Paranoid Boyd 6


LORENZO BARBERIS


"The paranoid is never entirely mistaken." 
(Sigmund Freud)


Sesto capitolo per il Paranoid Boyd di Andrea Cavaletto, che continua la devastante discesa negli orrori avviata nei numeri precedenti, di cui abbiamo parlato qui. La prestigiosa copertina di John McCrea (nome storico di Judge Dredd, storico collaboratore di Garth Ennis fin dagli esordi...) riassume bene l'orrore carcerario in cui avevamo lasciato Boyd nello scorso numero, e in cui lo ritroviamo in questo numero, di un orrore particolarmente cupo, spietato, senza compromessi.


I primi due capitoli, illustrati da Sara Guidi, ci mostrano i tormenti dei due protagonisti, Allison nelle spire di un sex magick e Boyd nell'inferno carcerario. Come al solito in Paranoid Boyd (e come tipico, in generale, di Edizioni Inkiostro) l'orrore è mostrato in tutta la sua pienezza, senza porre limitazione alla mostruosità che straripa sulla pagina. Un orrore disturbante, non compiaciuto, che a suo modo - nel modo dell'orrore classico, senza compromissioni - diviene uno specchio genuino su tanti orrori autentici, troppo reali, che a volte cerchiamo di confinare ai margini del nostro campo visivo di uomini medi occidentali.


Il terzo capitolo, disegnato da Renato Riccio, mostra l'irrompere dell'orrore sovrannaturale, anticipato nel quinto albo, ampliando la dissacrante citazione del colombre di Dino Buzzati lì apparsa. Ma anche qui, il sovrannaturale non stempera la fisicità quasi intenzionalmente fastidiosa della violenza carceraria, ma vi si sovrappone, in un crescendo angoscioso che prelude al quarto capitolo, ad opera di Leonardo Colapietro (vedi immagine sotto).

In questo si mostra così il pieno dispiegarsi del demoniaco, del fantastico nero, con tavole di notevole virtuosismo visivo che conducono l'albo a una degna conclusione, in un turbinare ormai allucinatorio del maelstrom della violenza. Finale, comunque, ancora apertissimo: non solo non si chiarisce - né suppongo si chiarirà mai, volutamente - l'ambivalenza di fondo della storia (l'orrore sovrannaturale è reale, o è solo una paranoia di Boyd e del suo milieu?), ma la stessa vicenda del protagonista è ancora lontana da un qualsiasi assestamento.


L'impostazione di tavola è come al solito dinamica, con varie splash page e un montaggio americano, ma non mancano questa volta tavole anche più affollate e claustrofobiche, vicine alla gabbia italiana, di solito in connessione con il carcere infernale in cui Boyd è rinchiuso. I disegni servono bene la storia: lo stile più neutro, oggettivo, di Sara Guidi e di Renato Riccio nei primi tre quarti della storia descrivono con freddezza fotografica un orrore più reale (anche se, potenzialmente, influenzato da entità sovraumane e diaboliche); il gran finale di Colapietro adotta uno stile decisamente più visionario e fiammeggiante.

Nel complesso, quindi, Paranoid Boyd continua a rivelarsi un'opera interessante, in cui Cavaletto (firma storica di Dylan Dog) sviluppa senza freni la sua tendenza a trame sottilmente intricate e, appunto, paranoidi. Un albo che stavolta ho trovato ancora più spietato e difficile, tutt'altro che conciliante col lettore: e comunque una durezza a suo modo necessaria, un passo avanti nell'abisso a forgiare un nuovo tassello nel nascente canone del new horror italiano.

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