Dylan Dog 365 - Cronodramma


LORENZO BARBERIS

Possibili spoiler. Consiglio di leggere prima l'albo.

Dopo la graduale trasformazione avvenuta nei precedenti quattro albi dylaniati (storia del trentennale, ritorno di Sclavi con copertina "bianca", nuova copertina e nuovo frontespizio di Cavenago su storie legate al passato dell'eroe) questa storia di Carlo Ambrosini assume un valore quasi simbolico. La copertina di Gigi Cavenago  - con una curiosa corrispondenza stagionale col Carnevale - preannuncia il ritorno dell'Arlecchino già apparso in Una nuova vita (325), la storia di Ambrosini che aveva inaugurato il nuovo corso.


La cover di Cavenago è qui costruita citando in modo specifico due dipinti di Giorgio De Chirico: a destra la più evidente, "Mistero e melanconia di una strada", che viene compressa nella parte destra della copertina. Il carrozzone viene sostituito dal maggiolone di Dylan (che nella storia è soggetto, tra l'altro, a una sostituzione per via del cronosisma in atto).


La fabbrica sullo sfondo è invece la Battersea Power Station, usata nella copertina di Animals dei Pink Floyd, luogo londinese reale ma indubbiamente ricco di suggestioni metafisiche, che diventerà il portale tra due tempi paralleli al centro della storia.


Come osservato sulla rivista di cinema Birdmen, il Dylan appeso al suo cronodramma cita invece Harold Lloyd in Preferisco l'ascensore, una scena comunque iconica riproposta molte volte dal cinema.


La metà sinistra è la parte meno evidente della citazione dechirichiana, ma rimanda abbastanza chiaramente a quest'altra opera dechirichiana, "Canto d'amore" del 1914. Il guanto diviene il tendaggio, la grande testa di statua sta dietro al titolo e la sfera diviene la Luna metafisica della metà sinistra.


Veniamo alla storia. Come dicevamo, torna l'Arlecchino di un "Una nuova vita", con cui quaranta numeri fa, al 325, Ambrosini autore completo aveva inaugurato, la nuova stagione di Dylan Dog, segnata dal nuovo curatore Roberto Recchioni. Oggi, dunque, il ritorno di Ambrosini - pur affiancato, nei disegni, dal bravo Werther Dell'Edera, che disegna le scene della "dimensione alternativa" -  ha un po' il senso di un nuovo "punto della situazione", con un possibile valore meta-fumettistico al secondo livello del testo.



Le fortezza dell'antico oriente in apertura è contraddistinta da una scultura del dio della Luce Ahura Mazda, e con alcuni passi del romanzo di Aida Adams, che vedremo in seguito. Da quanto scrive qui, la Adams sembrerebbe esotericamente consapevole delle regole del multiverso dylaniato; oppure è molto intuitiva.

Il rimando all'età arcaica, e soprattutto l'inserimento ostentato di guerrieri assiri con elmi cornuti ci rimanda a un altro lavoro dylaniato sul Minotauro di Ambrosini, su un passato Color Fest; forse più una suggestione, comunque anche questa storia - come spesso in Ambrosini - si gioca su paradossi temporali.

Il killer con un occhio solo (7-11) potrebbe invece essere un rimando al Ciclope, in questo gioco sui mostri classici che pare essere presente.


Colpisce comunque l'uso di una collocazione temporale precisa (l'avvio nel passato nel 1991, e quel che segue), rara in Dylan, e che contrasta particolarmente dopo un albo della Baraldi sul passato dell'eroe collocato in modo sfumato ma inequivocabile al finire degli anni '70.

Valida la soluzione adottata per illustrare le sequenze del passato di Ambrosini: solo la prima vignetta della sequenza (e l'ultima) coi bordi iniziali e finali smussati, e non tutte quelle del flashback, come consueto invece nel bonelliano; quindi la notazione temporale precisa viene introdotta anche per il fatto di marcare in modo meno evidente il salto temporale (nel 325, invece, a essere smussata era l'intera pagina).

Il "grigio Arlecchino" di Ambrosini sfora la tavola, qui all'inizio (10.iv, vignetta sotto) e sul finale della storia, sfondando quei "bastioni del tempo" che nel fumetto sono i riquadri delle vignette. Non è l'unico: anche Dylan e la sua cliente lo fanno (27.i)


Il manifesto di una mostra di Giorgio Morandi sullo sfondo di casa Dog (in 12.vi) è interessante: rimando visivo coerente con lo stile di Ambrosini, specialmente in quest'albo molto metafisico; ma anche all'alcoolismo dylaniato tornato nell'albo di Sclavi (n.362) e citato in quello della Baraldi (n.364).


