Back in Black. Mirror


LORENZO BARBERIS

Spoiler alert as usual.

Visto di recente la terza serie di Black Mirror.
Avevo già scritto qui delle serie uno e due, ma con questi nuovi sei episodi (più lo speciale natalizio) voglio buttare giù due appunti complessivi sulla serie.

2011. Stagione Uno.

La prima stagione, di 3 episodi indipendenti tra loro (come tipico della serie, di stampo antologico), introduce il concetto del Black Mirror: lo specchio nero dei computer e dei cellulari, ma anche "black" in quanto diabolico e oscuro, incontrollabile. Lo schermo è spezzato, come la matrice nel celebre Schismatrix di Sterling, pilastro del cyberpunk. Solo che il futuro nero del movimento Mirrorshades (i neri occhiali a specchio, marchio di fabbrica della corrente, altro possibile rimando del titolo) era ancora sufficientemente distante: il Black Mirror è praticamente qui ed ora.

The National Anthem, "l'inno nazionale", il primo episodio assoluto, è quello in cui un primo ministro molto simile a Cameron è costretto dalla pressione dei social media a un degradante rapporto con un maiale. L'episodio è brillante per molti motivi: mostra la debolezza della classe politica, la presunta élite sempre più sotto schiaffo dei social media, il nuovo media dominante controllato dallo sciame umano (a sua volta magari eterodiretto, ma in gran parte anche incontrollabile).

Ma ovviamente la cosa interessante è che la puntata dissimulava un reale episodio di Cameron, che a quel rito sarebbe stato costretto non sotto le telecamere ma durante il servizio in una specie di Skull & Bones inglese. Le corrispondenze sono molto precise, e ne ho parlato qui quando lo scandalo emerse. Allora mi domandavo a cosa servisse indebolire così tanto Cameron: ora, non so se sia avvenuto per un piano o "Just for the Lulz", ma è innegabile che abbia contribuito a danneggiare l'immagine di Cameron, a favorire la Brexit (con possibile effetto trascinamento sulla disgregazione UE e vittoria Trump), come ho detto qui.


15 Millions of Merits analizza il tema della gamification, di cui avevo anche scritto per la seminale rivista di critica di videogame italiana, Wundergammer.com, in tempi non sospetti, verso il 2010. La profezia è molto lucida, anche se oggi andrebbe integrata, perché i social network hanno integrato il concetto stesso di gamification, come aveva osservato a suo tempo Pietro Romeo sulla rivista, e come anche le serie più recenti di Black Mirror hanno recepito. Torna anche qui l'idea dello sciame umano, controllato però dalle tecnologie (la gamification, i social media) e incanalato come tanti criceti nelle loro ruote (il lavoro proletario del futuro in effetti è pedalare a produrre energia).


The Entire History of You è una riflessione molto attuale sui rischi del concetto di cronologia online, la traccia sempre più pervasiva di ciò che abbiamo fatto lasciata nei vari dispositivi e social media; un concetto che nell'episodio viene esasperato ipotizzando una registrazione tramite globo oculare, ma che funziona benissimo già con le tecnologie attuali, magari di poco potenziate.
In questo caso la riflessione è più sulle dinamiche della coppia esplosa, segnata da una assoluta incomunicabilità, più che sulle dinamiche collettive dello sciame umano; un tema che tornerà spesso, per vedere come l'evoluzione tecnologica l'ha condizionato.


2013. Black Mirror II.

Dopo la prima serie di tre episodi, Black Mirror II prosegue con altre tre puntate, altri tre modi in cui lo Schermo Nero sta condizionando la nostra esistenza. L'immagine rafforza l'idea dello shattered mirror, lo specchio in frantumi, che indica l'assenza di separazione tra reale e virtuale, nonostante spesso ci si ostini a interpretarli erroneamente come due mondi diversi.


Be Right Back amplifica l'intelligenza artificiale di programmi come Siri, ma è uno degli episodi nel complesso meno azzardati: non a caso è uno di quelli da cui è in lavorazione un film, perché la storia si presta anche agli standard del grande schermo, dove la censura di ciò che è dicibile è più stretta. Il tema è di nuovo quello del rapporto di coppia, la sua algida incomunicabilità, la nostalgia del lessico famigliare una volta perduto che, però, può essere agevolmente simulato da una macchina.


White Bear è forse l'episodio meno tecnologico in senso stretto, ma quello che indaga meglio le peggiori pulsioni giustizialiste proprie dello sciame umano, qui catalizzate e assecondate appieno da un regime prossimo venturo. L'ossessione per riprendere ogni cosa col cellulare è evidente segno che questa deumanizzazione è già in corso, oltre a una necessaria connessione al tema del black mirror.


The Waldo Moment, che mostra l'ascesa politica di un pupazzo blu che incarna in politica le peggiori pulsioni populiste e qualunquiste, sembra quasi ripercorrere passo passo (e forse lo fa) l'ascesa dell'italiano Movimento Cinque Stelle, gestito dalla Casaleggio associati (di Casaleggio ho scritto qualche riga qui), che ha utilizzato il personaggio del comico Beppe Grillo come testa d'ariete per diventare in poco tempo il primo partito politico.

Di nuovo, due episodi su tre analizzano l'orrore delle dinamiche collettive guidate da strumenti manipolatori sociali, mentre una puntata si concentra soprattutto sul nonsense dei rapporti affettivi e sentimentali, la cui crisi è esasperata dalla tecnologia.

