Joe Dever, Last Fiction Hero.



LORENZO BARBERIS

A soli sessant'anni, è mancato Joe Dever, forse il nome più importante di una forma letteraria misconosciuta e importantissima: i libro-game.

Dever, nato nel 1956, dopo la laurea (bachelor of arts in Inglese) nel 1974 si era avvicinato a Dungeons and Dragons, il primo RPG creato dallo psicologo Gary Gygax in quello stesso anno. Nel 1977 Dever inizia a sviluppare un suo scenario, il Magnamund (il "grande mondo" dove ambienterà anche la sua serie di libri-game) e nel 1982 è il primo britannico a vincere il campionato mondiale, americano. Nel 1984 nasce così Lone Wolf, la serie che lo rese famoso, di chiara impronta Dungeonistica. Dever riesce ad adattare appropriatamente il sistema di gioco di Gygax ai ritmi più rapidi del libro-game.


Rispetto ai Libro-Game, io personalmente preferivo i Libri-A-Più-Finali, nati lievemente prima (nel 1979, arrivati in Italia nel 1982). Innanzitutto il tema era più libero e vario, spesso giallo o fantascientifico, e poi non c'erano tutta la parte di tiri di dadi ed affini che non mi esaltava particolarmente. Ma nel caso di Dever rimasi colpito dalla sua particolare qualità letteraria, e lessi molti capitoli della saga di Lupo Solitario, com'era chiamato da noi.



Mi piacevano molto anche le illustrazioni, sempre in soggettiva del lettore, a presentargli l'aspetto dei vari personaggi incontrati. Disegni anche di una certa rozzezza, ma efficaci a calare nell'atmosfera. Ricordo con particolare gusto alcune variazioni sul tema, come la puntata nei paesi del sud (prevalentemente, era un tolkeniano nord fantastico l'ambientazione), il salto in una dimensione parallela (però, di fatto, identica nei principi fantasy) che preludeva al finale nel cuore dell'impero nemico, Helgedad, che era dotato di una maggiore tecnologia, in stile steampunk.



Dever aveva indubbiamente una marcia in più. Non aveva solo dalla sua la coltivazione di Tolkien e Gygax, oltre agli altri maestri del fantasy (se bisogna citare il nome di un vero debito, appare decisamente più la cupezza di Moorcock): la sua formazione letteraria lo portava a conoscere da vicino le fonti, il Beowulf inglese, i Nibelungi tedeschi, il Roland francese, il Dante infernale, l'Orlando rinascimentale che mescola materia carolingia e bretone (altra serie notevole, quasi parodia della seriosità Dever, sarà "Alla corte di re Artù" di Brennan).




L'anno seguente, assieme a Ian Page  creò Grey Star, in italiano tradotto con improvvida variazione shakespeariana Oberon, che introduceva ulteriori, raffinate complicazioni di gioco. Di base, oltre al semplice sistema di combattimento, consentiva l'uso della magia tramite la memorizzazione di una serie di incantesimi che potevano essere utilizzati tramite sigle di tre lettere. Solitamente un'opzione si rivelava una scelta totalmente errata, mentre altre opzioni erano incantesimi in vario grado efficaci in situazione.

Ma ancora più interessante l'uso di codici di sottrazione o addizione per muoversi nel testo (se si veniva a sapere una data informazione, veniva fornito un codice di sottrazione da usare per usarla. Ad esempio: questa chiave apre una porta rossa. Quando credi di averla trovata, sottrai venti alla pagina in cui ti trovi).

Molto belle anche qui le illustrazioni, con elevazione stilistica: sono italiane, online non le ho più ritrovate (quelle inglesi sono più banali).


Nel 1986 Dever, nel costante inseguimento del medium videoludico in rapido decollo, crea uno degli esperimenti più interessanti, Combat Heroes, una sorta di videogame cartacei, dove ogni pagina è di fatto una sorta di tavola di fumetto che mostra in soggettiva cosa avviene all'eroe. Invece di cliccare i vari tasti funzione, scegliamo a quale pagina recarci nel caso che avanziamo, fuggiamo, combattiamo o quant'altro. L'idea è brillante, ma è anche evidente che al videogame basta un minimo di miglioramento grafico per superare in scioltezza la farraginosa interazione cartacea.

Già di quell'anno è Maniac Mansion, per dire, e tralasciando l'incredibile brio delle sceneggiature Lucasfilm, che culmineranno in Monkey Island, l'interazione è molto meno gravosa. Per giocatori più nerd, esistono comunque anche RPG che aggiungono all'interazione esplorativa sistemi di combattimento resi istantanei dal ruolo del computer. L'anno successivo, il 1987, è quello di Zack McKraken, che rende esplorabile un vero e proprio mondo e non solo più una singola casa, mentre i Combat Heroes cessano le pubblicazioni.



Nel 1988 Dever torna a fare quello che sa fare bene con Guerrieri della strada, un librogame classico ambientato però in un futuro post-apocalittico. Se vogliamo, è un'opera lievemente più adulta (si combattono esseri umani veri, non ipotetici mostri fantastici) e potenzialmente più vicina agli interessi del grande pubblico, lontano dal fantasy classico e nel segno di una SF post-apocalittica molto in voga in quegli anni in fumetti (Batman di Miller, 1986: tutta la parte sui mutanti), film (Robocop, 1987) e videogame (Double Dragon, 1987). La serie si sviluppa in cinque numeri e si chiude nel 1991; da lì in poi, i librogame smettono di funzionare a fronte del trionfo dell'informatica di massa.



Dever traspone il suo ciclo del Magnamund in romanzi fantasy veri e propri che anche gli appassionati non adorano, e anche un fumetto nel 1994, tentativo rimasto unico. Il fatto è che il gusto del sovraccarico che bene funzionava nel manierismo fantasy del gioco di ruolo diviene, fuori di questo, inutilmente barocco.

 Dever passò alla scena del nascente videogame, collaborando dal 1996 a Final Fantasy, ma senza mai perdere del tutto di vista il primo amore, i libri-gioco di cui ha autorizzato lo scaricamento gratuito dei vecchi titoli nel 1999, lavorando a nuovi capitoli della lunghissima saga (Lone Wolf era arrivato al capitolo 28). La digitalizzazione online nel Project Aon in questo ultimo anno del Novecento è anche però il "segno di una resa invincibile".

Nel nuovo millennio, non c'è più spazio per i predecessori cartacei del videogame, e se i fasti di Beowulf, Roland e gli altri continuano, sarà ormai lontano dalla galassia di Gutenberg. In un certo senso, Dever ne è stato il Last Fiction Hero.


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