Orfani: Nuovo Mondo - Il terrore


LORENZO BARBERIS

Possibili spoiler: leggere prima l'albo.

Giunge alla conclusione con questo numero 12 la terza serie degli "Orfani" di Roberto Recchioni, di nuovo, come il numero 11 (vedi qui la mia recensione), per mano interamente del creatore della serie, soggetto e sceneggiatura.

La cover di Matteo De Longis è come al solito spettacolare, e la Luna Nera in fronte a Rosa richiama la O spezzata di Orfani, il cui significato verrà spiegato intra-diegeticamente nell'albo (p.70) rendendo indiscutibile il collegamento con l'ISIS di cui si ipotizzava nell'albo precedente (dove il nero vessillo degli Orfani appariva in copertina).

Il Diario di Rosa si apre anch'esso nel segno del nero, con la cupa citazione di Mercuzio che getta la sua oscura profezia su una delle più cupe tragedie shakesperiane (in cui l'amore - come qui - è solo parte del discorso).

L'esordio in due tavole mute in strisce orizzontali (uno dei tanti sottili "marchi di fabbrica" della serie) sembra quasi ampliare le righe nere del quaderno di Rosa, e ci conduce a un personaggio misterioso di cui ci è celato intenzionalmente il volto con un magistrale montaggio di tavola.

Quattro strisce zoomano poi su una splash page che ci conduce all'apparente stand-off messicano (anche se il lettore un minimo smaliziato ha già intuito l'asimmetria evidente dello scontro). Rosso e blu al massimo del loro valore simbolico, il rosso sangue della rivolta/rivoluzione, l'azzurro asettico della tecnologia (ma dove al rosso della violenza si associano i Led della Mocciosa e i capelli della dittatrice), magistralmente stesi da Alessia Pastorello sui disegni di Davide Gianfelice e Matteo Cremona, spesso di pittorica magnificenza ad esempio nel tratteggiare la Juric, Mater Terribilis (pur mantenendo al contempo la sintesi efficacissima del segno).


La caduta di Rosa verso il terrorismo, evidente fin dal titolo dell'albo si palesa a p.38 (P.38, penso sia un caso però) come già ampiamente prevedibile, ma ancor più interessante è il palesarsi del fatto che l'ultraviolenza futuribile - e già molto attuale - si avvale di meccanismi di gamification (45.iv).

Tecniche che l'esercito statunitense usa perlomeno dagli anni '80 ("The Last Starfighter" è quasi un film neorealista, in realtà) e che oggi sono anche alle spalle dei meccanismi di reclutamento del terrorismo a marchio ISIS (qui un articolo molto divulgativo del Corriere) che, non a caso, non crea i propri videogame, ma si limita a moddare gli equivalenti occidentali.



A questo punto, la storia può procedere verso la sua inevitabile conclusione.

La sequenza 83-88 è terrificante nel suo verismo, proprio nell'assenza di violenza spettacolare. Tavola 88 è magistrale nell'usare la censura non per indebolire, ma per rafforzare l'orrore. Qui Recchioni usa tre livelli censori: quello del teatro pre-shakespeariano, che vieta il sangue in scena (e talvolta, mi pare, l'autore ha paragonato questa sua serie a una tragedia elisabettiana col salto quantico, o qualcosa del genere); la censura ipocrita dei media, a livello intra-diegetico, e la censura del fumetto (specialmente bonelliano: una censura che Orfani ha compiutamente superato, all'apice di un lungo processo, e che qui ri-usa come strumento narrativo).

Il modo con cui tutto collassa nel finale mi ha ricordato qualcosa della conclusione di Battlestar Galactica (la serie recente, non quella del 1978), che anch'essa a suo modo rifletteva, tra le altre cose, su guerra, terrorismo, repressione. Là però era più la fatalità del caso, qui l'incidente è abilmente studiato, l'ultima mossa sulla scacchiera di un leader che, sotto il profilo storico, si rivela vincente.



