Andron - Uno sguardo su Torino


LORENZO BARBERIS

"Piove come Dio la manda.
Traversiamo correndo la via Moscova
e cerchiamo un androne in cui ripararci un momento,
prima di continuare verso piazza Cavour.
Ma a quest'ora tutti i portoni sono chiusi."

(Incipit de "Il significato dell'esistenza", Fruttero e Lucentini).

Alcune righe per segnalare un progetto davvero molto interessante dell'autore torinese Stefano Cutrì, che mira a documentare gli androni dei palazzi torinesi. In copertina, ad esempio, vediamo l'androne di Palazzo Asinari, in via Maria Vittoria.


Il progetto, chiamato semplicemente Andron (qui sopra, il logo, altrettanto elegante ed essenziale) si ricollega per certi versi a quella fotografia classificatoria e concettuale tedesca della Scuola di Dusseldorf, di cui capostipiti sono Bernd e Hilla Becher.



Tuttavia c'è una sottile differenza, perché se là la catalogazione di un dato elemento architettonico era colto in una visione più "fredda", da censimento rigoroso e asettico (l'operazione artistica concettuale emergeva dall'accumulo di elementi simili ma differenti per minimi dettagli), qui mi sembra ci troviamo di fronte a una fotografia più "calda", più evocativa, come nell'androne qui sopra, di Via Belfiore, che diviene inquadratura e cornice di una situazione umana.


Da un lato sono proprio gli androni torinesi ad essere potentemente evocativi, specie quando sono sobriamente ricchi (meglio ancora, sobriamente barocchi, che è ossimoro importante di Torino) come questo dell'artistica Via Accademia Albertina.

Via della Rocca

Vittorio Messori, osservatore attentissimo della città in "Il mistero di Torino", sostiene che i preziosi portoni nobiliari torinesi sono il simbolo dell'inaccessibilità della città, la difficoltà - qui più ferma che altrove - di varcare in ogni ambito "le porte giuste", se non dopo una lunghissima iniziazione (e magari nemmeno così).

Via Po

Ma forse ha più ragione Cutrì, e gli androni esprimono ancora meglio l'ineffabile torinese: perché i palazzi torinesi sono al forestiero, al contempo, inaccessibili e però aperti, si può sbirciare nell'androne; rarissimamente si può accedere (il che, volendo, è più sottile e più crudele).

Ma forse è qualcosa di più radicale ancora (e infatti Cutrì non intende il progetto strettamente vincolato a Torino) è rimanda all'etimologia di "androne" nel greco andros, uomo. Nella casa greca antica il termine andava difatti a indicare gli ambienti maschili, mentre in quella latina (sottile evoluzione) il corridoio di collegamento tra gineceo e casa maschile.

Via Belfiore

Nel '300 il termine rifiorisce in italiano con un senso anche militare, il passaggio che mette in comunicazione il piano della fortezza col fossato, e quindi quello attuale, più pacifico, dal portone d'ingresso al cortile della casa.

Il tema quindi del passaggio, dell'accesso, con un forte collegamento all'Umano; e non è il caso di soffermarsi su come il "corridoio rituale", dalle piramidi in poi, sia un elemento fondamentale dell'architettura sacra che rivive in forma "dormiente" nell'androne del quotidiano.

Non resta quindi che rimandare al sito facebook di Andron, dove il progetto verrà costantemente aggiornato:

https://www.facebook.com/androngarp

*

"Nell'androne d'una locanda della città di N., capoluogo di governatorato, entrò una graziosa, piccola vettura a molle, di quelle in cui viaggiano gli scapoli: tenenti colonnelli a riposo, capitani in seconda, proprietari di campagna che possiedono un centinaio d'anime di contadini: in una parola, tutti quelli che si dicono signori di mezza taglia." (Incipit de "Le anime morte", Gogol)

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