Nobels & Novels. Dario Fo.


LORENZO BARBERIS.

Giornata di strane coincidenze letterarie.
Muore Dario Fo, a novant'anni.
L'ultimo Nobel italiano, nel 1997.
Nel giorno del Nobel a Bob Dylan, che rivoluziona di nuovo il premio letterario.

Anche l'anniversario della caduta dei templari, ma non sono così complottista: invece mi ha colpito il fatto che Fo sia stato anche cantautore, con opere come "Ho visto un re" (una delle mie canzoni preferite dall'età dell'asilo, senza coglierne le implicazioni ovviamente) del 1968, la più nota, e altre.

Fo nasce nel 1926; l'adesione giovanile alla Repubblica di Salò (1943) gli venne spesso agitata contro come arma da chi, più che da questa, era irritato dal suo essere voce sempre più autorevole della sinistra del paese, non solo comunista.



Dopo l'Accademia d'Arte a Brera (Fo è anche pittore interessante, coloratissimo ed energico come suo proprio; qui sopra una sua "Callas" giustamente poco reverente), si dà al cabaret, passa in RAI (1950) dove con "Poer Nano" schernisce subliminalmente Fanfani (simmetricamente dirà di lui, lapidario, Montanelli: "Ha la statura del suo cognome") e viene quindi cacciato nel 1952.


Conosce e sposa la bellissima Franca Rame, figlia d'arte di una famiglia di attori (e, prima, marionettisti: sui copioni marionettistici della famiglia Rame ho fatto la mia tesi di laurea, in Storia del Teatro) di cui sarà compagno per tutta la vita. A parte la collaborazione con Canzonissima (1962), da cui sono nuovamente, rapidamente espulsi, sono gli anni del teatro di cabaret, dove Fo tenta (con successo) una operazione "alla Brecht", il Brecht dell'Opera da Tre Soldi: usare i temi del cabaret milanese, con il suo culto vaudevillesco per la mala, per farne uno strumento di critica sociale.

Ma il vero salto è il neo-gotico de il "Mistero Buffo" (1969), in cui tra l'altro Fo interpreta un magnifico Bonifacio VIII, il papa arcinemico di Dante, vittima poi di Filippo il Bello e dello Schiaffo d'Anagni cui segue la cattività avignonese della chiesa. La sua interpretazione la propongo sempre alle classi, a scuola (di solito tre volte: in seconda, sul Teatro; in terza, facendo Dante, e in quinta, come Fo autore novecentesco. Almeno qualcosa rimane).

Bonifacio VIII, primo pontefice ad auto-celebrarsi in statua.

Col suo Mistero Buffo, Fo aveva reinventato la figura del Giullare, vero fondamento del teatro occidentale moderno, per lui non neutri Ioculares (Giocolieri) ma con radice comune a Ciulare, comprensibile termine volgare (e non in senso del "volgare toscano"), che rinveniva anche in Ciullo d'Alcamo, per lui rielaborato in un nobilitante "Cielo d'Alcamo".

La maggiore reinvenzione stilistica fu il Grammelot giullaresco, usato per sfuggire le censure con un testo incomprensibile, che spostava l'attenzione del testo teatrale sul gesto, la posa, l'intonazione e quindi, ovviamente, sul polo attoriale.

Anche tutto il simbolismo della Rosa veniva (sanamente) ricondotto a una sua sensuale materialità femminile, negata dalle riletture aulicizzanti, ma indubbiamente presente nel Roman de la Rose, nel Fiore e, probabilmente, anche in parte nello stilnovismo dantesco e non (non conosco il suo parere al proposito, ma l'identità tra Dante e il Durante del Detto d'Amore gli sarebbe etimologicamente piaciuta, credo).



Non so se le sue riletture fossero vere o mitologiche, ma indubbiamente ha riscritto la letteratura italiana (e non solo) dalle radici, secondo lo schema consigliato da Italo Calvino: "leggere i classici come fossero moderni, e viceversa".

Per cui ritengo che il suo Nobel sia stato meritato e importante, contro le vestali dell'accademismo che ai tempi gli avrebbero preferito il poeta Mario Luzi.

Nel Mistero Buffo (e dopo) ha sdoganato il Teatro nel senso pieno della parola; ed egli stesso era grato a quel Nobel che riconosceva la dignità autoriale al suo teatro profondamente attoriale, non amando la riduzione del suo teatro alla sua semplice abilità di guitto (rivendicava, ad esempio, le numerose riprese estere dei suoi copioni, indice della loro funzionalità anche slegata dal suo personaggio).

Ma la sua influenza è anche letteraria, e prelude a una riscoperta del gotico nella controcultura di sinistra dei '70 che sfocerà, dieci anni dopo, ne "Il Nome della Rosa" (1980) di Umberto Eco (a proposito, sempre, di nomi corti). Anche se in verità (vedi sopra) forse prima di tutti vi fu, su Linus (1965), il "Fra' Salmastro da Venegono" a riscoprire con affilata ironia quel tipo di decostruzioni, nell'apocalittico 1966 (poco prima della riscoperta di Fo).



Gli anni '80 di Fo invece sono quelli di una satira sempre politica ma più divertita e meno plumbea, che culmina in Johan Padan a la descoverta de le Americhe (1991), che nel 2002 sarà un film d'animazione italiano decoroso (con il protagonista dalle fattezze del Fo giovanile). Un portato del Nobel del '97.



Intanto era arrivato il Nobel, e il suo conseguente divenire il massimo alfiere della sinistra italiana radicale (vissuto invece con un certo contegnoso fastidio, mi è parso, dalla sinistra "ufficiale", sempre più volta a un diluirsi del rosso in un rosa esangue); emergeva anche più il pittore, prima più offuscato dall'attore (e anche il fumettista, sebbene eclettico, come nel suo ovviamente polemico "Darwin a fumetti"). Ultima avventura degna di nota, la svolta a cinque stelle, in fondo un punto d'arrivo coerente col suo marxismo pauperista e antielitario (benché, ovviamente, coltissimo).


Per quelle ironie della storia con cui Fo era maestro a giocare, la sua morte avviene nel giorno del Nobel a Bob Dylan, che produce un nuovo sdoganamento credo inviso a molti, ovvero quello del Rock come moderna poesia.

Avevo pensato a un post unificante, ma volevo evitare un unicum troppo lungo. E poi ognuno dei due eventi merita, per me, una riflessione. Quindi proseguiremo il discorso nei prossimi giorni, sempre sulla riflessione che, con Fo e Bob Dylan, il "Nobel" non è più così legato unitariamente alla "Novel" come poteva apparire prima.

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