2014. Black Mirror, White Christmas.


Lo speciale natalizio del 2014 è forse l'episodio più complesso, che fa interagire tre differenti aspetti di tecnologie futuribili, tutte connesse alla caduta di confini definitiva tra digitale e reale, con l'installazione di neurochip in grado di mettere in contatto mente e computer in vario modo. Si tratta dell'episodio dove, più di tutti, gli elementi cyberpunk sono indagati appieno nella loro futuribile realtà. La possibilità di bloccare utenti pericolosi su facebook viene estesa al mondo reale; la possibilità di impiantare microcamere che colleghino la nostra vista a un PC, come in History of You, porta a nuovi tipi di reati, innanzitutto sessuali, e a possibili forme di dissociazione dal reale; la possibilità di duplicare la mente sul PC, come in Back to me, permette nuove frontiere del sadismo su una umanità "duplicata" su computer e totalmente deumanizzata (anche a livello legale), riprendendo anche i temi dell'ultraviolenza di White Bear. Episodio singolo, in esso si incontrano comunque tre diverse trame, simboleggiate anche dai tre personaggi conduttori.



2016. Black Mirror III.

La nuova stagione si compone di sei nuove puntate, e doppia quindi le due stagioni precedenti. Lo smile che si forma dallo schermo spezzato rimanda anche al LOL dei troll sempre più pervasivi, mentre "the future is bright", il futuro è luminoso, è sia sarcasmo su un futuro in verità cupissimo, sia un riferimento agli schermi retroilluminati dei nostri device.


Nosedive, la prima puntata, mette in scena alla perfezione l'ansia da valutazione prodotta dai social. Ovviamente la protagonista è caricaturale, nella sua estetica alla Desperate Housewife (vuole perfino prendere casa in una sorta di Wisteria Lane inglese), ma questo tipo di ansie sociali quantificate dai social sono esistenti, e probabilmente in constante crescita.


Playtest è una riflessione ben sviluppata e inquietante, ma abbastanza ormai scontata, sulla realtà virtuale interna, e in fondo non si discosta molto dalle varie riflessioni sulla RVI operate dalla fantascienza dagli anni '80 in poi.


Shut Up and Dance invece è di nuovo una riflessione sul potere dei media informatici tanto più inquietante quanto più sarebbe perfettamente possibile oggi. Troll dotati di buone competenze informatiche registrano dati di utenti incauti e li ricattano, spingendoli fino all'omicidio, con il terrore della gogna online. Notiamo che un easter egg ci conferma che è il mondo di National Anthem, in cui il primo ministro è stato spinto a unirsi a un maiale dalla pressione mediatica alimentata da un troll simile (in quel caso, sotto le vesti più culturalizzate di una "operazione artistica"), e di White Bear, luogo di una simile giustizia-spettacolo. Ma altri easter eggs (vedi qui) collegano questo episodio anche a Waldo, White Christmas e 15 Millions Merits, episodi che contengono tutti elementi del sadismo tecnologico esplorato qui.


San Junipero ha una buona narrazione, ma anche qui, in quanto a estrapolazione fantascientifica poco aggiunge a quanto già detto, per dire, da La notte che bruciammo Chrome, racconto-simbolo di Gibson e del cyberpunk anni'80, che dà titolo a una sua raccolta.


Men against fire è una riflessione sulla guerra che applica ai conflitti quella de-personalizzazione sistematica dell'altro che è già ampiamente in corso nella società, qui resa sistematica dalla realtà virtuale interna, ancora una volta, e con una riflessione che appare, in toni molto simili (e in precedenza) nel fumetto italiano Orfani, di cui ho spesso parlato.


Hated in the nation, infine, sembra quasi riprendere il titolo del primo episodio della serie, National Anthem, rendendo centrale il tema dell'ultraviolenza dello sciame umano, reso vistoso dalla metafora dello sciame-robot al suo servizio. Il tema di questa ultraviolenza virtuale e quindi impunita per incolmabile vuoto legislativo viene qui rappresentato centralmente, ma è il tema più interessante di tutta la serie, che lo attraversa trasversalmente nella maggioranza degli episodi (Shut Up And Dance, tramite gli easter eggs citati, riassume quelli più significativi).

Il tema è assolutamente attuale: lo sciame umano esiste e già opera nella quotidianità, giungendo fino all'omicidio nella forma di istigazione al suicidio (vedi il recente caso di Tiziana Cantone in Italia). I troll possono manipolarlo, nell'ombra, ma lo sciame non si muove nell'anonimato, ma avanza fiducioso nell'impunità del numero e del vuoto legislativo.

Se lo speciale del 2014 sembrava assommare in sé tre possibili sviluppi, intersecandoli e facendoli interagire, qui sembra essersi più diluita la narrazione, e a tre episodi rispondenti in pieno agli stilemi della serie (Hated in the nation, Shut Up And Dance e Nosedive) se ne affiancano tre basati su classici già più consolidati del cyberpunk.

Comunque, indubbiamente, uno sguardo sul futuro molto inquietante e molto realistico: un cyberpunk ormai possibile che, più ancora che alle visioni lisergiche dei Mirrorshades degli '80, rimanda all'estrapolazione della SF sociologica anni '50, con storie come "Un logico di nome Joe" (1947) che sembrano aver anticipato già molto di quel che ci guarda per l'abisso dello schermo nero.
Per cui, vi lascio con le belle cover anni '50 di Billy Butcher, che ha reinterpretato alcuni episodi di Black Mirror come comics d'antan.



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