Infidel Castro



LORENZO BARBERIS

La morte di Castro, a più di novant'anni, non cambia moltissimo nel quadro internazionale, ma certo la sua coincidenza con la vittoria di Trump ha il sapore di una di quelle classiche ironie della storia. Avevo pensato di vedere Castro nel fumetto, ma per variare ho deciso di presentarlo tramite le cover di Time, la rivista che più di tutte è espressione dell'arcinemico americano, e che ovviamente ce ne fornisce la visione in partibus infidelium.




La storia è abbastanza nota: Cuba diviene indipendente dalla Spagna con una rivoluzione appoggiata dagli USA, in perfetto stile Dottrina Monroe; gli USA ne ottengono Guantanamo Bay e un protettorato di fatto sull'isola, da cui la bandiera ispirata agli USA, cosa che oggi appare vagamente ironica. Di conseguenza, la prima apparizione di Cuba su Time è probabilmente con Fulgencio Batista, autore di un golpe nel 1933, e in seguito appoggiato dalle multinazionali agricole statunitensi legate ad interessi sull'isola: la rivista gli dedica due copertine, nel 1937 e nel 1952, entrambe piuttosto favorevoli. Interessante nella seconda una certa dissociazione cognitiva, dopo un nuovo golpe per consolidare il suo potere: "He goy past democracy's sentries", "ha sconfitto le sentinelle della democrazia", in piccolissimo, ma il ritratto non lo presenta certo come uno spietato dittature, quale invece abbastanza unanimemente si riconosce che fu, al di là del giudizio sul successore (negli anni '40-'50 Time ritorna all'uso del ritratto, dopo aver introdotto nei '20-'30 la "novità" della fotografia: il ritratto permette una maggior connotazione emotiva).


Fidel si impone, ovviamente, nel 1959, quando la sua rivoluzione ha successo. Lo stile subliminale di Time è affascinante: il suo volto non è una caricatura, è solo vagamente inquietante. L'isola però brucia (anche qui, discretamente), la bandiera cubana è ammainata, floscia, mentre sventola "meno americana" quella della rivoluzione.


Nel 1960 Time gli dedica una efficace cover satirica. I commies sono una gang da strada, Kruscev, sullo sfondo vestito elegante, è il boss della mala che se ne serve (e fuma un sigaro cubano, tra l'altro), mentre Castro è una specie di tirapiedi che sta guidando la gang al luogo dove fare il colpo, cioè gli USA. Il presupposto della Baia dei Porci, insomma.


Il fallimento della Baia dei Porci è scaricato tutto su Cardona, che viene rappresentato come inquietante, burocratico, antiquato. Poi, direttamente di Cuba per un po' non si parla più, da quanto ho visto, in prima pagina, probabilmente perché lo smacco fa decisamente male.


Si riprende con la critica di Cuba nel 1965, dove quel Decaying Revolution è puro wishful thinking. Fidel Castro appare invecchiato, imbolsito, l'isola è tramutata in una prigione, sullo sfondo, con sbarre formate da fil di ferro e canne di bambù.


Il summit comunista del 1969 è una nuova occasione per mostrare lo Stellone comunista infranto in pezzi tra i vari leader, tra cui Castro. Ormai è tornato l'uso della fotografia, ma utilizzata per un efficace collage grafico.


Anche nel 1979 continua la "tempesta su Cuba", ma senza particolari effetti speciali, questa volta. La grafica quasi anni '80 si basa ormai su foto a colori e scritte a caratteri di scatola, salvo ogni tanto singoli guizzi più brillanti.



1993


1994


1995

L'attenzione riprende nei '90, quando sconfitto il comunismo, un Castro isolato sembra indebolito ma è ancora sempre sulla breccia. L'immagine del 1993 punta a mostrarlo sconfitto, con un montaggio grafico impietoso ma che gli dà quasi un alone cristologico. Quella del 1994 bilancia, mostrandolo  in un disegno grassoccio, trionfio, con santimoniosa aria ipocrita mentre invia sempre nuovi rifugiati verso gli USA come strumento contro l'avversario. Il cinismo di Castro è sottolineato dalla barchetta di migranti abbandonata alle onde, piccola sullo sfondo del dittatore torreggiante. Nel 1995 si punta di nuovo sul vecchio leone indebolito, "winter is coming", e così via. Aspetta e spera, Time, ci vorranno ancora oltre vent'anni.


1998

Nel 1998, la visita di Woytila spiazza la diplomazia USA. Il vecchio alleato si va tramutando in avversario. La cover è rispettosa, perché finora si è esaltato Woytila in funzione anticomunista, non si può cambiare segno all'istante: e quindi subdolamente si suggerisce che entrambi "mettono la loro fede alla prova", spiazzando i rispettivi fedeli.



La satira su Castro non era mai mancata (vedi il Mad del 1963), ma curiosamente in quest'anno, se ottiene l'appoggio del Papa, riceve anche un ambiguo omaggio satirico nei Simpsons, dove ruba la banconota da un milione di sterline di Mr. Burns che stupidamente gliela cede, e da essa ottiene nuova linfa per proseguire la sua rivoluzione, mentre prima pensava di arrendersi. Un sottile parallelo con l'improvvida (per gli USA) azione papale appare evidente.


Non ho trovato altre cover di Time: se non questa, falsa, che appare nel film di Tim Burton relativa al primo Batman (1986), con una strizzata d'occhio al fumetto Dark Knight di Miller del 1986. La Crisi di Cuba viene infatti riletta da Miller come la "crisi di Corto Maltese", con omaggio ovviamente al marinaio di Hugo Pratt, a cui Miller deve molto del suo stile. Simmetricamente, in copertina ho voluto riportare un altro Castro da cinecomics, quello che appare al fianco di Breznev nel film di Watchmen (anche qui l'originale di Alan Moore è del 1986), pronto a scatenare la terza guerra mondiale.

Sparisce, comunque lo si voglia vedere, un'icona del '900, ben più influente del Che Guevara delle magliette, ormai deprivato della sua iniziale carica rivoluzionaria. Il fratello Raoul ha da tempo ereditato la guida della Cuba rivoluzionaria: vedremo come si interfaccerà con un Trump che, se intende tornare come promesso alla Monroe Doctrine, deve disinteressarsi del medioriente putiniano e però tornare a spazzare the Courtyard, il cortile di casa, come definiti gli altri stati del continente. Non è nemmeno detto che non ci sia un appeasement: ma difficilmente Cuba riotterrà la vittoria simbolica di una foto come quella sotto. Non è tanto che Trump rifiuterà di farla: è che troverebbe, come il nostro Silvio B., un modo di decostruirla dall'interno, sostituendo al compassato omaggio di Obama il suo perenne tono di sberleffo.


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