Dylan Dog Color Fest 19 - Favole Nere


LORENZO BARBERIS

Possibili spoiler, leggere prima l'albo

Nuovo appuntamento dylaniato col Color Fest 19, questa volta dedicato alle Favole Nere.
Notiamo che il logo del trentennale si è esteso anche su questa testata, come già sull'Old Boy e la serie principale.

La bella cover di Jessica Cioffi introduce il tema con una white cover che sembra richiamare quella in total white dello Sclavi tornato in edicola sulla regolare, e che fa contrasto col titolo. Dylan, come una farfalla, viene infilzato dalla Vispa Teresa magica che lo ha catturato: il tema della farfalla (vagamente alla Illuminati...) segnerà tutto l'albo.

Il curatore Roberto Recchioni giustamente, nell'introduzione, riflette su favola e fiaba, ritenendo alla fine di parlare comunque di favole per la presenza di un'apologia in ogni storia, benché un fantastico così ricco possa rimandare più al fiabesco, che non esclude comunque una morale ma privilegia il gusto per il meraviglioso.

La ragazza che moriva ogni notte per i testi di Mauro Uzzeo e i disegni e colori di Alberto Pagliaro si spiega già dal titolo. Torna la scelta, sdoganata sul recente albo del trentennale, di vignette senza margini, in questo caso addirittura frastagliate,  che ben accompagnano un segno decisamente lontano dai canoni bonelliani, tipico dei nuovi Color Fest (e di tutte e tre le storie dell'albo). Nonostante il segno profondamente innovato e l'andamento ondulato delle vignette, l'impostazione di tavola resta invece vicina al bonelliano, almeno quello moderno ormai consolidato, come del resto nelle altre due storie.

Oltre a qualche interessante battuta di satira religiosa più azzardata di un tempo (17.iv), la storia si caratterizza per la capacità di trattare in forma scanzonata, oltre che breve, alcuni dei grandi topoi dylaniati fusi col rimando al mito classico di Ade e Persefone, mostrando una visione divertitamente irriverente del macrocosmo dylaniato.

La seconda storia, La regina di polvere e stracci di Federico Rossi Endrighi, disegni di Isabella Mazzanti e colori di Annalisa Leoni, mostra una struttura in fondo simile, nata dalla fusione di topoi favolistici e topoi dilaniati. Una bella cliente particolarmente giovane, un segno gradevolissimo ma di nuovo quasi disneyiano, un fantastico perturbante ma in fondo visualmente gradevole.

L'albo sembra quasi porsi come una sorta di possibile punto di transizione dal "disneyano avanzato" (Witch, o quello che c'è ora) al bonelliano, in un tentativo di catturare giovani lettori che, tra l'altro, sono sicuramente più abituati e sedotti dal colore.

Endrighi comunque mette molte citazioni alla serie, fedele al clima di neo-continuity: e quindi Groucho, come nel primo numero della serie, scherza sul fatto che Dylan è in realtà morto (che può essere anche un rimando alla prima storia dell'albo) e si cita Wells (tutto a p.37). La battuta del Groucho-Amleto oltretutto è un po' più adulta del tono medio della storia (39.v) e nel segno british della prima tradizione.

Il fatto che gli animali antropomorfi ostili al mondo fatato siano "al servizio di Albione" è un rimando inoltre a John Ghost, che si riferisce in questi termini desueti all'Inghilterra (42), come viene palesato esplicitamente in 65.

Il black magick qui è di nuovo, all'apparenza, nelle mani di Ghost, che affermando di voler proteggere l'Inghilterra opera, a quanto pare, un tipo di magia caotica volta a distruggere i luoghi positivi del sacro, come fanno in modo meno efficiente i veri satanisti (le stavkirche nordiche, la dissacrazione dei boschetti sacri delle bestie di satana, prima di passare a riti ancora peggiori).

Conclude l'albo Il tuo amore, il mio odio, una storia di Nicolò Pellizzon, autore completo, che realizza la più oscura delle tre fiabe, nei contenuti e nel segno (torna un segno sottilmente mosso anche nel tratto di contorno delle vignette, come nella prima storia, piuttosto inusuale nel bonelliano e anche su Dylan, se non per sequenze oniriche o similari).

Autore di un mondo fantastico disturbante (di cui almeno un'opera, Abraxas, recupera una divinità gnostica centrale anche in Dylan Dog), Pellizzon è indubbiamente un prestigioso acquisto per la testata, che volendo potrebbe fare molto bene anche sulla regolare, in bianco e nero (per qualche riferimento sulla sua opera, vedere qui: http://www.lospaziobianco.it/?s=pellizzon).

Il rimando al signore dei Vermi pare richiamare il De Vermis Mysteriis lovecraftiano, e la storia è quella più autenticamente disturbante delle tre, con il tema ricorrente delle lacrime delle giovani fanciulle che si vermificano e un costante senso di morte e putrefazione. Ciò smentisce in parte la strategia di adattamento giovanile del personaggio nelle prime due storie, che però diverrebbe possibile negli spacchettamenti in ristampa dei Color Fest). Per il resto, a parte il gusto disturbante, resta il tema giovanile dell'albo: cliente ragazzina, segno autoriale ma lontano dal bonelliano e disegno truce ma più morbido, più "fumettoso".

Ritorna come detto in tutti e tre i racconti, inoltre, il tema della farfalla (nel locus amoenus di Ade nella prima storia, a p.26, e nei finali delle altre due, p.66 e 97), cosa che crea una sottile connessione tra le tre narrazioni, vincolandole alla leggiadra copertina.

Insomma un buon Color Fest della nuova concezione, sulle scie della sperimentazione radicale avviata nel Color 16 di Aka B, Ausonia e Marco Galli, ma declinata in un contesto specifico, quello della fiaba/favola oscura.

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