga.

Potrebbe trattarsi di una citazione del regista tedesco Werner Herzog, il quale ha dato una lettura particolarmente inquietante di Nosferatu nel 1978, in cui trionfa tra l'altro l'immagine della città abbandonata. Anno in cui vince il nobel per l'economia il poliedrico Herbert Simon, omonimo dell'inquietante neurologo che appare in 27.i sulla stessa rete televisiva dell'imbonitore di cui sopra, MT(e V?) sovrapposte.



Simon, che non conoscevo assolutamente, "ha analizzato in maniera sistematica il comportamento decisionale degli individui all'interno delle organizzazioni, osservando che costoro non si attenevano ai criteri imposti dalle teorie normative. In particolare ha evidenziato come la scelta effettuata da un individuo non rispetta gli assiomi fondamentali dell'approccio logico. Quindi un individuo più che fare scelte ottimali, fa scelte soddisfacenti, vuoi per i vincoli svolti dalle organizzazioni, vuoi per i limiti imposti dal sistema cognitivo umano" (wikipedia).

Potrebbe essere lui il crowleyano "uomo più malvagio del mondo" che Werner ha catturato e intende usare per i suoi progetti (19-20): ma anche no. Nulla dà una certezza al riguardo, tolto la vicinanza delle due sequenze: cosa che per paradosso potrebbe essere molto facilmente ingannevole.

Nell'aspetto ricorda Dario Argento, regista horrorifico che è fra le fonti del primo DD; il nome di Simon, oltre che allo psico-economista, potrebbe rimandare al Simon Magus, primo degli gnostici e dei simoniaci (che usano le cose sacre a fini personali).

La permanenza di Cagliostro (31) e del fantasma di Groucho (32) mostrano un passato che non passa: il passato di Dylan personaggio, ma anche il passato di Dylan-serie, che può essere rielaborato, negato, tradito, ma riporta poi sempre al "numero uno", al punto di partenza, in un eterno ritorno a sua volta inquietante (anche lo splatter, che ritorna fugace a p.38, è parte di questo pantheon ineliminabile, in fondo).



Le teorie gnostiche di Simon iniziano a far capolino a p.43, e a un lettore accorto della serie fanno subito presagire una possibile evoluzione che si paleserà nel finale, assieme a quel rimando all"'Uomo più malvagio del mondo", antagonista per eccellenza.

La perdita di memoria di Dylan (44.iv) si palesa come inquietante assenza di continuity che cancella fatti ed episodi in un eterno restart. Quello che era sospettabile diviene pressoché certo già a p.56.iii: ma la trama si segue senza perdere un grammo di tensione, poiché Bilotta è magistrale nel giocare sulla nostalgia evocativa non come puro eye-candy per il lettore, ma come strumento critico e meta-letterario in questa lunga opera-riflessione sui confini della mente e del ricordo.

Il rimando alla gnosi come strumento per indagare i confini della mente rimanda a Philip Dick: un rimando già abbozzato, del resto, nel futuro immaginato da Sclavi da "Morgana" (n.25) in poi, ma che qui si esplicita ancor meglio nel rimando al tema gnostico.

Simon che prega tra una croce cristiana e un sigillo iniziatico (70) conferma discretamente quest'atmosfera di gnosi che pervade l'albo; il "Trattato sulla Resurrezione" (82) gnostico di Nag Hammadi introduce l'ennesima allusione all'elemento più inquietante e serio della riflessione sugli zombie che è centrale in Dylan Dog (nel ciclo originario di Sclavi, da 1 a 100, e in questo nuovo ciclo bilottiano): l'elemento inquietante sotteso all'idea di resurrezione che pervade inevitabilmente la nostra cultura (trattato spesso dai b-movie horror in chiave sarcastica, come spesso avviene in un problema rimosso dall'inconscio collettivo: Jesus Christ Vampire Hunter e così via).

Anche Werner, comunque, nella pagina dopo il vangelo gnostico rivelato, si palesa nelle sue ambizioni messianico-mosaiche.


La fuga dell'eroe dal presunto mondo perfetto ricorda molto la fuga di Truman dallo Show che Christof ha pensato per lui (anche qui, testo di derivazione dickiana, all'origine); ma Bilotta sceglie una citazione in antifrasi e Werner, demiurgo più astuto, prevede e concede la fuga dei suoi prigionieri, presumibilmente all'interno di uno schema più vasto.

Siamo a p.100 quando Dylan lascia il suo mondo sicuro per approdare al decadente mondo esterno in 101. Ritroviamo tutti i soliti elementi: il Paziente Zero, il nuovo Jenkins, il mellifluo e falso Lynwood, si aggiunge la giornalista critica Judi Thomas (Vangeli di Giuda e Tommaso?).

Dylan è visto come il possibile salvatore, l'Eone che può rigenerare il mondo oppresso dalla decadenza arcontica (lo è, soprattutto a livello meta-letterario); ma il personaggio mostra anche qui le sue esauste facoltà empatiche (terribile 122).



Gli zombies chiusi in una teca di vetro come installazione artistica (136) sono qualcosa di notevole (anche perché, sempre sul livello "meta", il disegnatore di questa storia è appunto - in parallelo all'attività di disegnatore - un importante operatore della scena dell'arte contemporanea); una volta liberatisi (spoiler? sul serio?) - con ironia tipicamente sclaviana, ma in una declinazione inedita - si comportano come il medio pubblico davanti all'astrazione (le opere messe in scena rimandano tra l'altro, a quelle realmente esistenti di Dirk Srekeber).

A questo punto la storia converge verso il doppio colpo di scena finale: uno, più logico, conclude degnamente tutto il coté gnostico dell'album; l'altro, per quanto già anticipato dai vaghi ricordi di Sybil (ma poteva essere una sua ossessione) introdurrebbe una notevole evoluzione della continuity dylaniata.

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E ora non resta di attendere il Mater Dolorosa del curatore Recchioni, cui farà seguito il ritorno di Sclavi: assieme a questo nuovo significativo capitolo di Bilotta, una degna celebrazione del trentennale dylaniato.

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