Enrico Morando - Le ragioni del Sì



LORENZO BARBERIS

Una sala Luigi Scimé piena, ma non gremita come per il No, ha accolto a Mondovì la visita di Enrico Morando, viceministro per l'economia del governo Renzi, giunto in città per il rush finale del Comitato del Sì. Come avevo a suo tempo seguito e scritto della conferenza del comitato del No, che aveva portato in città Zagrebelsky (vedi qui), così oggi riporto quanto esposto dal comitato del Sì.

Il piemontese Morando, classe 1950, laureato in filosofia a Genova, è stato uno degli esponenti del migliorismo italiano, la corrente moderata dal PCI guidata da Giorgio Napolitano. In politica dal 1976 come segretario provinciale del PCI nella sua Alessandria, con la svolta al PDS entra in direzione nazionale. Senatore dal 1994 al 2013, autore di una delle tre mozioni dell'Ulivo del 2001, quella risultata minoritaria, confluisce poi verso Veltroni e nel 2008 è il coordinatore del governo ombra a Berlusconi, fino all'attuale ruolo di governo, dove è uomo-chiave per il Bilancio, materia ovviamente fondamentale.



Morando è introdotto da Stefano Tarolli, capogruppo consigliare del PD (si fa il suo nome come prossimo candidato sindaco), e da Mino Taricco, il parlamentare PD di riferimento del territorio, che anticipa sinteticamente i due temi su cui insisterà anche il relatore ospite: importanza di un governo che riceva fiducia da una sola camera e eliminazione delle materie concorrenti tra Stato e Regioni.

Morando amplifica il discorso con un'interessante cornice storica, che va a rafforzare le ragioni circa i due punti introdotti da Taricco. L'alternativa non è tra questa riforma e altre riforme, proposte dal "Circo Barnum" del comitato del No: allo stato attuale, l'alternativa è tra la riforma Boschi-Renzi e il mantenimento dello status quo. Perché il superamento del bicameralismo integrale (non perfetto, dice Morando, termine positivo quando è pessimo) è indispensabile per evitare il collasso della democrazia?


(La priorità della DC, inizialmente, è fare muro contro il totalitarismo stalinista.)

Parte un vasto, dotto e interessante excursus storico.
Dopo il 1945, i padri costituenti, polarizzati tra DC e PCI-PSI, concordano sugli indirizzi generali, la prima parte della costituzione, come l'Art.3 che impegna la repubblica a rimuovere gli ostacoli all'uguaglianza dei cittadini:

E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Una "costituzione giacobina", termine tecnico per indicare costituzioni così vincolanti. Ma essa è inattuabile perché, stando a Morando, per la seconda parte si sceglie invece una costituzione con un governo debolissimo.

Esso ha bisogno di una doppia fiducia da due camere costituzionalmente diverse, anche solo per esistere: la camera, eletta in modo nazionale e includendo tutti i maggiorenni, e un senato eletto dai 25 in su (diverso anche l'elettorato passivo).

Non è un errore: è ben intenzionale. Avvicinati in teoria da alcuni ideali sociali, i due grandi blocchi, DC e Fronte, nel contesto della Guerra Fredda non si fidano per nulla dell'avversario. Oltretutto, la DC alla costituente ha solo il 35 per cento dei voti contro il 40 degli avversari; alle amministrative del 1947 l'Uomo Qualunque ha falcidiato i voti democristiani al Sud.




(La striscia da cui nasce il simbolo dell'Uomo Qualunque
- dalla volgarità a fini politici della terza vignetta, nello specifico)



Togliatti, che sulla carta è sicuro di vincere, tuona contro "queste corti costituzionali, queste doppie camere" che vede come un espediente per rallentare l'ascesa al potere del comunismo. Il senato (creduto più favorevole alla DC, ipotizzando i giovani più "a sinistra"), addirittura, si elegge all'inizio ogni sei anni, non ogni cinque (art.60 del 1948). Il motivo è una sorta di "prova d'appello", per evitare tentazioni autoritarie (che potrebbero essere sconfessate alla nuova elezione). Per Morando, "si sfiora il demenziale".


(Su questo clima, aggiungo di mio una nota di colore: nel 1953 uscì "5 anni di governo Togliatti", una godibile ucronia distopica - ma godibile lo dico oggi... - che descriveva cosa sarebbe successo dopo una vittoria togliattiana (lo scivolare nel totalitarismo, è ovvio: ma ben descritto nella sua gradualità). Al libro è addirittura dedicato un blog dell'autore di una recente riedizione).

(Controordine, compagni.)