Aida Adams è probabilmente una blanda citazione verdiana, dato il tema della sepoltura e il rimando al "clima arcaico" che fa da sfondo alla storia. Adams - nome d'arte -  è un inevitabile rimando ad Adam, "la terra" in ebraico (essendo plasmato dal fango dall'intervento divino), oltre che una tipica allitterazione bonelliana. Husley potrebbe rimandare all'Huxley di Brave New World, il cui potenziale legame con la storia pare però blandissimo. Il maggiordomo Groddeck (21) riprende il suo nome dall'inventore del concetto di Es, da cui riprende Freud. Appropriata per la storia anche la citazione del paradosso di Zenone (15.vi), Achille e la Tartaruga, che riflette sul paradosso della segmentazione dello spazio/tempo. La vistosa fascia al collo di Aida (da 19 in poi) così come la fasciatura in testa di Milky (da 25 in poi) mascherano forse gli effetti del diverso ma simile incidente d'auto.

Ambrosini impedisce a Groucho di cercare informazioni su Google (13.iv), quasi a sottolineare che non vi è una citazione nei riferimenti eterodossi che si potrebbero trovare online (un Groucho così "classico", anche per acuire il contrasto con l'inquietante Groucho II del mondo disegnato da Dell'Edera, che appare da 16 in poi). i due Dylan sono in comunicazione (il malditesta passa da 15 a 16, tra le due dimensioni); ci sono elementi difformi (l'albero in più in 28) indipendenti dalle modifiche di "Groucho" II.


Il cane Melampo (21), eroe greco "dal piede nero" (per un rito "alla Achille") già ripreso da Collodi in un cane di Pinocchio, è un altro rimando alla classicità; il Dylan che va a trovare la cliente è comunque il Dylan "sempre alla prima storia" della tradizione, che si stupisce dell'apparire del sovrannaturale. Milky (30) rimanda invece simmetricamente al "bianco del latte", alla purezza. La ragazza sovrappone elementi di Aida (33.vi) con elementi della "bambina dei pescivendoli": una sua "specie di fantasma".

Il Groucho II aggressivo (bello sketch alla Gatto Silvestro in 47-49, che rimanda a DD 325, p.36) ha modificato il mondo classico di un perplesso Dylan II. "Appassionato di diavolerie moderne" (53.ii), compra la macchina con le fiamme che disegnano il 666 vista nelle vignette di anteprima (quasi a cercare il flame - appunto - sulla rottamazione del maggiolino). 

Groucho II insomma radicalizza il Groucho ambiguo sottolineato dal nuovo corso: il contrasto funziona meglio, ovviamente, con un Groucho I e un Dylan I  old style in questo albo (appaiono però i soliti Ranja e Carpenter, che già nel 350 Ambrosini aveva usato). 

Non mi so spiegare il perché dei numerosi ebrei tradizionalisti in 34-35, molto insistito (ne appaiono due già in 12.i, all'inizio), ma potrebbe avere ha una sua importanza, dato che ritorna nel finale. Un rimando all'uscita ufficiale il 27 gennaio 2017, Giorno della Memoria? 

L'orologio dell'ala mercatale (42.i) è senza lancette, nelle due dimensioni (in 55.vi, ad esempio).


In 66.v Dylan e gli agenti si vedono di sfuggita; il fatto che vedano solo Dylan rimanda probabilmente alla natura particolare di Milky e "Groucho", anche in questa dimensione. La loro presenza dimostra come però anche questa dimensione sia non una perfetta Londra-II, ma una "dimensione fantasmatica" della Londra cui siamo abituati. Altrimenti, avrebbe poco senso la presenza della polizia in loco, dato che c'è solo perché in Londra-I Dylan li ha allertati poche pagine prima.

69.vi è di nuovo significativa, Milky non è riconosciuta dai pescivendoli: "avrebbe l'età di questa bambina": se Milky fosse solo la versione più grande di due anni della figlia morta, l'affermazione suonerebbe più come "impossibile! E' identica a nostra figlia, ma..." o qualcosa del genere. Potrebbe essere una sorta di fusione tra la ragazzina e Aida. Come colto dal dibattito sul forum Craven Road, le automobili sono l'elemento che favorisce la transizione tra i due mondi. L'incidente di "Milky", di cui si parla qui, quello di Aida (92) e l'incidente mistico di Dylan (84) che riporta l'equilibrio. Il fatto che la macchina sia stata modificata da "Groucho" in Terra II (32) può avere un suo peso nel rituale?

