Evil Empire


LORENZO BARBERIS

Da grande cultore del fumetto da edicola non posso mancare di segnalare un albo incredibilmente interessante in uscita adesso per l'Editoriale Cosmo, che ultimamente si è distinta per ottimi adattamenti di fumetti esteri in formato bonelliano. L'adattamento talvolta chiaramente sacrifica qualcosa, stante la differenza del formato; ma offre comunque a un pubblico più vasto opere molto interessanti a un prezzo contenuto.



Nel caso di "Evil Empire", inoltre, si è mantenuto il colore, con una maggiore fedeltà all'opera originaria. Lo sceneggiatore, Max Bemis (1984-), è un autore almeno in parte atipico nel panorama fumettistico: infatti è innanzitutto un musicista (dal 2000) e autore dei testi dei "Say Anything" e altri progetti musicali.  In ambito fumettistico ha creato "Polarity" (che non conosco) e lavorato sugli X-Men.


C'è abbastanza musica in "Evil Empire": il titolo combacia con un albo dei Rage Against The Machine, ma l'espressione è molto diffusa in inglese (specie negli USA, dove solitamente indica il nemico americano del momento, l'Impero del Male nazista, comunista o fondamentalista da combattere...) e quindi potrebbe essere un caso.



La cantante anti-sistema protagonista Reese, invece, non appare così casuale, e diviene il fulcro di una riflessione non banale sul ruolo delle "rockstar" (in senso lato) nell'influenzare i media e quindi la politica nazionale. Basti pensare al caso italiano, in cui il principale partito, ormai, è quello fondato da uno stand-up comedian: e in fondo Reese parla nella sua canzone di "un comico di destra portato qui da una cometa", che - almeno per alcuni - potrebbe essere una buona definizione per il messianico Grillo (scherzo, ovviamente: è solo un caso).


Nella prima parte i disegni sono di Ramson Getty, nella seconda di Andrea Mutti: ma nonostante sia chiaramente percepibile l'autonomia del segno, prevale una certa omogeneità che mantiene il raccordo di tutta la storia. La natura anfibia della narrazione - su un non facile equilibrio tra azione estrema e speculazioni di nichilismo filosofico - porta a un montaggio di tavola dinamico, ma non estremo, che funziona abbastanza bene anche nella riduzione al formato bonelliano, non essendo poi così lontano dal formato della "nuova gabbia" della Bonelli degli ultimi anni.


La copertina di Jay Shaw è efficace, ma ancora più potente quella in anteprima del prossimo numero, che appare in quarta: dopo la concitata ouverture di questo numero, lo spunto di partenza entra nel vivo del suo sviluppo (come anticipato già dai flashforward di apertura di ogni capitolo, in un futuro di un quarto di secolo in avanti).



Il redazionale d'introduzione scomoda, e non a torto, Chuck Palahniuk per questo albo adrenalinico e filosofico insieme. Viene infatti in mente proprio il Palahniuk più famoso, quello del Fight Club reso celebre dal film omonimo. La zeitgeist di questo albo, però, è ancora più cinica e allucinante, e si avvicina alla cupio dissolvi tipicamente americana di fumetti come Crossed (o, ancor meglio a mio avviso, dello spin-off Crossed+100, di Alan Moore, di cui dovrò prima o poi scrivere), anche se in EE, per ora almeno, senza nemmeno la necessità di una metafora fantastica.


Insomma, "Evil Empire" è a mio avviso una serie solo all'apparenza minore, ma in verità assolutamente da recuperare. Tra complottismi da New World Ordeal e l'eterno monito politico di Hobbes: Homo Homini Lupus. Ma il Leviatano, questa volta, non è intenzionato a salvarvi.


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