Subito dopo la sconfitta del Fronte, le parti si invertono, e Togliatti passa a tuonare contro la "legge truffa" (una "normale legge elettorale", per Morando) del 1953, contro la mancata ricezione della corte costituzionale (che la DC creerà solo nel 1956), la mancata creazione delle regioni (arriveranno solo nel 1970). Ma perfino Togliatti chiede, unitamente alla DC, al presidente della repubblica uno scioglimento anticipato del senato, nel 1953 e nel 1958, per evitare l'assurdo clima da campagna elettorale permanente creato dallo scarto di un anno, che viene poi abolito nel 1963, prima della terza legislatura.

(Con l'89 cambia tutto.Un Sergio Staino d'annata, su Occhetto e il PDS - qui non è ancora renziano).

Questo mondo finisce nel 1989, con la caduta del muro di Berlino, con la fine dell'alternanza bloccata, con i referendum Segni che vanno verso il maggioritario: da allora, dalla Bicamerale Berlusconi-D'Alema in poi, il parlamento ha cercato un modo di riformare un sistema non più adeguato alle nuove condizioni sociali. Quello che prima era possibile, ora è divenuto certo: tre elezioni su sei finiscono con risultati ambivalenti, vittoria alla camera e non al senato.

Per primo tocca a Berlusconi nel 1994, che riesce a fare un effimero governo solo grazie al cambio di schieramento di due parlamentari (uno tra l'altro è un senatore cuneese). Vince poi Prodi nel 1996, quindi di nuovo Berlusconi nel 2001. Ma lo stesso stallo avviene a parti invertite nel 2006 col Prodi II, che vince alla camera e non al senato, dove regge 17 mesi in precario equilibrio, e apre nel 2008 a una nuova vittoria di Berlusconi. Nel 2013, la situazione è tale che non si può risolvere con un semplice "trasformismo" di qualche deputato; l'impasse viene risolta solo col ritorno in campo di Giorgio Napolitano, un inedito Napolitano II presidente della repubblica (poi dimessosi prima della fine del secondo settennato). Napolitano accetta di tornare ("quella povera donna della Clio aveva già preparato tutte le valigie", chiosa Morando) ma a patto che il governo faccia la riforma che, sotto Monti, il parlamento doveva fare e non aveva fatto, e il governo Letta nasce quindi con questo mandato, raccolto poi dal governo Renzi, subentrato in corso d'opera.

(la destra, naturalmente, sottolinea invece il bonapartismo di Napoleone-Napolitano)

Da qui, conclude Morando, l'evidenza della necessita di una fiducia basata su una sola Camera, pena lo stallo permanente. L'unico punto che accomuna il Fronte del No è il ritorno al proporzionale, scelta tecnicamente "reazionaria" per Morando: ovvero un progressivo ritorno indietro rispetto a una direzione "rivoluzionaria" avviata dal referendum pro-maggioritario del 1991, scelto dall'80% degli elettori di allora. Col proporzionale, ogni partito avrebbe un pezzetto di condizionamento del governo, che non avrebbe più l'autonomia di decidere.


(La riforma P.A. della Madia nell'anagramma di Bartezzaghi)

Passando al tema del rapporto Stato/Regioni, su cui è oggettivamente più sintetico, Morando intanto esprime ammirazione per i senatori che si sono auto-sciolti: sono dei meritori "tacchini che festeggiano il thanksgiving". La scelta di creare un senato delle regioni è per Morando quello di creare una per ora assente sede di mediazione obbligatoria stato/regione sulle materie condivise, per cui ha supplito finora la Corte Costituzionale, dove arrivano sempre più contenziosi tra i due enti. Ma ora il sistema sta iniziando a scricchiolare, come a suo avviso nella mancata approvazione della riforma della Pubblica Amministrazione di Marianna Madia. Al collasso della democrazia si aggiungerebbe il collasso dei rapporti periferia/centro. Col referendum, due grandi temi vengono così risolti.

Questo è quanto ho potuto cogliere dell'esposizione di Morando; disponibile, come al solito, a correzioni e integrazioni di quanto eventualmente non fosse corretto.

Qui, come già accennato, c'è il link all'intervento di Zagrebelsky, che era giunto in città a sostenere il No. Sabato mattina è giunto a Mondovì anche "l'altro Matteo", Matteo Salvini, per un breve comizio al mercato cittadino in favore del No, senza però una felpa site-specific ma con quella generica del cuneese. Sul profilo del segretario della Lega Nord è possibile rinvenire il filmato integrale, qui, a cui quindi rimando.

Renzi, Salvini, Zagrebelsky, Morando: quattro dei principali attori dei due fronti referendari si sono confrontati, a distanza, a Mondovì. Ora la città è chiamata a dire la sua in questo storico evento, e non mancherà di far sentire la sua voce.

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