Bello l'Arcimboldi in 73.i; la rivelazione di p.74 non cambia molto il significato metaletterario della riscrittura di Groucho II. Tutta la Londra II è probabilmente una sua creazione illusoria. Il segno di Dell'Edera soprattutto nella scena del mercato ricorda Attilio Micheluzzi, maestro del fumetto italiano che per Dylan Dog disegnò, tra l'altro, "Gli orrori di Altroquando" (1992). Lo stesso Ambrosini ha omaggiato del resto Micheluzzi, nella sua storia sul Minotauro nel Color Fest 13 (p.21). Il rimando a Micheluzzi serve probabilmente a rimarcare il senso del crono-dramma, che a livello della storia è un dramma legato ai vari multiversi del cosmo dylaniato, gli "altroquando" appunto.

I tre assistenti dell'Arlecchino (per tacer del cane) sono ovviamente i tre uomini malvagi della storia; inoltre il personaggio è connesso al Burocrate Infernale e quindi ai classici Inferni dylaniati, in modo esplicito, prima di "uscire di scena" con un piede fuori dalla vignetta (85,i), come all'inizio della sua apparizione. Tutti e cinque i demoni, incluso l'Arlecchino, hanno corna implicite accennate graficamente da un dettaglio (cappello, capelli, orecchie).


Ritorna un ebreo ortodosso in 96, davanti a casa di Dylan; in 89, iii l'agente Bill domanda "non ci siamo già visti?" a Dylan, che nega. Probabilmente Bill se lo ricorda, per una sorta di connessione astrale, per averlo visto in Londra II. Da notare che Jack percepisce in ambo le dimensioni l'Arlecchino per via, anch'egli, di un lutto (p.82) che mette evidentemente sotto l'influsso del demone.

Altra curiosità marginale: il romanzo, che Dylan legge nel finale e chiude circolarmente con una riflessione sul Tempo, è alla fine l'opera di una Aida enfant prodige del fantasy, che a soli diciott'anni pubblica una sua corposa opera (magari APS, data la sua ricchezza). Di per sé niente di errato, il riferimento alla Rowling è stato però abilmente depistante.


Insomma, Ambrosini interseca una storia molto classica con il meccanismo dei multiversi tipico di Dylan Dog. La cosa migliore dell'albo è probabilmente questo trionfo di un Arlecchino divinità primigenia, residuo dell'Alichino dantesco e probabilmente riflesso di divinità ancor più arcane (all'inizio, come nell'Esorcista, si evocano gli dei del mondo mesopotamico: se il bene è Ahura Mazda, l'Arlecchino di Ambrosini è un demone minore della corte di Arhiman?). 

Il gioco multidimensionale rimanda del resto all'Old Boy, che dall'inizio della nuova serie struttura questo gioco con la serie regolare, e che qui è accomunato all'albo anche alla cover carnascialesca del nuovo copertinista, non più Cavenago, passato alla regolare, ma Andrea Accardi. Le quattro storie della regolare hanno infatti spesso dei rimandi nelle tre dell'Old Boy, a creare l'idea che ci troviamo di fronte a due dimensioni parallele; questo albo sembra rafforzare questa impressione.

La narrazione illustra anche a un secondo livello il "cronodramma" di Dylan (al primo livello di narrazione, è più un "dramma dei multiversi"), sospeso tra la tradizione, cui Ambrosini fa riferimento (come visto il suo è il "Dylan smemorato" classico, privo di qualsivoglia continuity temporale) e il Dylan del nuovo corso, segnato da innovazioni "aggressive" (o percepite tali), specialmente nel "Groucho demonico" che, se da un lato contiene dei riferimenti al canone, è uno sviluppo recente in modo così accentuato (l'uso ossessivo del cellulare donato da Ghost, il "tradimento" di Dylan).



Intanto, col 330 - sempre di Marzano, tra l'altro: ne avevo parlato qui - si conclude anche l'avventura della Ristampa dylaniata, avviata nel 1990 e primo segnale pubblico del successo del personaggio. Una storia bella e melanconica, che viene a essere, in quest'altra "dimensione parallela" della ristampa, un altro dei tanti "finali dylaniati".

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