La morale è affidata al cinico robot-assistente RR13 (p.95: dichiarata "firma" dell'autore, che rende metaletterarie quasi tutte le sue battute) e sottolinea la - voluta - mancata spettacolarità del finale, che fa quasi pensare alla regola aurea di serie come Games Of Thrones: ma se là l'ultima puntata era di "decompressione" (con un chiarimento delle varie sottotrame dopo il maxi-evento di ogni penultima puntata), qui invece è nell'ultima che si sciolgono veramente i nodi: ma negandovi una spettacolarità semplice, e ingenua (che era già sottilmente parodiata nell'11, a mio avviso).

Spettacolarità ridotta (in un fumetto, sia chiaro, che resta d'azione, e include scene di combattimento e di uccisione, ma appunto in voluto anti-climax) anche nell'impostazione di tavola: se moltissime sono le tavole a "taglio orizzontale", non vi sono doppie splash (il marchio di fabbrica più immediato della serie, in Bonelli) e rare (e non d'azione) le splash pages semplici.

Le ultime tavole (97-98) chiariscono come anche il twist finale (doveroso, anche per ragione di titolo della serie...) non sia un sussulto di umanità spontaneo, ma l'applicazione delle perverse leggi della robotica applicate ai pericolosi cyborg d'élite del regime.


In conclusione, questo finale di stagione chiarisce definitivamente come il discorso dell'autore usi la fantascienza per parlare dell'attuale terrorismo, con una spiegazione volutamente didascalica in p.91. Il discorso era del resto evidente già nel corso della serie: Rosa la incontriamo, a inizio della seconda stagione, quando organizza un attentato suicida alla Juric con i due compagni; tutta la terza serie parla a chiare lettere di "immigrati clandestini" (vedi anche qui, p.16) sul nuovo pianeta promesso.

Non vi è riferimento ad alcun elemento religioso, invece, che rimanda a una "visione laica" del fenomeno, dove il "fondamentalismo" (assente in Orfani) è solo una verniciatura superficiale di meccanismi di potere occulti e complessi.

Il terrore, incisione satirica d'epoca (1793 c.)

Verrebbe quindi da concludere con un ragionamento su come Recchioni riesce a osare moltissimo, nel popolare. E, in un certo senso, è vero. Però, per contro, si potrebbe anche rovesciare il ragionamento: Recchioni può osare proprio perché nel popolare, che in fin dei conti vola "sotto i radar" della critica letteraria ufficiale.

Ecco: forse sarebbe più difficile ancora una graphic novel impegnata (non di un autore semi-sconosciuto, ma di uno di primo piano, "sotto i riflettori") in cui il protagonista "positivo" della storia (con tutto quanto di negativo che anche si addensa sull'anti-eroina Rosa: ma è evidente la scelta di campo autoriale rispetto alla tecnocrate Juric) è una metafora abbastanza evidente dei giovani sedotti dal terrorismo dell'ISIS.


Va anche detto però che Recchioni radicalizza - e rende evidente, a livello di comunicazione - una tendenza a contenuti "forti" che in Bonelli, in vari gradi, vi è sempre stata. "Le Storie" (2012) si erano aperte con una rivisitazione del Terrore (appunto) di Paola Barbato.

Ma anche la riflessione politica sul terrorismo contemporaneo tramite la fantascienza distopica non è nuova in Bonelli, anzi ancora anteriore: è il discorso (diversissimo: quasi agli antipodi) di Michele Medda in albi come "La Rivolta" (1999) in Nathan Never, dove rovescia radicalmente la visione del seminale "Inferno" - 1992 - di Bepi Vigna.

Discorso ampliato poi da Medda in "Caravan" (2009-2010), sia nel discorso generale, sia con rimandi diretti - in flashback - alla stagione del terrorismo comunista in Italia. Non forse a caso, con "Caravan" anche gli "Orfani" di Recchioni si mettono in una "continuità" che non è solo pura citazione ironica di Painted Sky.

Il discorso degli Orfani, comunque, non è ancora concluso: a breve due miniserie (la prima, a primavera, quella della Juric) e poi la stagione finale. In attesa di altri Inferni, nel mondo reale e non.



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